Film stasera in tv: ANNA KARENINA di Joe Wright (merc. 11 luglio 2018, tv in chiaro)

Anna Karenina di Joe Wright, Rete 4, ore 23,30. Mercoledì 11 luglio 2018.
Recensione scritta dopo la proiezione al Torino Film Festival 2012.
img_04-700x466Anna Karenina, regia di Joe Wright. Sceneggiatura di Tom Stoppard. Con Keira Knightley, Jude Law, Aaron Taylor-Johnson, Kelly Macdonald, Matthew Macfadyen, Domhnall Gleeson, Ruth Wilson, Alicia Vikander, Olivia Williams e Emily Watson.

annak19-700x466Tolstoj incontra Moulin Rouge! Il regista Joe Wright (quello di Espiazione) rimette in scena una delle più celebri e raccontate storie d’amore di sempre riambientandola in una sorta di gran teatro, tra fondali posticci e dipinti, puntando sull’artificio, il barocco, l’antinaturalistico. Come un musical. Come un’opera. Revisione azzardata e rischiosa, anche oltraggiosa, ma di coraggio indubbio, e non insensata, anzi. Operazione che applica alla lettera l’equazione antica tra scandalo e spettacolo (“non dare scandalo! non dare spettacolo!”) e dunque fa dello scandalo di Anna uno show per l’alta società. Operazione che qualche volta sprofonda nel kitsch e però, quando riesce, riesce alla grande. Voto tra il 7 e l’8annak08-700x466Un film arrischiato. Un film che punta in alto e sbaglia molto, moltissimo, però quando ci prende, signori, è spettacolo vero. Molta stampa qui a Torino dopo la proiezione ha storto il naso, diciamo che l’accoglienza è stata mista. E chi s’è indignato per via del kitsch spudorato, chi per il mulinar di braccia di Keira Knightley, chi per l’abuso di melodramma con lacrima incorporata. Ah il cine-bon ton infranto!, un peccato che non viene perdonato facilmente. Sembra di sentirle certe voci inorridite: ma come si permettono questo Joe Wright e il suo sceneggiatore (che, ricordo, è un certo Tom Stoppard) di immergere Tolstoj in un delirio scenografico-visuale, anzi nella baracconata? No, non si fa. Che poi, a pensarci bene, è esattamente la critica che le madame di San Pietroburgo muovevano alla povera Karenina colpevole di fregarsene del legittimo consorte e di scoparsi il più appetitoso Vronskj. Questo film sta al solito period-movie con crinoline, anche di ottima confezione intendiamoci, esattamente come Anna Karenina stava alle convenzioni etico-sociali della Russia secondo Ottocento. Non uso l’orrenda parola trasgressione, tantomeno l’ancora più inusabile rivoluzione: dico piuttosto sfida, azzardo, scommessa. Ecco, questo film è una sfida, un azzardo. Due ore durante le quali si dipana una delle storie d’amore più celebri di sempre, quella che è sì un inno, ma anche una meditazione sconsolata sull’amor romantico e i suoi effetti (e si resta basiti davanti alla lucidità e alla preveggenza di Tolstoj). La passione come autenticità, come espressione del Sè autentico, contrapposta all’inautenticità e all’ipocrisia delle regole, della legge, che è sempre legge maschile, legge del padre. Un paradigma che ancora ci portiamo dietro e dentro, e c’è da chiedersi quanto di vero contenga e quanto di illusorio. ‘Danzate con me?’, chiede il conte Vronskj. La sventurata rispose. E tutto ebbe inizio.
Anna perde la testa, resta incinta dell’amante, viene prima ripudiata e poi perdonata dal marito. Ma non c’è scampo, e sappiamo come finirà. Lo scandalo. La riprovazione sociale e l’esclusione. L’eroismo degli amanti che si ergono contro il mondo. Anna che riassume e simbolizza un’intera condizione femminile. Più, intorno ai due amanti, un’infinità di personaggi collaterali e sottotrame da restare rapiti e sbalorditi ancora oggi. Una storia tante volte ri-raccontata, dunque usurata, logorata ai limiti dell’irrappresentabilità. Dovendosi confrontare con il fantasma di Greta Garbo il regista e gli autori hanno, secondo me giustamente e giudiziosamente, scelto un’altra strada, profondamente revisionista (almeno nello stile e nella messinscena, se non nei contenuti; anche se mi pare che ci sia una certa rivalutazione del personaggio di Vronskj, ma dovrei riprendere in mano il romanzo e confrontare). Si colloca la vicenda in un teatro – si fa del teatro nel cinema – tra fondali dipinti e quinte di cartapesta, si sottolinea l’artificio, la messinscena; la recitazione è ora sovraccarica ora stilizzata, comunque antinaturalistica. Blocchi girati come numeri di musical, con personaggi che si muovono (e oggetti che cadono, si infrangono, collidono) al ritmo dettato dalla musica e la macchina da presa che vortica, avvolge, si muove in carrellata splendide e interminabili. Karenina spesso al centro della scena coma una diva o una santa o un martire. Intere scene quasi danzate. Momenti memorabili, come il ballo che segna il primo contatto fisico tra Anna e Vronskj. La cupola del teatro che si apre a mostrare il cielo, e la parete che si apre sulla steppa e sulla neve. La corsa dei cavalli in un interno quasi da circo. No, non è la Anna Karenina di Clarence Brown con Garbo, nemmeno quella (bellissima) di Sandro Bolchi per la Rai con una indimenticabile Lea Massari. Joe Wright oltraggiosamente si rifà al barocchismo e al pastiche nello stile del seminale Moulin Rouge! di Baz Luhrmann, ma recupera anche gli eccessi dell’opera, fellineggia e mi pare si ispiri pure al Ken Russell russo-visionario, spudoratissimo e camp, di L’altra faccia dell’amore. E poi, Bob Fosse, Powell e Pressburger, perfino Brecht in certo straniamento iperconsapevole. Spesso funziona, a volte per niente. La parte iniziale è magnifica, la parte ultima la più debole, con cedimenti vistosi (la bambina che corre nel prato, gli spettatori-manichino che affollano la scena del suicidio di Anna). Però i dialoghi sono torniti e cesellati come meglio non si potrebbe, il romanticismo vi è come distillato ed essenzializzato, sublimato, e ci sono scene da cui lo spettatore è letteralmente travolto. Certo, viene il sospetto di una certa cerebralità, come se il regista Joe Wright non seguisse sue proprie inclinazioni ma si attenesse freddamente a un progetto. Ma a conti fatti, in questo film così inaspettato i segni più sopravanzano di gran lunga i meno. Keira Knightley è forse il punto debole del film, dà l’impressione di non sostenerne completamente il peso, ci sarebbe voluta la Kidman dei tempi d’oro. Jude Law come Karenin è grandissimo, più invecchia e più capelli perde e più diventa bravo. Aaron Taylor-Johnson è, come Vronskj, l’adeguata macchina del sesso che dev’essere.

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