(al cinema) Recensione: UNA LUNA CHIAMATA EUROPA (Jupiter’s Moon), un film di Kornél Mandruczó. Distopia Budapest

0a3785c8a881e16cd220df4cb8f7d028Una luna chiamata Europa (Jupiters’s Moon), un film di Kornél Mandruczó. Con Merab Ninidze, Zsombor Jéger, György Cserhalmi. Al cinema da giovedì 12 luglio distribuito da Movies Inspired.
35bc72a43029e530333dd5f2a0e33ff8Il più fischiato al festival di Cannes 2017. Eppure l’ungherese Una luna chiamata Europa, bizzarro e allarmante com’è, merita di essere visto adesso che esce nei nostri cinema. Un film che, partendo dalla crisi dei rifugiati, ci mostra l’Ungheria di oggi trasformata in società distopica divisa tra un potere spietato e i migranti nuovi paria. Ma non si tratta di un film-manifesto, il regista la butta se mai sulla parabola forse evangelica forse no. Anche, una fiaba nera assai centroeuropea. Con qualche greve simbolismo di troppo. Voto 6 e mezzo
b9af7726699b194f0c3a1507c1eeec22Che buuh, anzi che muggiti alla fine del press screening di questo film l’anno scorso a Cannes. Mai sentiti così stentorei a un festival. Certo, l’ungherese Jupiter’s Moon (tortuosamente diventato in Italia Una luna chiamata Europa: sì, va bene che il satellite più conosciuto di Giove ha per nome Europa, ma insomma) è di quei film che sembrano pensati apposta per mandar fuori di testa sia il critico istituzionale da salottino buono come il jeune critique solo apperentemente non conformista e in realtà allineato al pensiero prevalente del (suo) branco. Perché questo film sfugge a ogni classificazione, non si lascia infilare in nessuna categoria, nemmeno in quella del politicamente corretto. Tutti si aspettavano un film militante pro rifugiati e magari un manifesto contro quel fascistone di Viktor Orban reo di aver costruito un muro, o un muretto, per non fare entrare in casa sua i siriani risaliti lungo la rotta balcanica. Invece Una luna chiamata Europa scompiglia le carte che tutti credevano di aver già in mano dopo lettura (dis)attenta della sinossi, parla sì di rifugiati, ma si guarda bene dal santificarli, mostrandoci anzi un attentato terrorista in metropolitana opera di jihadisti. E quando santifica lo fa secondo la tradizione cristiana, facendo del suo protagonista una specie di angelo, non si sa se salvifico o sterminatore. Il regista Kornél Mandruczó che già ci aveva dato un saggio della sua vena bizzarra e anarcoide con White God vincitore a Cannes 2015 di Un Certain Regard, dove metteva in scena la rivolta dei cani senza collare e senza padrone in una livida Budapest, continua sulla strada di un cinema disturbante e anomalo e solo suo. Denso di intuizioni quanto di derive in un fantastico plumbeo e catramoso irto di simbolismi francamente grevi. In White God l’impresa gli era riuscita meglio anche perché i cani, si sa, al cinema sono sempre possenti macchine creatrici di consenso, qui può contare solo sugli umani, che non raggiungono lo stesso indice di gradimento. Per mezz’ora e più si cerca di capire dove voglia andare a parare con la sua strana parabola, poi ci si rende conto che non c’è nessuna tesi incorporata nel film, che si tratta solo di un congegno narrativo autistico e autoreferenziale che cresce su se stesso e senza un obiettivo intellegibile. A contare è solo quello che vediamo, la pura narrazione. In una clima da fiaba nera e anche di noir metropolitano, in una città che si immagina essere Budapest, totalmente astratta e ridotta a scenario di loschi figuri e teatro di una violenza sistemica. I rifigiati siriani della rotta balcanica sono i nuovi paria, il nuovo popolo dell’abisso, il bersaglio di un potere poliziesco armato che li insegue e li stana e non esita a ammazzare in nome dell’ordine. La città è uno spazio distopico dove impera la caccia ai fuggitivi, mentre la popolazione assiste o non assiste indifferente. Ombre sinistrissime e assai weimariane-espressoniste si allungano sugli ambienti e gli umani, si sente la vicinanza geografica e culturale del praghese Golem e del conte Dracula, domiciliato non così lontano, in Trasilvania. Incombe, più che la tragedia, un senso costante di minaccia. Nessuno può sentirsi al sicuro da quel sistema di controllo sempre più pervasivo e paranoico.
