Locarno Film Festival 2018. Recensione: LES BEAUX ESPRITS di Vianney Lebasque. Campioni per truffa

Les Beaux Esprits (I begli spiriti) di Vianney Lebasque. Con Jean-Pierre Darroussin, Ahmed Sylla, Olivier Barthelemy, Camélia Jordana. Sezione Piazza Grande.
Il coach della squadra francese di basket di disabili mentali si ritrova senza i suoi migliori giocatori alla vigilia della Paralimpiadi. Che fare? Ecco l’idea truffaldina di ingaggiare dei quasi-campioni spacciandoli per disabili. E via verso Sydney, dove ci si giocherà la medaglia. Lodevole l’intenzione degli autori di affrontare i temi della diversità senza prediche e retoriche, nei modi anche maleducati della commedia giovinastra. Ma I begli spiriti non ce la fa ad essere davvero oltraggioso, finendo col diventare un film abbastanza qualunque (e poi, difficile simpatizzare per dei finti disabili a scopo di lucro). Occasione persa. Voto 5
Di quei film che amano mostrarsi scorretti e maleducati, con ragazzacci parolacciari e grevi allusioni e pratiche sessuali, e però intimamente ammodino e perbene. Un film per famiglie anche se riammodernato con i modi rudi del rappismo di banlieue, o se preferite della raunchy comedy francesizzata. Si sorride qua e là, come no, ma non ce la si fa proprio a restare coinvolti in questa cosuccia scelta comunque per aprire la proiezioni in Piazza (con pubblico con diritto-dovere di voto tramite scheda cartacea: il vincitore verrà proclamato durante la cerimonia di chiusura. Di solito tra i film vince un film di lingua tedesca perché le ottomila poltroncine giallonere della piazza sono perlopiù occupate da turisti svizzero-tedeschi o tedeschi-tedeschi). Benché la sinossi del film non dica se la storia si ispiri a fatti veri o meno (e il presskit online in questo momento risulta inaccessinile), l’impressioni è che I begli spiriti rielabori in qualche modo qualcosa di accaduto. Dunque: siamo nell’anno Duemila (si parla ancora di franchi, non di euro). Il coach dell squadra francese di basket composta da disabili mentali, in procinto di partecipare alla Paralimpiadi di Sydney e già coni biglietti di andata pronti, perde i suoi giocatori migliori, intenzionati a dedicarsi ad altro. Disperazione dell’allenatore Martin, che su quella quadra ha puntato tutto, riscatto da una vita qualunque compreso. Che fare? Ed ecco l’idea truffaldina: riempire i vuoti con non disabili spacciandoli per tali. Si ingaggiano subito due disgraziati ex campioncini di basket mai diventati campioni, uno aspirante attore l’altro neanche quello, solo abbrutimento con birra e junkfood davanti alla tv. Martin raccomanda loro di mimare il più possibile i modi dei veri disabili (e qui si dovrebbe ridere, ma non ce la si fa: è come quando in Blackkklansman di Spike Lee il poliziotto nero dà lezioni di accenti e slang black al collega bianco, e anche lì non si ride mica tanto). Comunque i finti diversamente abili superano ogni test, convincono perfino la psicologa del gruppo, e il team è pronto. Via, in Australia. A Sydney! A Sydney! Naturalmente la convivenza, sul cammpo e soprattutto fduori, con due disabili veri della squadra sarà alquanto complicata, ma poi le cose si appianeranno. E i due digraziati , attratti dalla truffa per via dei soldi, non pochi, che potranno cavarci in c aso di vittoria paralimoica, diventeranno dei bravi ragazzi. Anzi, tireranno fuori da sotto i modi maleducati e bruschi da banlieue i bravi ragazzi che son sempre stati. Si intuiscono le ottime intenzioni degli autori, condurci nel mondo della disailità senza troppe prediche e attraverso i modi della commedia e della comnediaccia. Senza sbandare nelle retoriche del caso. Ma si finisce inevitabilmente nella predica edificante, qui propinata dall’allenatore, del ‘non ci sono diversi e normali, siamo tutti mentalmente diversi in un modo o nell’altro’. Il film si intorcina e aggoviglia, non riuscendo a essere mai sfrontato e maleducato, cadendo nel solito dolciastro politcal-corettismo. Per un film così ci volevano almeno il talento e il gran mestiere della coppia Nakache-Toledano di Quasi amici, che mi pare sia il modello non dichiarato di Les Beaux Esprits. Il regista Vianney Lebasque, di cui si dice in giro un gran bene, ha almeno il merito di girare svelto, sporco, con piglio immediatista da cinema giovanil-giovinastro, senza indulgere alla confezone da cinema francese medio e bien fait. Ma non basta. Naturalmente la squadra russa con cui i nostri a un certo punto si devono battere è tutta di finti disabili: come dubitarne?
Nota: rovistando in rete, ho ttovato un paio di siti francesei secondo i quali il film si ispirerebbe a analoga truffa messa a punto però non dalla anazionale francese paralimpica di basket ma da quella spagnola.

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