Si apre il Locarno Film Festival #71: introduzione a un evento indispensabile

La Flor, film argentino di 14 ore (in concorso)

Locarno 1946

Locarno, mercoledì 1° agosto 2018.

Il festival più antico dopo Venezia. Arrivato – si comincia ufficialmente oggi mercoledì 1° agosto – alla sua edizione numero 71, la stessa età di Cannes. Con la differenza rispetto agli altri gloriosi festival che Locarno è più giovane e non per vezzo o posa, giovane per vocazione e dotazione genetica, che è quella di intercettare e mettere in mostra più il cinema che verrà che quello che c’è e abbiamo visto. E vien da chiedersi come questa vocazione di scoperta e perlustrazione sia potuta nascere e consolidarsi quassù, parte svizzera del Lago Maggiore di modi vacanzieri borghesi e financo conservatori, battuta da turisti svizzerotedeschi e tedeschi-tedeschi, votata a soggiorno di famiglie di genitori biondi e bambini più biondi ancora con occhi azzurrissimi che – e ti vien sempre un brivido – sembra si portino nel passeggino il certificato di pura razza ariana. Come ha potuto nascere, in questi climi, in questo posto di passeggio e passaggio e blande mollezze al sole sulle spiagge petrose del lago, e di dura parlata ticinese, e di ville liberty nascoste da palme e alti muri, un festival così? Che insieme a quello di Rotterdam è il più attento al cinema come cantiere, esperimento, sfida. Non è questione di storia, di come il festival sia nato, di chi l’ha inventato e l’ha fatto, è questione di antropologia, ma di un’antropologia segreta e misteriosa. Quella degli eccentrici, degli irregolari, degli spiriti liberi o che credevano di esserlo o si atteggiavano a tali. Quella degli esuli, dei réfugé che a Locarno e in zone limitrofe hanno vissuto. Gente non proprio conforme alla media sensibilità, anzi più spesso difforme. Monte Verità, con le sue ubbie e utopie e i suoi vegetariani, nudisti, primitivisti, teosofi, dove passarono pure – e chissà se sia titolo d’onore o macchia da cancellare dalle bio – Hermann Hesse e Carl Gustav Jung. C’è un’eccentricità che scorre poco visibile a Locarno, e sul lago Maggiore svizzero-settentrionale, oltre e sotto la superficie del turismo medio e mediamente soddisfatto, e c’è pure la sovversione di Bakunin e Nacaev, fibra rivoluzionaria purissima, che a Locarno vissero. Se poi, oltre che di Monte Verità e sovversivi, teniamo conto di Douglas Sirk, il gran signore del melodramma hollywoodiano, quello più estremo e più radicale nella sua sfida alle regole del vivere, che venne a concludere la sua carriera e la sua vita in Canton Ticino, allora il festival di Locarno sembrerà meno intruso, meno alieno. Intimamente collegato e coerente, nella sua anima esplorativa ipnotizzata dal nuovo e dal differente, con la parte più segreta e esoterica della città.
In viaggio per Locarno (mica lungo: Milano-Bellinzona in eurocity, poi locale Bellinzona-Locarno) ho letto La notte di Lisbona, non tra più noti romanzi di Erich Maria Remarque, scrittore dimenticatissimo dopo aver dominato scena letteraria e classifiche per decenni – dai Trenta ai Sessanta almeno – con i suoi bestseller gonfi di indignazione e engagement, racconti della crisi d’Europa, della fine dell’Europa. La Grande Guerra e le sue consegunze letali sulle democrazie, l’illusione e il crollo di Weimar, l’avvento del nazismo. E la seconda guerra, le persecuzioni, la fuga per il continente come falene impazzite di oppositori e dissidenti e oppressi in cerca di un rifugio, di un via di uscita. Se giustamente Stefan Zweig è ritornato con prepotenza a occupare le letture dei meglio informati e i salotti intellettuali, non si capisce perché un altro cantore della Finis Europae come Remarque resti confinato nella sua zona d’ombra. Certo lo status letterario suo, e pura la qualità della scrittura, non è quella di Zweig, ma come testimone del crollo resta un riferimento ineludibile. Ecco, venendo a Locarno con in mano La notte di Lisbona – un transfugo dalla Germania hitleriana con la sua donna attraverso un continente minacciato – ho appreso, Wikipedia sia benedetta!, di come Erich Maria Remarque abbia intrecciato non solo la sua storia con il cinema (e non tanto per via delle molte trasposizioni dei suoi libi, ma soprattutto per le storie private con Marlene Dietrich prima e Paulette Goddard poi), ma con Locarno, dove visse e morì. O meglio, vicinissimo a Locarno, in un posto sopra Ascona che si chiama Villa Monte Tabor oggi credo inaccessibile (ma vorrei informarmi meglio in questi giorni svizzeri). Coincidenza, ecco. Sicché stavolta questa città sul lago non mi appare come il luogo del festival, o non soltanto, ma come quello in cui aleggia un qualcosa di Remarque e della sua Europa dilaniata, oscurata. La Svizzera come oasi di pace nella buriana, come asilo e rifugio. Vengono a Locarno a un certo punto della storia i due protagonisti del suo La notte di Lisbona, ci venne lui.
Più modestamente, eccomi pure io. In transito festivaliero. Con il dovere autoimposto di scrivere uno di quei pezzi di introduzione ai festival che, francamente, detesto scrivere (e anche come lettore). Perché, scusate, come si fa a restituire solo una vaga idea di cosa sia oggi un festival di cinema? Centinaia di film, un numero inverosimile di sezioni e sottosezioni e rassegne collaterali, autori famosi in programma (nel caso di questo Locarno, non troppi) e sconosciuti o quasi (nel caso di questo Locarno, moltissimi). Un festival non lo si spiega prima, lo si racconta vivendolo. Ma proviamoci.
Stasera apertura ufficiale in Piazza Grande, prima proiezione stampa invece questo pomeriggio alle 14 e, alla stessa ora, apertura della retrospettiva dedicata a uno dei signori della commedia hollywoodiana, Leo McCarey (le retrospettive di Locarno insieme a quelle di Berlino sono una meraviglia, filologicamente impeccabili, complete, e non si capisce perché a Milano non arrivino mai mentre vanno a New York e in altre città del mondo che amano il cinema). Ma più che dei film in questi momenti di inizio festival si parla e si gossipa di chi prenderà il posto del direttore artistico Carlo Chatrian, nominato recentemente nuovo direttore nientedimeno che della Berlinale, ed è un upgrading che riconosce non solo la competenza del neoinsediato – Chatrian, valdostano, ha mostrato di essere in questi anni un grande selezionatore e un eccellente scopritore di talenti e bei film – ma lo stesso status del Locarno Festival. Chi verrà adesso? Il nome del nuovo direttore artistico sarà annunciata a festival più che finito, probabilmente dopo agosto. Pare sia favorita una donna, e al momento c’est tout (e comunque anche sapendo non si potrebbe dire di più, ovvio). Tornando a questo Locarno 71 non sto a dirvi la lista dei molti premi alla carriera, che è un riconoscimento, pur se declinato sotto etichette diverse, che questo festival ama particolarmente, con presenza degli omaggiati in Piazza Grande sotto le stelle, e l’inevitabile incontro detto anche masterclass il dì seguente con pubblico e stampa (nessun festival ormai può fare a meno dei masterclass, che attirano le folle e conferiscono una dignità intellettuale al celebrity watching, perché poi di quello pur sempre si tratta). E i film? Da dove cominciare? Cosa segnalare del solito immenso programma? Piazza Grande – e ripetiamo pure il mantra del più-grande-schermo-d’Europa -, la sezione più mirata al pubblico e a un cinema se non mainstream certo più fruibile – non mi pare sia zeppa quest’anno di titoli di enorme richiamo popolare. Anche se spero che la Piazza faccia il pieno come da tradizione. Dalla Hollywood industria dell’entertainment arriva The Equalizer 2 di Antoine Fuqua, buon successo adesso al box office Usa, ovviamente ancora con Denzel Washington (che non ci sarà). Da Cannes l’ultimo Spike Lee Blackkklansman, molto accattivante e ruffiano (io, come forse sa chi ha seguito le mie cronache cannensi, l’ho destetato). Parecchi ripescaggi per via degli hommage ai premiati, da Se7en di David Fincher (in onore del signore dei titoli di testa Kyle Cooper cui andrà il Vision Award) a In The Cut, film assolutamente da rivalutare di Jane Campion e qui ridato per via di Meg Ryan, anche lei premiata di un qualche premio. Anche, in Piazza Grande, un noir con Diego Abatantuono diretto dal credo esordiente Denis Rabaglia (rettifico a qualche giorno di distanza: Rabaglia non è un esordiente, due suoi film precedenti, Azzurro e Marcello, Marcello sono stati proiettati in Piazza Grande. E grazie a Max Borg che me ne ha informato). E un altro italiano, Duccio Chiarini (sua, qualche anno fa, la discreta commedia adolescenziale Short Skin), con L’ospite. Ma il meglio della sezione Piazza Grande sono di sicuro le prime due puntate della serie tv Coincoin et les Z’inhumains di Bruno Dumont, sequel del formidabile Petit Quinquin (premiato anche Dumont, of course, e giustamente: oggi è tra i grandissimi, altroché). Promette più di qualcosa pure il nuovo film della rude coppia belga, assai versata nel grottesco, Delépine-Kerverne, I Feel Good, con un Jean Dujardin si spera restituito al buon cinema. In Piazza da non perdere nemmeno Pajaros de Verano di Ciro Guerra (El Abrazo de la Serpiente) e Cristina Gallego già visto alla Quinzaine a Cannes: una storia di narcos raccontata nei modi tutt’altro che soliti del cinema etnografico. Ecco, volevo dire poco di PG e ho detto molto. E adesso, obbligatorio dire della sezione più ipoprtante, quella del concorso, quelli che si contenderanno il Pardo. 