Locarno Festival 2018. Recensione: DIANE, un film di Kent Jones

Diane di Kent Jones. Con Mary Kay Place, Jake Lacy, Andrea Martin, Estelle Parsons, Deirdre O’Connell, Joyce Van Patten, Phyllis Somerville, Glynnis O’Connor. Concorso internazionale.
Diane, cinquant’anni e qualcosa. Vive sola in un villaggio del Massachusetts interno. Si dà molto da fare per gli altri, amici, amiche, sconosciuti. Il suo fardello: il figlio tossico. Un film sulla vecchiaia, la malattia, la morte. Ma senza disperazioni. In perfetto stile indie americano, con un’impeccabile sceneggiatura e regia di solido mestiere. Con un’ottima attrice che potrebbe prendere molti premi, a partire da questo festival. Produce Scorsese. Voto 6 e mezzo

Diane

In un Concorso internazionale di molte delusioni e troppi film mediocri o francamente brutti si salva questo indie-americano Diane. Di quei film stile Sundance o SXSW Festival. benissimo scrtti, diretti, interpretati, con dentro uno sguardo acuto sul reale americano contemparaneo, ma sempre sospetto di un certo manierismo. Quello del cosiddetto Sundance movie e del suo realismo finto-immediatista, e invece fondato su sceneggiature solidissime e fin troppo chiuse, e un uso mai troppo libero e sempre prudente della mdp. Alla regisa un nome di peso. Ken Jones non solo ha co-girato con Martin Scorsese il documentario su Elia Kazan A Letter to Elia, ma anche (da solo), quello, bellissimo, sull’incontro Hitchcock/Truffaut arrivato anche in Italia via Nexo qulche anno fa. Non bastasse, Kent è pure direttore dell’importante New York Film Festival. Adesso è passato alla regia di finzione, grazie al supporto produttivo di Scorsese. Ne esce uno dei quei prodotti indipendenti di stratosferica professionalità americana, cinema del reale filtrato dal massimo del mestiere. L’attrice protagonista, Mary Kay Place, potrebbe vincere come migliore interorete femminile e il film, se imboccasse le corsie giuste, potrebbe diventare l’indie dell’anno da Golden Globe e da Oscar. Intanto, vedersi la storia di Diane, cinquanta e qualcosa, pilastro, con la sua voglia instancabile di dare una mano ad amici e non solo agli amici, della sua piccola comunità in una zona boschiva del Massachusetts. La sua disgrazia è il figlio tossico che, una volta ripulito via rehab, è perfin peggio come petulante e dogmatico arruolatore di una setta di evangelici estremi. Intorno amici e soprattutto amiche, e una cugina malata di cancro. Un film dominato dalla vecchiaia, dalla malattia, dalla morte, come altri di questo Locarno Festival (vedi L’ordre des médécins). Tristezze? Come no. Ma evidentemente certi temi, per via dell’invecchiamento inarrestabile della popolazione d’Occidente, sono nell’aria e il cinema più sensibile non può non tenerne conto. Non è quello dei Sundance movies il cinema che amo di più, ma châpeau a Kent Jones e alla sua attrice.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Locarno Festival 2018. Recensione: DIANE, un film di Kent Jones

  1. Pingback: Locarno Festival 2018. La mia classifica finale dei 15 film del concorso. E domani è Pardo | Nuovo Cinema Locatelli

  2. Pingback: Locarno Festival 2018. La mia classifica finale dei 15 film del concorso. E sabato è Pardo | Nuovo Cinema Locatelli

Rispondi