Locarno Festival 2018. Recensione: SIBEL un film di Çağla Zencirci e Guillaume Giovannetti. Incontro fatale laggiù in Anatolia

Sibeldi Çağla Zencirci e Guillaume Giovannetti. Con Damla Sönmez, Emin Gürsoy,  Elit İşca, Meral Çetinkaya, Erkan Kolçak Köstendil. Concorso internazionale.
Laggiù in Anatolia fatale incontro nel bosco tra una ragazza muta (che comunica fischiando: geniale) e un fuggitivo ferito. Sarà passione oltre ogni ragionevolezza e contro l’ordine patriarcale del villaggio. Un film che, quando ce la fa e evitare la solita denuncia antimaschilista e antifallocratica, si trasforma in ghiottissimo e scatenatissimo melodramma sconfinando pure nella fiaba e nel mito. Cult! Se solo la coppia registica avesse osato di più e si fosse frenata nel political-correttismo. Voto tra il 6 e il 7
Di una coppia (tale anche nella vita) turco-francese. Con protagonista una povera quanto bellissima e volitiva ragazza muta laggiù nell’Anatolia profonda e montana e impervia e boscosa, ragazza che per comunicare ricorre alla lingua dei fischi assai praticata da quelle parti per lanciarsi messaggi da lontano. E già questo è un colpo di genio per costuirci sopra un film, sicché si assiste incantati alle conversazioni sibilanti di Sibel. Naturalmente la nostra bellissima vive con un padre vedovo che l’adora e una sorella cattiva peggio di quelle di Cenerentola. Perché qui si parte nel solito neo-neorealismo del disagio e delle pezze di tanto cinema indigente, ma poi si vira decisi sulla fiaba, sul mito, sul melodramma ottomano-levantino, sui rimandi agli archetipi narrativi e agli inconsci collettivi e individuali. Sibel incontra, mentre va a caccia del temibile lupo di cui si favoleggia nel villaggio, un misterioso uomo ferito (e ferino?) venuto da chissà dove. Un criminale? Un terrorista? Dunque: la Foresta, la Bestia, il Maschio selvatico. E poi: la Vecchia Pazza della Montagna, e, oltre alla Sorella Cattiva, pure una Matrigna in arrivo. Con il Maschio che sempre più si sovrappone alla temibile Bestia. Sembra una seduta di tarocchi da tanti che sono le figure e i simboli. Sfrenatissimo. Nei suoi momenti migliori Sibel, quando dimentica di farci la predica sulla condizione femminile nelle comunità patriarcali anatoliche, è un ghiotto guilty pleasure. Tutte le parti tra Sibel e il maschio ferito sono fantastiche. Purtroppo la coppia registica non ha poi il coraggio di andare fino in fondo, sul mélo più fiammeggiante e spudorato, e preferisce restare al sicuro nel recinto del cinema-sulle-donne-disagiate. Con un finale #metooista che si inventa un’inverosimile solidarietà femminile per niente giustificata da quello che si era visto fino a quel momento. Ma anche così Sibel resta assai interessante. Damla Sönmez si candida al premio come migliore attrice.

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