al cinema. Recensione: LA TRUFFA DEL SECOLO, un film di Olivier Marchal. Il polar ai tempi della finanza immateriale

La truffa del secolo (Carbone), un film di Olivier Marchal. Con Benoît Magimel, Gérard Depardieu, Laura Smet, Michaël Youn, Patrick Catalifo. Distribuzione Movies Inspired.
Torna Olivier Marchal, ex poliziotto diventato il regista-re del polar anni Duemila. Con un maledetto imbroglio ai tempi della finanza digitale, protagonista un piccolo industriale disposto a tutto pur di salvare la fabbrica dalla chiusura. Ma le leggi del polar vogliono il sangue e sangue sarà. Un noir foschissimo e brusco, con un meraviglioso Benoît Magimel disfatto e fallato dentro. Solo che corporalità della messinscena e immaterialità glaciale della “truffa del secolo” non vanno mai d’accordo. Voto 6 e mezzo
Caso credo unico nella storia del cinema (se mi sbaglio qualcuno mi corregga, grazie), quello del francese Olivier Marchal passato dal mestiere di ispettore di polizia, e della brigade criminelle!, alla regia. Portandosi dietro una conoscenza diretta del milieu delinquenziale nelle sue varie diramazioni che ha fatto di lui il reinventore negli anni Duemila del polar e l’epigono post-moderno dei maestri del passato, Melville in primis, e poi Jacques Deray, Georges Lautner, José Giovanni. Certo, il suo cinema (36 Quai des Orfèvres, Gangsters) è lontano dalla consapevolezza stilistica di Melville, ma bisogna riconoscergli di avere abilmente aggiornato il genere poliziotti-e-delinquenti ai disincanti e ai cinismi e alle pulsioni brute della nostra contemporaneità, alla nostra morale sporca, anzi assenza di ogni morale, al nostro nichilismo distruttore. In Marchal, nei suoi film, ogni pietà l’è morta, e pure ogni epica del delinquente come ribelle sociale, come anarchico naturale (si veda l’appena uscito Papillon per intenderci), come antagonista pur senza ideologie e senza cause al potere delle élite. Del tardo, benché sobrio e assai virile, romanticismo di Melville (e scusate se cito sempre lui, ma come non farlo scrivendo di polar?) che trasformava il suo silente e impassibile Samouraï in un eroe della resistenza umana in Olivier Marchal non resta niente. I suoi film sono racconti cupi e sozzi dove non si salva nessuno, dove la sopraffazione e l’inganno sono la regola, e perfino coloro che dovrebbero difendere la legge sono dei mostri di corruzione, avidità, sete di potere. Non migliori di quelli che combattono. Come a dire che siamo tutti marci, ed è solo la nostra casuale collocazione in questa o quell’altra casella della scacchiera sociale a renderci rispettabili cittadini o criminali. Visione nerissima, in cui ogni tanto fa bene immergersi come sano antidoto all’overdose di miele somministrata da tanto cinema conciliativo, rassicurante e narcotizzante. Sicché fa piacere ritrovare dopo un po’ di tempo Olivier Marchal con questo La truffa del secolo, solito insapore titolo italiano di Carbone, Carbonio, anzi ossido di carbonio (spiegherò più avanti il perché). E fa niente se La truffa del secolo come altri suoi precedenti ha fatto storcere il naso ai critici fini francesi che detestano il suo cinema elementare, muscolare, basico, brusco, non ricercato nelle forme e nei linguaggi (a voi indovinare per quali testate scrivano i detrattori: è facile, sono le più intellò e cinéphile): questo suo nuovo lavoro merita la visione, specie in questa estate, come ogni estate, di cinema pigro.