Non ha il tocco della leggerezza, Kornél Mandruczó, ma il suo oggi distopico lo sa mettere in scena con sapienza, è abilissimo nel manovrare la macchina da presa (spesso frenetica e survoltata) e nel creare atmosfere torbide. Il guaio è che non sa esattamente cosa voglia raccontare, dunque sbanda, imbocca una pista e poi l’abbandona, con personaggi che si muovono sul crinale tra bene e male con troppa disinvolturai. Però nei momenti migliori il suo teatro della paura e delle ombre porta dritto, se non a Kafka, almeno al Carol Reed del Terzo uomo (Budapest non è mica così lontana da Vienna). Nell’Ungheria dove il migrante clandestino è considerato un reo da perseguire e coloro che lo aiutano dei complici, il giovane Aryan, in fuga da Homs insieme al padre e ansioso di ricollocarsi in Europa, finisce sparato da un poliziotto carognissima mentre tenta di passare la frontiera con altri disgraziato. E però dopo l’incidente, come il protagonista di Lo chiamavano Jeeg Robot, per misteriose ragioni acquista un superpotere, quello di levitare. Di volare. Lo prende sotto la sua (interessata) ala protettrice un medico che sta perdendo il lavoro e ha bisogni di soldi, e che vede in quell’inconsapevole angelo venuto dall’inferno siriano un aiuto, forse un segno del destino. Segue una storia assai confusa, in cui il medico fa esibire il suo uomo che volo dietro pagamento,  in una relazione ambigua, forse anche venata di omoerotismo, che ricorda quella tra Tognazzi e la Girardot di La donna scimmia di Marco Ferreri. Ma Aryan, sembrano suggerire i momenti più onirici e scatenati del film Mandruczó, è il segno non solo del riscatto dei reietti, ma anche il messaggero di un oltreumano (di un divino?) che l’attuale secolarizzazione ci impedisce di cogliere. Tutto girato alla velocità di un noir, secondo il modello dei film caccia-all’-uomo. La sceneggiatura vagola senza troppa coerenza quasi a seguire gli impulsi del regista, la figura del medico oscilla tra la carogna e l’eroe, e però io dico: avercene di film malriusciti come questo però così sfacciatamente vitali, che osano e sabotano ferre convinzioni e convenzioni. Ovvio che a Cannes 2017 dopo la pessima accoglienza non abbia beccato il benché minimo premio e si finito in fondo alle classifiche bon ton delle riviste che seguono il festival. Ma io preferisco Jupiter’s Moon a certi smorti compitini come La stanza delle meraviglie di Todd Haynes, che ha suscitato sempre a quel Cannes incomprensibili entusiasmi. No grazie, meglio il cinema sconveniente di Mandruczó.

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Una risposta a (al cinema) Recensione: UNA LUNA CHIAMATA EUROPA (Jupiter’s Moon), un film di Kornél Mandruczó. Distopia Budapest

  1. Sam Simon scrive:

    Lo vidi al festival del cinema l’anno scorso e sinceramente non mi convinse per niente, quindi capisco perfettamente la tua critica poco entusiasta.

    In più a me è sembrato semplicemente un tentativo di capitalizzare sui recenti fatti di cronaca senza grandi idee a supporto, quindi per me non si salva nemmeno per gli intenti!

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