(al cinema) Recensione: PAPILLON, un film di Michael Noer. Un remake non così necessario

Papillon, un film di Michael Noer. Con Charlie Hunnam, Rami Malek, Luka Peros.
Delude questo remake del mitologico prison movie (con fuga) del 1973, starring Steve McQueen. Non c’è epica, non c’è grandezza, tutto è girato al risparmio in location prive di ogni suggestione. E Charlie Hunnan, nonostante una certa somiglianza con McQueen, non ne ha mai il magnetismo, il bagliore da star. Un B-movie non necessario e alquanto vetusto (i contemporaneo e ipermoderno qui c’è solo l’esibizione ossessiva del corpo maschile denudato, sansebastianizzato, offerto allo spettatore). Voto 4 e mezzo
Un B-movie, ecco. Il grandioso epic del prigioniero all’Isola del Diavolo che ce la fa a sopravvivere a ogni sopruso e nefandezza ridotto qui a film qualunque, anonimo, seriale. Senz’anima e senza corpo, nonostante i bicipiti e i pettorali copiosamente tatuati esibiti dalla sua folla di galeotti. Di modeste ambizioni e ancora più modesti risultati. Realizzato in una povertà di mezzi evidente, in location che non possono che essere piccine e inadeguate (Malta, Montenegro, Serbia) se raffrontate a quelle tropicali di naturale immensità descritte dal libro originale. Perché in principio (lo dico a chi per appartenenza generazionale non se lo può ricordare) fu un libro. Un’autobiografia, una vita, di tale perfezione narrativa da sembrare l’invenzione di un romanziere di genio a vocazione popolare. Redatta da un signore di nome Henri Charrière che un giorno degli anni Sessanta fece recapitare a un editore parigino le sue memorie scritte e riscritte e corrette su una massa informe di quaderni, quadernucci, pagine strappate, fogli. Di lì a non molto quel memoir sarebbe diventato un colossale bestseller tradotto e venduto in tutto il mondo a milioni di copie (un successo oggi difficilmente replicabile) con il titolo Papillon, farfalla. Come il tattoo sul petto del protagonista, lestofante francese finito, dopo essere stato incastrato per un delitto non commesso, nel peggio carcere della République: all’Isola del Diavolo, Guyana francese, Caienna, di quei posti a sola andata e ritorno mai. “Nessuno è riuscito a evadere da qui”, tuona il sadico direttore. Ma Papillon detto Papi (e come si fa a non pensare al Berlusca olgettinato) sopravviverà alle peggio sopraffazioni, a ogni infamia, e proverà, riproverà. Ce la farà. Storia squisitissimamente francese, certo universale nelle sue risonanze ma affondata negli umori profondi della République e dei républicains (il senso dello stato e la venerazione dell’autorità comune a tutti, criminali compresi). Oltretutto modellata, pur essendo reale o almeno dichiarata come tale, sull’archetipo narrativo anche quello transalpinissimo del Conte di Montecristo, in un eterno ritorno della parabola dell’ingiustamente carcerato che sogna (e realizza) l’evasione e la vendetta. Papillon, inteso come libro, e il suo autore sono una scheggia pura di Francia, comunque li si guardi e giudichi. Eppure a trarne un film solo pochi anni dopo l’uscita dell’autobiografia – era il 1973 – fu l’America, fu Hollywood. E ancora non si riesce a capire come il cinema francese si sia lasciato sfuggire una storia così sua, che gli era naturalmente destinata e congeniale, avendo oltretutto allora a disposizione due star perfette per il main character, Alain Delon e Jean Paul Belmondo (soprattutto il secondo). Invece fu Steve McQueen a diventare su schermo la farfalla Henri Charrière, fu un blacklisted come Dalton Trumbo a cofirmare la sceneggiatura, fu Franklin Schaffner, già cinebiografo di un’altra figura bigger-than-life come Patton, a dirigere il film. Che fu trionfo globale, assestandosi come culto imperituro di ogni coatto. Con Dustin Hoffman quale Louis Dega, il falsario (di buoni del tesoro francesi) spedito in Guyana sulla stessa nave di Papillon e subito suo amico e complice là all’inferno. In una strana coppia, tra le più strane coppie maschili che il cinema ci abbia mai dato, che ritroviamo tale e quale pure in questa nuova e assai inferiore versione filmica. Con Rami Malek, attore californiano di famiglia egiziana, nel ruolo che fu di Hoffman, mentre al posto di Steve McQueen c’è Charlie Hunnan (avete in mente? L’esploratore amazzonico di The Last City of Z, il King Arthur del brutto fantasy-cavalleresco di Guy Ritchie, assai somigliante a McQueen e forse scelto per quello ma legnoso, sciapo, inesorabilmente privo della dote di ogni vera star, il magnetismo, la capacità di accendere lo schermo e il desiderio).
Che questo Papillon remakizzato sia poca cosa lo si vede subito, fin dal prologo nella Parigi anni Trenta con Henri ambizioso piccolo gangster innamorato di una prostituta e incastrato da un boss. Non si erano mai viste scene così brutte e sciatte,  improbabili e goffe di vita notturna parigina, di fumose ed equivoche caves, di donne in vendita, anche per via di facce e corpi inadeguati e scelti malissimo e mossi dal regista sullo schermo anche peggio. Un disastro. Ma anche la parte di Papi prigioniero con direttore e secondini aguzzini e compagni di sventura torturati, affamati, ghigliottinati, morti di fatica e stenti non è meglio. Tutto è finto e inattendibile, come realizzato da chi quei tempi non solo non li conosce ma non li sa nemmeno immaginare (mai visto signor Noer un film di quegli anni?). Il modello di riferimento sembra se mai quello dei rozzi B-movies anni Novanta di action hero come Van Damme, Chuck Norris, Dolph Lundgren, senza nemmeno quella ribalda selvaggeria, quella celebrazione sottoproletaria del testosterone. E sono sconfortanti le misere location, campi di detenzione e di lavoro coatto su scala minuscola, esterni di jungla per niente impenetrabile e lussureggiante. Certo, la storia di questo ennesimo Montecristo tiene ancora, come no, e si resta in qualche modo avvinti alle avventure e disavventure di Papi e Dega, ma è un cinema vetusto che avrebbe abbisognato di reinvenzioni più decise per funzionare davvero. Di diverso e contemporaneo e ipermoderno c’è solo l’ossessiva esibizione del corpo maschile denudato mostrato feticizzato ferito martoriato sansebastianizzato in ogni sua possibile e scolpita fibra muscolare. Tant’è che questo sembra a tratti un Papillon in versione gay. Un’omosessualizzazione in cui rientra anche la relazione tra Papi e Dega, qui spinta al di là dei confini della classica amicizia virile (francamente, si stenta a capire tanto reciproco attaccamento e tanta dedizione in assenza di una qualche attrazione. O forse è cambiata la nostra percezione, sicché quello che un tempo – ai tempi del libro e del film con McQueen-Hoffman – era implicito, non detto, confinato nel sottotesto, tutt’al più alluso, oggi, nell’era dell’esplicito e della trasparenza obbligatoria, ci appare netto, chiaro, inequivocabile, privo di ombre e sfumature).

Questa voce è stata pubblicata in al cinema, cinema, Container, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi