Locarno Festival 2018. GREASE va in Piazza: recensione

Grease, un film di Randal Kleiser. Con John Travolta, Olivia Newton John, Stockhard Channing.
I suoi quarant’anni celebrati con la proiezione sullo schermo gigante di Piazza Grande la sera prima delll’inizio Festival. Regge ancora? Comunque, applausi forti nella calura.

(visto martedì 31 agosto 2018)
Sono 40 anni giusti dalla prima americana, e Locarno ha celebrato l’anniversario – decidete voi quanto capitale – proiettando Grease sullo schermo gigante di Piazza Grande. In una serata di prefestival aperta a tutti, gratis, free. Perché, come ricorda sempre a ogni conf. stampa di presentazione del festival il presidente Marco Solari (un’istituzione, altroché, da vent’anni al posto di comando), “anche in Svizzera c’è gente che non si può permettere il prezzo del biglietto: non è vero che in Svizzera sono tutti ricchi”. Prendiamo atto. Fatto sta che martedì sera la Piazza era stracolma già mezz’ora prima, intere famiglie sedute, molti bambini, molte famiglie di origine africana, clima di festa, caldo micidiale, zanzare che mimavano la carica degli elicotteri di Apocalypse Now (tutto riconduce al cinema): mancava solo Wagner. Prima dello screening, presentazione on stage di tutto lo staff del festival, 40 persone chiamate ad una ad una dal direttore organizzativo, un signore dal nome tedesco di bell’aspetto con lunga chioma bohemienne per niente managerial-svizzera. Applausissimi per tutti, ci mancherebbe. A seguire, e sempre prima della proiezione, un video in cui alcuni nomi dell’organigramma festivaliero, a partire dal direttore artistico (uscente) Carlo Chatrian, hanno omaggiato il film di Kleiser mimandone e ballandone qualche scena in un garage. Loro si sono divertiti, il pubblico non saprei dire, comunque applausi di cortesia. Poi via col film. Che, devo dire, io non ho mai particolarmente amato: mai collocato tra i miei musical di riferimento. Tutti quei Fifties farlocchi rifatti a fine Settanta ormai quasi Ottanta, sull’onda di un revival  – allora si diceva così – che inspiegabilmente in quel tempo colpì l’Occidente. American Graffiti, Happy Days e tutta quell’anticaglia. Qando lo vidi mi sembrò un film di plastica, oggi ha acquisito una patina di modernariato che lo rende più guardabile, ma sempre plastica è. Resta per me un mistero come sia potuto diventare uno dei maggiori successi del cinema di tutti i tempi, mica è, tanto per stare nel campo dei musical, Tutti insieme appassionatamente o Mary Poppins. Si rifanno nostalgicamente film e filmacci anni Cinquanta, gli Elvis movies, quelli con Frankie Avalon e Annette Funicello (e Avalon ricompare come citazione di se stesso quale angelo in total white), e i teen-movies e i melodrammi con Sandra Dee, e i ribellismi senza causa alla James Dean. Tutto frullato con uso di musiche tra loro incongrue (quelle firmate Barry Gibb c’entrano poco col resto), benché con pezzi che si sarebbero comunque inchiavardati nella mente collettiva. Il senso di farlocco resta, oggi come allora. Se ricordo bene fu Alberto Arbasino (Arbasino da queste parti è legge: sappiatelo) a scrivere perfidamente di Grease come di film di fintissimi teenager interpretati da maturi trentenni. Vado a memoria, quindi se Arbasino non l’ha mai detto e scritto mi scuso col Sommo Maestro. In ogni caso, vero, verissimo. Come si fa a prendere sul serio quali adolescenti da high school Olivia Newton John, John Travolta o la pur formidabile Stockhard Channing già con aria da signora assai navigata? I Fifties sono rievocati e ripercorsi diligentemente in tutti i loro cliché, dai cheeseburger ai drive-in. Se il film merita la ri-visione è soprattutto per merito di John Travolta, una divina creatura toccata dalla Grazia. Un angelo tra noi, ecco. Che, a vederlo adesso in Grease, ci si rende conto di come abbia anticipato la discesa sulla terra di un’altra divina creatura chiamata Michael Jackson (l’esplosione di Thriller è di pochissimi anni dopo). In quei due film, prima La febbre del sabato sera e subito dopo Grease, Travolta creò la propria laggenda. Poi sparì. E non ditemi che il Travolta ‘riscoperto e rilanciato da Tarantino in Pulp Fiction‘ è lo stesso: non c’entra niente, è un altro, un Travolta qualunque, magari bravo, ma irrimediabilmente privo di ogni aura. Al drive in ragazzi e ragazze mentre limonano (si diceva così) si guardano Blob, Fluido mortale, e allora ci si chiede se Enrico Ghezzi abbia preso da lì, dalla visione di Grease, la sigla del suo Blob.

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