(al cinema) Recensione: STRONGER, un film di David Gordon Green. L’eroe riluttante

Stronger – Io sono più forte, un film di David Gordon Green. Con Jake Gyllenhaal, Tatiana Maslany, Miranda Richardson, Clancy Brown.

Storia vera dell’everyman Jeff Bauman, ferito nell’attentato alla maratona di Boston. Della sua lenta risalita. Del suo essere diventato un eroe popolare, simbolo della resistenza al radicalismo islamista. Ne poteva uscire uno stentoreo film-proclama. Invece il regista David Gordon Green scansa ogni retorica e realizza il ritratto in chiaroscuro di un uomo in fuga dal ruolo di eroe. Voto tra il 7 e l’8
Leggi: ‘questo film ricostruisce la storia di uno dei sopravvissuti all’attentato alla maratona di Boston’ (bomba rudimentale lanciata da due islamisti, venuti se ricordo bene da qualche parte del Caucaso, sulla folla assiepata al traguardo). Ecco, leggi la sinossi e il primo impulso non è di correre a vederlo, ma di scappare. Perché ti immagini già la dose oltre ogni tollerabilità di retorica veteropatriottarda e neotrumpista sull’everyman, sul forgotten man che, perse le gambe in quell’attentato, stringe i denti, non si abbatte, supera ogni ostacolo e finalmente si rialza. Letteralmente, grazie a sofisticate protesi. Per carità, ti dici, storia nobile, e magari ce l’avessimo noi quella tigna tutta americana di non mollare mai, che chissà dove saremmo adesso nel ranking mondiale. Solo che ne abbiamo viste e sentite troppe di storie simili. Poi. Poi guardi il nome del regista, David Gordon Green, pensi alle sue cose precedenti belle o bellissime (Prince Avalanche, Joe), e ti si insinua il dubbio, e la speranza, che questo film possa essere meglio, intendo, meno appiattito sul modello narrativo dell’eroe qualunque che fa cose straordinarie, del solo chi cade può risorgere.
Difatti. Stronger alla visione si rivela infinitamente meglio di come si annuncia e di come te lo aspetti. Di quei film che riescono a scompigliare i tuoi pigri pregiudizi. Eppure, all’osso, la storia è proprio quella. Jeff Bauman, anni 27, si piazza al traguardo della Maratona bostoniana (siamo nel 2013) per accogliere degnamente la sua ragazza in corsa. Che dire la sua ragazza è un filo azzardato. Son stati insieme, si son lasciati, si sono ripigliati,  si sono rilasciati, e adesso Jeff cerca di convincerla a riprendere (la fin troppo paziente Erin lo accusa di indolenza, di non volere abbandonare casa di mamma – una matriarca distrutta dall’alcol ma iperprotettiva, invadente, egemonica – per metterne su una con lei, e una vita con lei). Dunque, storia proletaria media e qualsiasi, se non fosse che poi quella bomba trancia le gambe a Jeff e lo scaglia in una sfera di eccezionalità. Ma, anziché farsi parabola esemplarisssima e edificante di una rinascita, Stronger va a indagare con taglio e piglio di realismo americano (siamo lontani dai Dardenne o dal cinema rumeno: qui la messinscena e l’attenzione alla scrittura restano soverchianti anche quando si mimano il vero e la vita, e si finge il cinema del reale, lo stesso vale per la sceneggiatura e le perfomance attoriali: smaglianti) in un microcosmo di forgotten people impegnata nella guerra di sopavvivenza, tra lavori precari e malpagati, case prossime allo sfascio, pessimi stili di vita di troppo alcol, troppo junk food, ciucche moleste e obesità impresentabili. Jeff è venuto fuori da lì, con una madre rimasta sola a tirar su quel figliolo che ama fino a soffocarlo e togliergli ogni slancio vitale e oltretutto arruffata e isterizzata dai troppi drink ingurgutati, ed è lì che Jeff ritorna dopo essere stato dimesso dall’ospedale, con quelle gambe mozzate appena sopra il ginocchio.
Tratto dal libro autobiografico di Bauman, Stronger non ci tace niente, non ci nasconde la rabbia di Jeff, la sua fatica ad accettarsi mutilato, invalido, nonostante la sua buona creanza e il suo carattere mite lo portino a non mostrare rabbie e incazzature e disperazioni, e nonostrante si controlli per non urtare Erin che si sta (anche quello è eroismo) prendendo cura di lui. E la madre, sempre addosso, sempre presente, da sbronza o da sobria. Ma l’insofferenza di Jeff è soprattuto verso il gran circo che gli è stato montato intorno. Jeff, proclamato subito, e senza che lui si senta di meritarlo, eroe di Boston, il simbolo della resistenza americana al terrorismo islamista. Interviste una via l’altra, e perfino una visita di Oprah, e poi il team locale di baseball che lo invita al primo lancio in uno stadio che lo acclama.
David Gordon Green conduce con finezza e senza imboccare le scorciatoie della denuncia facile e populista questa parte del racconto, dandoci il magnifico ritratto di un uomo qualunque costretto a calarsi nella parte dell’eroe che gli han cucito addosso e non sente sua, da cui vorrebbe scappare per rifugiarsi nell’anonimato. E, insieme, David Gordon Green ci consegna la radiografia di un’America bianco-popolare non così raccontata al cinema (mi viene in mente quel gran film che è Fighter di David O. Russell) e vista quest’anno anche in I, Tonya, che qualche punto di contatto con Stronger ce l’ha. Ma il film cui si pensa subito è il bellissimo e trascuratissimo Billy Lynn – Un giorno da eroe di Ang Lee, che andava a indagare le ricadute su psiche e percezioni e vita di un ragazzo assurto di colpo a eroe (di guerra, in Iraq). E sarebbe il caso di capire come mai sia Stronger sia Billy Lynn siano stati al box office americano un bagno di sangue, tra i flop peggiori degli ultimi anni (non salva il film di David Gordon Green neanche la presenza di una star come Jake Gyllenhaal in un’altra delle sue interpretazioni trattenute e introflesse, dove a parlare son soprattutto gli occhi). La rivincita nell’era trumpista del forgottten man di maggioranza (minoranza?) bianco-caucasica non porta in automatico al successo dei film che raccontano lo stesso tipo socioantropologico. Forse perché l’America profonda e popolare, e non solo l’America, non ha nessuna voglia di specchiarsi in storie che le rimandano addosso le sue miserie e la sua subalternità.

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