15 film, non molti, e però con un mammuth di oltre 14 ore, sì, avete letto bene: 14 ore. Il mostro di cui si favoleggia e che tutti temono, l’argentino La Flor, che credo pochissimi riusciranno a vedere nella sua integralità, perché follemente programmato la prima volta in otto puntate alle 8,30 o alle 9 di mattina, in coincidenza con il press screening di altri film del concorso, e la seconda volta in tre tranche ciascuna di quattro ore e più. Sbriciolato ogni record festivaliero precedente di lunga durata, i fluviali Lav Diaz e Wang Bing, che al massimo erano arrivati alle 8-9 ore, robuccia in confronto a La Flor. Il quale, ci vien detto, sarà un riattraversameno dei generi cinematografici, un esercizio citazionista à la manière de. Comunque sia, ottimo per creare il caso e finto-scandalizzare i gazzettieri più corrivi (non mancano mai). E ottimo per solleticare il superEgo dei cinefili più pazzi e alimentare il senso di colpa e inadeguatezza di quelli che pur volendolo non riusciranno a vederselo. Io dico, e non da oggi, che simili film mammuth dovrebbero essere piazzati fuori concorso perché con la loro dismisura sbilanciano la gara e sono fin troppo ricattatori e intimidatori- se non mi guardi non sei degno di me e non sei un vero cinefilo – nei confronti delle giurie. Fra tanti nomi poco conosciuti c’è però in concorso il maestro del cinema di conversazione, il sud coreano Hong Sangsoo, prolificissimo, di cui si è visto anche alla scorsa Berlinale un film, Grass, invece zero a Cannes (come mai? l’avranno respinto, lui che pure è tra i predileti della ctitica francese alla Cahiers?) e rispuntante qui con Gangbuyn Hotel. Incanterà come al solito, ma è difficile si porti a casa il Pardo avendolo vinto nel 2015 con Right Now, Wrong Then. L’italiano in gara è Alberto Fasulo, già vincitore a sorpresa di un Festival di Roma epoca Mueller con il gran documentario narrativo TIR e adesso qui con Menocchio, alpi carniche del sedicesimo secolo con un popolano in odore di Riforma e dunque vittima designata della Controriforma. Se non eagera in antipapismi ideologici, potrebbe essere un gran bel film. E potrebbe vincere qualcosa: Fasulo è bravo. Assai à la Locarno il turco Sibel, ragazza muta nelle desolate plaghe anatoliche che trova forza in un amore di passaggio. C’è tutto per far orgasmare gli amanti del cinema duro e puro e senza compromessi e far dannare chi cerca il cinema-entertainment (son più tra i primi). Passiamo ad altre sezioni. In Cineasti del presente, piattaforma di lancio di autori alla loro prima o seconda prova, mi aspetto qualcosa, molto, da Virgil Vernier di cui si vide a un Torino FF il molto promettente Les Mercuriales, adesso qui con Sophia Antipolis. Degli altri Cineasti del presente spero di dirvi qualcosa nei prossimi giorni (il festival finisce l’11 agosto). Qualche riga necessaria per Sign(s) of Life, sezione giovane ma in rapida crescita di credibilità per via delle sue incursioni nei territori del cinema che più osa, nei formati e nei linguaggi, negli incroci con la videoart (da lì è uscito l’anno scorso il dominicano Cocote, hit di tanti festival successivi). C’è pure in SoL un corto, ma di quelli lunghi (27 minuti) del da me adorato Eugen Green, Como Fernando Pessoa Salvou Portugal, su a un episodio poco conosciuto dello scrittore-esploratore di identità e possibilità esistenziali. E c’è Dulcinea del bergamasco Luca Ferri, di cui si parla come di un rigoroso esperimento al limite del film-saggio, retrodatato agli anni Novanta (stiamo a vedere). Dimenticavo: in Sign(s), che è poi l’equivalente locarnese per anelito esplorativo del Forum berlinese, torna il brasliano Julio Bressane, spirito cinematigraficamente apolide e inclassificabile, con Seduçao da carne. Il Fuori Concorso mi pare abbastanza dsomogeneo: c’è il nuovo Philibert, documentarista francese di molti premi e molto pubblico, e c’è un My Home, in Libya dell’italiana Martina Melilli che molto mi intriga, un’indagine attraverso la rete e i suoi social del passato di una famiglia italiana a Tripoli. Basta. Sono esausto, anche se ci sarebbe da accennare a Open Doors, sezione dedicata quest’anno al cnema asiatico non Bollywood, non Cina, non Corea, non Giappone (parecchio Afghanistan). L’ultima citazione è per la Semaine de la critique, rassegna indipendente dal festival gestitita, come le analoghe di Cannes e Venezia, dall’associazione dei critici svizzeri. Intanto, tra quando ho cominciato a scrivere questo pezzo e la sua pubblicazione, mi son visto due anteprime stampa: un Piazza Grande e il primo film del Concorso. Vi dirò.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, festival e contrassegnata con , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi