(al cinema) Recensione: UNSANE, un film di Steven Soderbergh. Ritorno alla fossa dei serpenti

Unsane, un film di Steven Soderbergh. Con Claire Foy, Joshua Leonard, Jay Pharoah, Juno Temple, Aimee Mullins, Amy Irving. Al cinema da giovedì 5 luglio.
Tutto girato con l’iPhone (7 Plus) questo piccolo, ma non minore, film che riporta Steven Soderbergh al cinema di sala: lui, che alla Berlinale qualche anno fa aveva detto che si sarebbe dedicato solo alle serie. Per fortuna non è andata così. Perché Unsane è cinema che sa essere di intrattenimento e autoriale: merce rara. Andando in controtendenza rispetto a ogni moda attuale, Soderbergh ripesca il remoto genere della giovane donna fatta passare per pazza e rinchiusa in orrendi manicomi-prigione. Più che dalle parti di Polanski, siamo in quelle di La fossa dei serpenti con Olivia de Havilland e di Improvvisamente l’estate scorsa. Voto 8
Caro Soderbergh, non dovevamo vederci più?: intendo, al cinema. Non ci avevi detto un due o tre anni fa alla Berlinale, dopo la proiezione di Side Effects, che avresti smesso con il cinema da sala e ti saresti dedicato solo alle serie e altri dintorni televisivi? Invece, rieccoti. Rieccoci. Cosa di cui siamo sommamente contenti, noi che amiamo il tuo cinema. Un cinema che non ha eguali nel senso più letterale, in quanto assolutamente unico, non assimilabile a nessun altro oggi praticato. Che si situa in una terra di mezzo tra mainstream e autorialità, o più probabilmente in un altrove in cui le differenti strategie di prodotto – lo faccio per un pubblico largo o di nicchia? – si confondono o non esistono proprio. Soderbergh l’indipendente ma senza narcisismi sperimentalistici, Soderbergh che se ne sta fuori dai giochi degli studios grandi e medi stabilendo di volta in volta le alleanze che più gli fanno comodo, contando in primis su una factory di amici, colleghi e complici, e spesso le tre categorie coincidono. Attori che ritornano da un film all’altro, che scompaiono per un po’ per poi riapparire perché all’amico Steven non si dice di no, e Soderbergh di amici affezionati ne ha parecchi anche tra le star di peso massimo (due nomi: Channing Tatum e Matt Damon, che in questo Unsane compare nel cameo di un poliziotto specializzato in difesa domestica). Un’indipendenza produttiva guadagnata con una carriera che un giorno o l’altro qualcuno dovrà considerare e studiare con attenzione, densa di titoli eclettici, di grandi colpi al box office e altrettanto clamorosi tonfi. Inventando radicalmente (penso, solo per stare in questa decade, a Magic Mike, film definitivo sul culto del corpo e la sua centralità, e sul narcisismo come discorso costitutivo della ipermodernità) o reiventando e recuperando con genuino amore gli illustri generi che hanno fatto grande Hollywood. Come stavolta con questo bellissimo Unsane che ci ha incantato e inchiodato alla poltrona quando lo abbiamo visto lo scorso febbraio alla Berlinale (dov’era fuori concorso). Oltretutto astutamente girato con l’iPhone – così si sono abbattuti i costi, che difatti non hanno superato il milione di dollari, e velocizzati i tempi di ripresa. La prima volta di Soderbergh, ma non la prima volta in assoluto: un iPhone movie era già il bellissimo Tangerine di Sean Baker, sì, il regista del più recente Un sogno chiamato Forida. Solo che stavolta, vista l’evoluzione della specie Apple, Soderbergh è ricorso a un più avanzato iPhone 7 Plus (l’8 e l’X non erano ancora sul mercato). Come abbia fatto e come sia riuscito a ottenere una resa eccellente – anche le immagini sgranate funzionano benissimo in quanto dilatazione degli incubi della protagonista e/o restituzione porveristico-documentaristica della sua tristerrima realtà – non lo sto noiosamente a spiegare. Tanto trovate tutto alle pagine 13 e seguenti del pressbook che ho allegato alla fine di questa recensione.
