(al cinema) Recensione: ESTATE 1993, un film di Carla Simón. Lo sguardo di Frida

Estate 1993, un film di Carla Simón. Con Laia Artigas, Paula Robles, Bruna Cusì, David Verdaguer, Fermí Reixach, Montse Sanz, Isabel Rocatti. Distribuito da Wanted Cinema.
Perché Frida, 6 anni, ha lasciato Barcellona ed è andata a vivere dagli zii? La catalana Carla Simón, al suo primo lungometraggio, racconta un’infanzia complicata in un film (in parte autobiografico) di esemplare misura e delicatezza. Che è anche, a modo suo, un bilancio della Spagna post franchista e delle sue trasgressioni e movide. Voto 7+
Non ci vengono date spiegazioni, almeno a inizio film, del perché Frida, 6 anni, abbia lasciato la casa in cui è cresciuta a Barcellona e sia finita lì, in campagna, sulle colline della Catalogna, dagli zii e dalla nonna. È estate, dunque si pensa a una vacanza. Eppure intuiamo ben presto che non si tratta della solita villeggiatura, piuttosto di una sorta di altra vita, di una nuova vita, parallela e forse sostitutiva della precedente. La tattica narrativa della regista e sceneggiatrice Carla Simón – trentenne, catalana, qui al suo primo lungometraggio – è quella del tacere, del velare, tutt’al più dell’alludere disseminando minimi inizi affinché sia lo spettatore a interrogarsi e a dedurre il retroterra di Frida, il prima, il cosa l’abbia condotta lì, lì tra i boschi, i campi, l’acqua di torrenti e rogge e pozze. Ma è anche, quella di Simón, scelta estetica, di stile, ridurre al minimo ogni artificiosa narratività, ogni egemonia sfacciata di storyrelling, per privilegiare i modi del cinema del reale e cogliere la protagonista bambina nel suo vivere senza ingabbiarla in una sceneggiatura rigida. Ed è, ancora, scelta etica, perché l’uso educato e mai invasivo della mdp da parte della regista è rispetto dell’altro, è interrogarsi sul cinema e tentare di realizzare un cinema non prepotente, volutamente indebolito e fragile. Estate 1993 ha la grazia e la pulizia, nei suoi momenti migliori, fermi in una sospensione incantata, di certo Rossellini, macchina da presa a fissare natura e paesaggi quasi intercettando e restituendo l’alitare del vento, la trasparenza dell’aria (Viaggio in Italia, per dire).
È procedendo per minimi sussulti e per accumulo di dettagli apparentemente insignificanti che il film ci fa scoprire come Frida sia stata portata lì dagli zii dopo che la madre e il padre sono morti. Di Aids. Niente ci viene detto di loro, niente ci dice di loro la stessa Frida che sembra non avere ricordì né presentare, almeno in superficie, particolari tormenti e traumi. E se c’è da parte sua percezione del dolore e sentimento della perdita lo possiamo intuire solo attraverso certo suo non adattamento, certi suoi modi bruschi e asperità, o attraverso il suo non essere per niente protettiva anzi ostile e rabbiosa verso la picccola (e più simpatica di lei) cugina di due anni. Estate 1993 è un racconto di formazione, ma senza riti di passaggio espliciti, perché la discrezione e la delicatezza sono la cifra del film. Anche se questa lodevolissima misura, questa giusta distanza rispetto a ogni dramma e melodramma, o almeno rispetto alla loro esibizione smaccata, rischia di spegnere l’interesse dello spettatore. La probità di Estate 1993 rischia continuamente di ritorcerglisi contro e di confinarlo in una piattezza atona. Ma è il pericolo, sempre, dei film austeri. Sicché in corso di proiezione si va, noi spettatori, alla ricerca di un qualche nucleo forte, o meno debole, di un grumo di racconto cui aggrapparci, di personaggi che siano meno stemperati, e un simile personaggio lo si trova, si crede di trovarlo, nella figura della nonna, meravigliosamente borghese e vecchia Spagna, la Spagna prima di ogni rivoluzione e movida. Pur così amorevole verso la sventurata piccola nipote, probabilmente non ha mai capito e approvato quella figlia, la madre di Frida, che si è allontanata da lei per vivere rivolte esistenziali estreme che l’hanno portata alla malattia, alla morte per Aids. Intuiamo una lacerazione familiare che però Carla Simón, la quale mette in Estate 1993 parecchio della propria vita (anche lei ha perso i genitori per Aids ed è stata adottata dagli zii), ci fa intravedere appena senza mai raccontarcela davvero. Come poco ci dice di Frida, del suo stato di salute. Frida che viene sottoposta a controlli medici senza che ci venga spiegato il motivo (è nata forse sieropositiva? e i test continui servono a controllare l’evoluzione della malattia? o si tratta di altro?).Mettendo in cinema un pezzo di se stessa, della sua infanzia, la regista regola parecchi conti, pur senza darlo a vedere, pur nei toni educati e sommessi che le sono propri. Innanzi tutto con la Spagna post franchista ebbra di rivoluzioni esistenziali e sessuali e di ogni possibile trasgressione. La storia di Frida, e dei suoi genitori morti, ci ricorda come quella stagione ipervitalistica e dionisiaca avesse il suo lato oscuro, la sua zona d’ombra, e abbia prodotto le sue vittime, o se si preferisce i suoi martiri. Estate 1993 è la Spagna sovreccitata e survoltata di tutte le più folli movide osservata  e giudicata con gli occhi di una bambina che ne ha pagato il prezzo. E il regolamento di conti di questo film è anche verso tanto cinema che della movida è stato insieme il prodotto e la causa. Inutile fare i nomi, tanto li sapete già. Il film probodi Carla Simón è anche la risposta a tanto cinema del troppo, dell’eccesso – nella forma e nei contenuti – esploso nella Spagna dell’immediato post-franchismo.
Distribuito da Wanted Cinema, Estate 1993 è arrivato nelle nostre sale dopo un lungo giro per festival e parecchi riconoscimenti, a partire dal premio come migliore opera prima alla Berlinale 2017. E poi, candidature agli Efa e all’oscar del migliore film straniero in rappresentanza della Spagna.

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