Stavolta il Grande Racconto del Crimine non ruota intorno al malloppo classico di ogni polar, al grisbi fatto di banconote pressate in valigia, ai lingotti e ai gioielli, ma riguarda una partita tutta immateriale, come sono immateriali il denaro e il suo accumulo vertiginoso nei nostri tempi di finanza digitale, di luminescenti benché loschi traffici al computer. E per quanto Marchal si sbatta a rendere avvincente la truffa digital-finanziaria di cui ci mostra fatti e antefatti e conseguenze ovviamente disastrose e sanguinose, si resta scarsamente avvinti da certe spieghe astratte e astruse. Il film peraltro si ispira – pur prendendosi molte libertà e molto inventando e aggiungendo rispetto ai fatti – a un colossale raggiro del fisco ordito in Francia tra 2008 e 2009 da una banda capitanata da un franco-israeliano, raggiro basato sulle quote di emissione di CO2. Se ho ben capito, perché la faccenda è complicata assai, le aziende rimaste al di sotto del livello consentito di emissione di CO2 potevano rivendere la differenza ad altre aziende che così erano in grado di compensare i loro sforamentii. Lucrando sull’IVA di questo particolare mercato il franco-israeliano incamerò, emettendo fatture false, qualcosa come 650 milioni di euro finiti su intangibili conti offshore. Una truffa che interessò anche l’Italia, in particolare Milano, come si evince da questo articolo del 2014 del Fatto.
Nel film di Marchal il truffatore dell’anidride carbonica è un piccolo industriale che sta per chiudere per via della solita concorrenza globale e che, disperato e impossibilitato a ottenere ulteriore credito dalle banche, si butta su quell’imbroglio. Per trovare il capitale iniziale da investire si rivolge, attraverso due balordi fratelli assai addentro ai vizi e ai misteri della notte di Parigi, a un boss magrebino del narcorraffico. E intanto le cose gli franano anche sul versante privato: la moglie lo molla, il suocero che lo ha sempre disprezzato vuole portargli via il figlio e plasmarlo a sua immagine. Naturalmente, dopo le milionate di euro incassate nei primi mesi di stangata al fisco, Antoine Rica, tale il nome dell’industriale riciclatosi in truffatore in guanti bianchi, arriva la resa dei conti. E sarà scia di sangue, secondo le regole non scritte ma stringenti del polar. Una cerimonia del massacro in cui Marchal può dispiegare tutto il suo senso per l’orrore e il suo pessimismo sull’animale-uomo. Il limite di La truffa del secolo sta nell’indecifrabilià del suo intrigo, nell’impossibilità di farne una macchina narrativa avvincente e convincente, tant’è che gli autori, rendendosene conto benissimo, svoltano ben presto sul polar classico fatto di fetenti, agenti doppi e corrotti, criminali sanguinari, innocenti presi nella morsa. Mentre il Fato tesse le sue trame. Solo che che le due parti di racconto, l’immateriale del denaro che non si vede mai e la materiale di carne e sangue, non si saldano mai davvero. Ma a turbare in questo film sono le connotazioni etniche di certi suoi personaggi: il suocero ebreo con tanto di kippà, il boss arabo della droga, col rischio di cadere in pericolosi cliché. Vero che il fatto di cronaca cui il film si ispira aveva al centro un ebreo dalla doppia cittadinanza francese e israeliana, ma nella finzione filmica, visto lo spettro dell’antisemitismo sempre in agguato, sarebbe stato meglio andarci più cauti (il discorso vale anche per i due fratelli complici di Antoine, anche loro ebrei). Se come polar funziona piuttosto bene, La truffa del secolo inquieta per come maneggia certi stereotipi. Di questo tempi poi in cui l’Europa sembra regredire alle paranoie, ai complottismi e ai razzismi degli anni Trenta del Novecento. Se Carbone merita comunque la visione è anche per i suoi due interpreti maschili: Gérard Depardieu, cui basta apparire quale terribile suocero per spandere intorno a sé un’aura di minaccia, e Benoȋt Magimel, che è Antoine. Un Magimel irriconoscibile, lontano dal ragazzo borghese ed elegante di La pianista di Haneke per il quale Huppert perdeva la testa e la dignità, e adesso un quarantenne inquartato e imbolsito, come se avesse psicosomatizzato una frattura interiore, una disillusione. Ma è grazie a quel corpo così segnato, e alla fragilità che ne promana, che Maginel diventa il perfetto e memorabile non-eroe di questo polar.

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