A proposito di Unsane, sono stati molti a tirare in ballo come precedenti di riferimento i film di follia, delirio, claustrofobia di Roman Polanski, massimamente Repulsion, Rosemary’s Baby e L’inquilino del terzo piano: visto che anche qui c’è una donna manipolata, tenuta prigioniera (in un manicomio: non si chiamano più così, ma la dura sostanza resta quella), ossessionata da fantasmi mentali, inibita a ribellarsi e fuggire da somministrazione di farmaci pialla-cervello. Io però con Polanski vedo solo certe affinità esteriori, mancando del tutto in Unsane il senso profondo del male e l’ambiguità di cui il cinema del gran polacco è intriso. Qui, diversamente che in Repulsion, non dubitiamo mai, nemmeno per un momento, della sanità psichica della protagonista, come non dubitiamo mai del suo status di vittima. Credo piuttosto che Soderbergh voglia rendere omaggio a certo cinema della malattia mentale e dell’internamento coatto in strutture psichiatriche repressive, tra anni Quaranta e primi Cinquanta. Con l’innocente e sana di mente che viene scambiata per pazza. O che per opera di loschi figuri viene blindata, condotta alla pazzia, messa tra i pazzi acciocché venga cancellata dal mondo. E dunque si pensa a La fossa dei serpenti di Anatole Litvak con Olivia de Havilland rinchiusa in un orrorifico e turpe ospedale dei matti. E a Improvvisamente l’estate scorsa da Tennesseee Williams, dove la povera Liz Taylor rischia l’internamento e la lobotomizzazione a causa di una cattivissima Katharine Hepburn, lei sì matta da legare. Come non riandare poi un classico del genere ‘manicomi dell’orrore’ come Shock Corridor di Samuel Fuller, anche se lì a rischiare era un giovanotto e non una fragile fanciulla. Ma il riferimento più arguto e acuto lo fa Variety (è buona creanza dalle parti di questo blog citare la fonte: non saccheggiare aggratis, non appropriarsi delle idee altrui spacciandole per proprie com’è diffuso malcostume), tirando in ballo il vocabolo gaslighting. Che sta per: manipolare la psiche di una povera donna al fine di alterare la sua percezione della realtà e farla sospettare della propria salute mentale. Vocabolo entrato nel lessico angloamericano dopo il film di George Cukor Gaslight del 1944 – da noi purtroppo tradotto come Angoscia –  dove un fetentissimo Charles Boyer ricorreva a ogni possibile menzogna e suggestione e nequizia per distruggere l’equilibrio della moglie Ingrid Bergman. Ecco, Unsane, almeno nella sua prima parte, è puro gaslighting. Sawyer Valentini è una giovane donna brillante e assai in carriera. Ma non tutto è a posto nella sua vita, anzi quasi niente. Ha fantasie suicidarie, non ce la fa a stabilire decenti relazioni umane né tantomeno amorose, e non si è mai davvero ripresa dal trauma che le ha inferto uno stalker, un amico di famiglia che ha cominciato a perseguitarla dopo la morte del padre. È anche il motivo per cui ha cambiato città: solo che la paura continua. Decide di rivolgersi a un centro di supporto psichiatrico, ma, senza rendersene conto, si ritrova incastrata in una situazione senza via d’uscita. Sostenendo, carte alla mano, che lei abbia dato il proprio consenso scritto a un ricovero, quelli del supporto psichiatrico la blindano, la denudano, le mettono addosso un orrendo camicione e la scagliano in uno stanzone insieme a uomini e donne detenuti in quel manicomio-prigione da tempo immemorabile. Non sto a dire altro. La discesa al’inferno della povera Sawyer è anche quella di noi spettatori che palpitiamo per lei, patiamo insieme a lei, secondo le regole del più puro cinema identificativo-immersivo. Intanto sulla faccia di Sawyer (è Claire Foy, l’Elisabetta di The Crown: bravissima) le occhiaie si fanno sempre più profonde e più scure, come succedeva alla Mia Farrow di Rosemary’s Baby. E come in quel film, immondi beveroni fiaccano la sua volontà e la sua capacità di reagire, opacizzano i suoi riflessi.
Questa parte manicomiale e claustrofobica è notevole, di gran lunga la più persuasiva. Restituita da Soderbegh, anche grazie all’uso dell’iPhone, in tutta la sua carica di violenza psicologica. Soderbergh, che stalkerizza-insegue la sua protagonista-vittima come a incarnarne il fantasma persecutorio. Poi la seconda parte, quando i colpi di scena si succedono e Unsane scivola dal dramma pschiatrico verso un genere di detenzione-e-liberazione alla Room, è più ovvia, anche se il meccanismo spettacolare continua a funzionare bene. A conti fatti, tutt’altro che un film minore, che ci restituisce un Soderbergh più che mai di affilato mestiere e con rinnovata voglia di fare e inventare cinema. Correte, le peripezie di Sawyer lo meritano.

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