(al cinema) Recensione: LA PRIMA NOTTE DEL GIUDIZIO, un film di Gerard McMurray. Troppo ideologico, al di sotto dei precedenti episodi

La prima notte del giudizio (The First Purge), un film di Gerard McMurray. Con Y’Lan Noel, Lex Scott Davis, Marisa Tomei, Joivan Wade, Luna Lauren Velez, Melonie Diaz, Patch Darragh, Mo McRae, Steve Harris, Maria Rivera.
Delude questo prequel di uno dei più interessanti franchise horror degli anni Dieci. Se i tre episodi precedenti disturbavano e allarmavano per come ci raccontavano il Male-dentro-di-noi, con quei bravi cittadini trasformati in mostri, stavolta si va sul classico film di denuncia. E la saga The Purge diventa una nobile ma ovvia e già sentita invettiva contro il razzismo della società americana. Voto 5

Ci si dovrà una volta o l’altra interrogare sulla smania dilagante (da un pezzo) dei prequel, sulla pulsione che spinge produttori e autori a indagare le origini, l’atto di fondazione, la prima volta, il motore, la causa, la fonte, l’affacciarsi aurorale di una storia lunga, di una narrazione-fiume. Segno come tanti dei tempi questa voglia di tornare ossessivamente indietro più che di proiettarsi oltre e avanti, in un feticismo del passato e del già-successo che qualcosa rivela delle nostre paure dell’ignoto, del futuro. Quando Francis Coppola prequelò, o prequelse, il suo Padrino (suo e di Mario Puzo) andando a indagare il prima  con Il Padrino II sembrò bizzarria, oggi il modello trionfa – non solo al cinema – fino a diventare obbligatorio, e quasi un impedimento per sceneggiatori e soggettisti di cambiare senso di marcia e direzione, di immaginare il dopo. Perfino il nuovo, imminente Mamma Mia! Ci risiamo è sequel ma anche prequel. Ed esemplare è questo The First Purge – La prima notte del giudizio che, dopo tre episodi del franchise horror su un’America distopica ma non troppo dove una volta all’anno è consentito il rito di massa di uccidere, va alla casella di partenza, al primo Purge (traducibile con sfogo, spurgo, purificazione, espulsione di un bolo psicologico), all’atto fondativo. Ne valeva la pena? Mica tanto. Ho visto il primo e il secondo episodio (non il terzo però, The Election Day) e questo prequel mi sembra dcisamente inferiore: soprattuto all’iniziale La notte del giudizio, a oggi il più disurbante e allarmante, anche il più torvamente hanekiano. Dove a farci star male, a rimestare nel profondo del nostro terrore cieco, erano quei bravi e biondi e waspissimi cittadini della middle class o della upper class che, approfittando del giorno di abiezione  e sfrenatezza concesso dalle autorità, si trasformavano in cacciatori e assassini perfino dei loro buoni vicini. Ricordandoci come il Male abiti anche – soprattutto – la normalità, la medietà, e sia pronto a manifestarsi non appena si presentino le condizioni propizie e i freni sociali e individuali si allentino (do you remember Weimar?), come la civiltà del nostro vivere sia una sottile mano di vernice spalmata su un impianto eternamente barbarico. Una sconsolata visione hobbesiana che in quel La notte del giudizio, in quel Purge, da monito si faceva narrativa horror a uso delle masse (con dietro, alla cabina di regia e nel pensatoio, il solito Jason Blum cui si deve, atraverso la Blumhouse, il meglio della Horror Renaissance di questi anni Dieci), pronte a corere in sala e a far volare in alto gli incassi. Purtroppo questo prequel, La prima notte del giudizioThe First Purge, va non solo a negare, ma a capovolgere quella geniale e inquietante idea di partenza, quell’innesco narrativo, immettendo invece dosi massicce di pesanti pensieri politici e vetero-ideologici. Ascrivendo stavolta il Male alle ingiustizie sociali, alle asimmetrie di potere tra classi privilegiati e non. Forse fiutando il vento new leftist e neo-socialista e neo-radical che spira in certa America (quello per intenderci dei democrat socialist alla Bernie Sandera e adesso Alexandria Ocasio-Cortez), questo film riporta la saga alla questione di tutte le questioni americane, quella razziale, dei rapporti sempre complicati