Locarno Festival 2018. Recensione: COINCOIN ET LES Z’INHUMAINS di Bruno Dumont. Piccoli Quinquin crescono

Coincoin et Les Z’Inhumainsdi Bruno Dumont (le prime due puntate). Piazza Grande.
Sequel sempre geniale della pazza pazza pazza serie P’tit Quinquin. Qui il ragazzo ha qualche anno di più e si chiama Coincoin, ma sempre con naso storto e bocca che non ha mai conosciuto dentista. E con lui torna la coppia scemo e più scemo composta dall’ispettore e dal suo assistente. Stavolta si indaga su un misterioso blob venuto dallo spazio. Bruno Dumont al suo massimo nell’abbinare senso del mostruoso e del bello. Nessuno, oggi, come lui. Voto 9
Serie d’autore, di un autore vero e grande che oggi si colloca di sicuro, in un’immaginaria classifica dei registi, ai piani più alti. Presentata in anteprima qui a Locarno 71 come omaggio al regista premiato con il Pardo d’onore, ed è il premio tra tutti che preferisco. Chi ama Bruno Dumont e la sua umanità insieme disumana e mostruosa (“l’umanità non deve dimenticare la propria animalità”, ha detto – cito a memoria – nella conversazione ieri allo Spazio Cinema con Carlo Chatrian) non si perda questo sequel di P’tit Quinquin, chi lo odia, e sono tanti anche a questo Locarno, lasci stare e passi ad altre e più tranquilizzanti e convenzionali serialità. Delle quattro puntate ho visto le prime due messe in programma alle 23,30 di giovedì, ma non ce l’ho fatta a vedermi le altre due proiettate sadicamente sempre alle 23,30 la sera seguente (fine proiezione ore 1,30: tenete conto che poi ci si deve alzare alle 7 e mezzo per essere al primo press screening della giornata). Ma credo bastino per farsi un’idea di questa ennesima pazza eppure irrestibile opera di Dumont. Che riprende i personaggi di P’tit Quinquin, la coppia scemo e più scemo composta dai più strambi e surreali ispettore di polizia e assistente che si siano mai visti. E il ragazzo contadino Quinquin, qui con qulche anno di più, ma sempre adorabile con quel naso storto e la bocca che mai ha visto un dentista. Siamo a Dumont-landia, quel Nord-ovest francese prossimo a Calais, ampli orizzonti, grandi cieli e lunghe spiagge che abbiamo visto in tanti suoi film, e prossimo anche a quella che era la jungla dei rifugiati (oggi smantellata), citata e ricostruita qui in due accampamenti di magrebini, mediorientali, sub-sahariani, pakistani, afghani. Le investigazioni del folle duo protagonista sono sempre insensate, condotte con quei modi stralunati da freaks di Todd Browning (e da baracconi ottocenteschi) e ispirati allo slapstick. Stavolta Dumont la butta sul fantascientifico genere baccelloni di La cosa dall’altro mondo. Cade dal cielo un magma, un blog maelodorante che sembra sterco di vacca ma è molto peggio, Una cosa aliena che si impossessa dei corpi e li duplica. Molte allusioni alla cosiddetta attualità, dai migranti alla xenofobia dilagante (e purtroppo anche alla pedofilia nella Chiesa. Tu quoque Dumont? Anche tu sei caduto nel luogo comune di mostrarci dei preti attratti dai ragazzini? possibile che oggi al cinema non ci sia più un prete che non sia pedofilo?). Ma questo Coincoin è Dumont purissimo, con momenti assai divertenti e invenzioni meravigliose.

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