(al cinema) Recensione: DEATH IN SARAJEVO (Morte a Sarajevo), un gran film di Danis Tanovic. Il tramonto dell’Europa

Death in Sarajevo (Morte a Sarajevo – Smrt u Sarajevu) di Danis Tanovic. Con Jacques Weber, Snežana Vidović, Izudin Bajrović, Vedrana Seksan, Muhamed Hadžović. Bosnia-Herzegovina. In programmazione allo Spazio Oberdan di Milano fino al 18 luglio 2018, VO con sottotitoli.
201613856_2A Sarajevo si stanno per ricordare i cent’anni del colpo di pistola all’arciduca Franz Ferdinand. E nel miglior albergo in città ci si prepara ad accogliere illustri ospiti da tutta Europa. Ma dietro la facciata tirata a lucido stanno per esplodere tensioni sociali e mai sopiti odi etnici. Ci sarà un altro fatale colpo di pistola. Danis Tanovic, già premio Oscar per No Man’s Land, torna a mostrarci l’eterna polveriera balcanica. Con qualche cliché di troppo, ma con una lucidità e una potenza che lasciano il segno. Un film presentato alla Berlinale 2016 (dove ha vinto il Gran premio della giuria) e adesso in qualche cinema italiano, Non perdetevelo se potete. Voto 7 e mezzo
201613856_1Recensione scritta dopo la proiezione del film alla Beroinale 2016.
C’è sempre un colpo di pistola fatale a Sarajevo. Come quello del nazionalista serbo Gavrilo Princip che uccise il 28 giugno 1914 l’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando e spinse l’Europa verso il precipizio della guerra. Come quello che chiude, con conseguenze certo più circoscritte ma devastanti per le coscienze, questo Morte a Sarajevo. Danis Tanovic, credo l’unico bosniaco ad aver vinto l’Oscar (per No Man’s Land), realizza un film assai ambizioso e strutturato con chiari intenti di metafora e esemplare apologo su Sarajevo, la Bosnia, i paesi ex jugoslavi, l’Europa tutta. In occasione dei cent’anni dell’attentato che avrebbe cambiato il mondo viene organizzata nella capitale bosniaca una cerimonia-evento con partecipazione di molti illustri ospiti, politici e non, da tutto il continente. Per il proprietario dell’hotel più prestigioso in città è l’occasione del rilancio, la possibilità di rinfrescare i lontani fasti delle Olimpiadi di Sarajevo, e dei tempi della Jugoslavia gloriosa quando campioni e star e varie celebrità arrivavano con il loro entourage. Adesso l’albergo Europa dietro alla facciata sempre splendente e tirata a lucido non se la passa bene. I debiti sono alti, le banche han tagliato i crediti, da mesi non si pagano gli stipendi tant’è che il personale sta preparando uno sciopero approfittando della ribalta mediatica offerta dall’imminente evento. L’hotel è, fin troppo simbolicamente, la Bosnia, è la ex Jugoslavia, è l’Europa, il luogo in cui convergono e si sommano fino ad arrivare al punto di esplosione le divisioni sociali e gli odi etnici che non si sono mai davvero sopiti, tutt’al più sono rimasti occultati dietro le quinte. Film corale, in cui Tanovic segue e insegue plurimi personaggi e le loro traiettorie, e non si può non pensare all’archetipico Nashville di Atman, con in più interminabili piani sequenza e frenetici walking-and-talking lungo corridoi e cunicoli sotterranei che ricordano il Birdman di Iñarritu. Ecco il proprietario strozzato dai debiti, ecco la giovane, brillante manager dell’hotel, costretta a schierarsi con il datore di lavoro anche se dall’altra parte della barricata c’è la madre, responsabile della lavanderia, a guidare gli scioperanti. E ancora, il losco figuro che gestisce il club di donne e gioco d’azzardo giù nel basement e incaricato dal fetente padrone di dissuadere gli scioperanti con minacce e aggressioni fisiche. Sulla terrazza vista Sarajevo una giornalista assai decisa intervista storici e commentatori sulla travagliata storia del Novecento di Sarajevo, su come la memoria sia ancora divisa, e gli animi pure. Con Princip eroe per i serbi e terrorista per gli altri. Per non parlare della guerra degli anni Novanta, e dell’assedio dei serbo-bosniaci alla città, e del massacro di Srebrenica. Ma l’intervista più interessante è con un discendente dell’attentatore che porta il suo stesso nome, un Gavrilo Princip fiero della sua appartenenza etnica, ardente nel sostenere la causa di ieri, oggi, domani del serbismo. L’incontro con la giornalista si trasforma presto in un corpo a corpo dialettico dove non si risparmiano colpi, ed è la parte migliore del film, quella che meglio riesce a trasformare il grande discorso in vera, appassionante narrazione. Quanto vuol dirci Tanovic è anche troppo trasparente. Le lacerazioni lasciate dall’attentato all’arciduca non si sono mai ricomposte e i suoi veleni hanno continuato ad alimentare l’eterna guerra balcanica nella sua sottovariante bosniaca, forse la pià feroce, fino ai tremendi anni Novanta. È la violenza endemica dei Balcani, è il feticismo delle armi e l’esibizione machista della forza, quasi un tratto antropologico che accomuna tutti al di là delle diverse appartenenze. Morte a Sarajevo è un ritratto allarmante e amaro, senza troppe illusioni. La Bosnia post-bellica non ce l’ha fatta a ricomporsi e creare una identità condivisa, la corruzione e l’illegalità dilagano. E l’Europa? Ci fa una pessima figura. La incarna simbolicamentr un attore trombone venuto da Parigi a recitare una pièce sulla Bosnia di Bernard Henri-Lévy, e non è un bel sentire e un bel vedere. Manca però il sia pur minimo accenno ai nuovi problemi che in Bosnia si aggiungono adesso ai vecchi e sempre irrisolti, come l’islamizzazione sempre più estesa e certe radicalizzazioni jihadiste. Troppo programmatico, troppo costruito e con tesi incorporata: ho sentito parecche critiche su questo film. Vero, Tanovic mette in piedi un concept movie assai cerebrale e freddo, volto a dimostrare e denunciare, quasi un mind-game. Ma è bravissimo nel fluidificare questo nocciolo duro in un racconto efficace, nonostante qualche cliché di troppo (il padrone che cerca di farsi la manager). Con un finale, quel colpo di pistola e quella vittima innocente anche se forse colpevole (ed è una meravigliosa ambiguità che il film giustamente non scioglie), che lascia il segno. In una Berlinale che finora ha presentato troppi film mediocri Morte a Sarajevo è tra le cose migliori.

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