e sempre irrisolti con la minoranza interna afroamericana. Tant’è che La prima notte del giudizio sembra iscriversi nel solco del nuovo cinema black-militante, tra I Am Not Your Negro e Get Out! E val la pena sottolinere come l’onnipresente Jason Blum non sia solo nella linea produttiva di questo film, ma anche nel nuovo e assai neo-black power (e secondo me insopportabile) Spike Lee visto a Cannes Blackkklansman. Poi il film funziona, come no, lo spettacolo dei cittadini a caccia di altri cittadini agghiaccia a dovere, ma non riesce a raggiungere il grado di allarme suscitato dal primo della serie e si accomoda fin troppo pigramente nella denuncia dell’America invariabilmente, ieri oggi e nel domani prossimo distopico, antiblack.
Dunque: ai Nuovi Padri Fondatori, movimento appena arrivato al potere di destra populista vagheggiante il ritorno alla purezza e intransgenza dell’America primigenia, molto interessa un programma di controllo sociale messo a punto da un’antropologa (benissimo interpretata da Marisa Tomei, e buono anche il personaggio: peccato che a un certo punto scompaia non salutato, dimenticato da una sceneggiatura che si affanna a correre da altre parti). Si tratta di consentire per una notte ai cittadini che lo vogliano la possibilità di uccidere senza essere puniti. Il disegno è evidente: mobilizzare la violenza normalmente tenuta sotto controllo, canalizzarla in un rito collettivo che funga da Purificazione e Liberazione. E le autorità decidono di condurlo, l’esperimento, in un ghetto nero di Staten Island: chi vuole partecipare deve iscriversi, subito dopo otterrà oltre alla licenza di uccidere per un arco di dodici ore soldi e armi. Naturalmente si oppongono i depositari della coscienza politica black, individuando nel Purge una sorta di pulizia socio-etnica affidata agli stessi neri. Mentre facciamo la conoscenza di un pugno di personaggi le cui traiettorie saranno poi il nerbo della narrazione, e il pretesto per raccontare fatti e fattacci della notte del giudizio (il più interessante è il boss dello spaccio, torvo reuccio in greve stile pimp-rappettaro con la sua corte di sgherri muscolosi con collanone d’oro), parte il rito dell’assassinio collettivo. Gente braccata per strada, squadracce armatissime a caccia di qualunque cosa si muova nel buio. Ma sarà la stessa antropologa a rendersi conto di come la sua idea sia stata manipolata, di come il Potere (capital letter please!) abbia mandato clandestinamente in campo bande di mercenari professionisti con il compito, sotto l’usbergo del rito di purificazione, di far fuori più gente possibile del poverissimo quartiere. Con il che si toglie al franchise il suo bello, quel suo averci messo negli episodi precedenti di fronte al Male-dentro-di-noi, per trasformarlo in denuncia déjà-vu di quant’è bieco il Potere Bianco. Ma si sa, quando si va avanti nei franchise si ricercano spesso, e affanosamente, rotture narrative e/o stilistiche in grado di rinvigorire e rinfrescare il format, incorrendo purtroppo anche in smanie autorialistiche e di impegno per ‘far salire di livello’ la serie e legittimarla agli occhi dei critici superciliosi. Come quella piccolissima borghesia che mima i modi e i riti dell’alta fingendo uno status che non ha. Gli attori son quelli che sono, del resto a loro non è chiesta alcuna profondità, solo di aderire alle figurine bidimensionali che sono i loro personaggi di destinazione. Regia professionale di Gerard McMurray che prende il posto del padre fondatore del franchise James DeMonaco. E che, se rende assai bene la minaccia sospesa delle piazze e delle strade di notte, è meno efficiente nelle parti più adrenaliniche e concitate. L’unico sussulto narrativo di questo altrimenti prevedibilissimo film è che l’eroe risulta poi essere il re degli spacciatori. Del resto s’era capito subit0, da come guardava lesso e mansueto l’ex fidanzata, che si trattava di un bravo ragazzo traviato solo dalle pessime compagnie e dalla voglia di riscattaresi velocemente dall’indigenza.

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