Locarno Festival 2018. Recensione di ‘Alice T.’, ‘L’Epoque’ e altri 5 film

Familia sumergida

Alice T.

L’Epoque

Was Uns Nicht Umbringt (What Doesn’t Kill Us) di Sandra Nettelbeck. Piazza Grande. Voto 2
Il peggio che si sia visto finora a questo Locarno. Un film medio anzi mediocre made in Germany che punta sulla coralità e le multistorie a intreccio intorno a punto stabile, a un perno narrativo costituito da uno psicoterapeuta e il suo studio (dimenticavo: per una volta tanto non siamo a Berlino ma a Amburgo, e dunque molte pensose passeggiate lungo i docks sullo sfondo di gru del porto). Coppie di ogni età e perlopiù borghesi che si fanno e soprattutto si disfano, amori e disamori, qualche personaggio singolo per separazione o per vedovanza, dunque ai margini del rondò delle coppie, e però pronto a rientrarci alla prima occasione. Tutti antipatici, tutti inattendibili, di quella gente di plastica che trovi solo in certo cinema fintoborghese e allisciato e non trovi mai in natura, mai nella vita. Certo, viene in mente Woody Allen, ma la televisiva Sandra Nettelbeck – perché il suo sguardo, il suo linguaggio, la sua estetica quello sono – da lui ha preso solo i modi esteriori, i vezzi, non la profondità, non la finezza di scrittura. In un cicaleccio che non si fa mai luce sul quotidiano, suo disvelamento, ma solo cacofonia e stupidità. C’è anche un cane, ed è la creatura più gradevole. Luoghi comuni accumulati con l’ossessività, la compulsione dell’hoarder, in ambienti senza mai un grano di polvere a renderli credibili, mai un segno di vita, messi su dagli scenografi con pezzi fatti arrivare dritti dagli showroom. Cinema middle-class della peggior specie, soddisfatto e satollo delle poprie nevrosi cretine (ma vogliamo parlare della sciura che, dopo aver rovinato col suo pessimo carattere un matrimonio con un brav’uomo adesso tratta come uno zerbino il suo giovane amante oltretutto assai belloccio? Ma chi si crede d’essere sta stronza, la zarina di tutte le russie?). Poi te credo che film così scatenano il risentimento sociale verso certa gente che non si capisce bene cosa faccia di utile, ma comunque è piena di euro, vive in case da milioni, è sempre in movimento per il mondo e tra un party e l’altro.

Coincoin et Les Z’Inhumains
di Bruno Dumont (le prime due puntate). Piazza Grande. Voto 9
Serie d’autore, di un autore vero e grande che oggi si colloca di sicuro, in un’immaginaria classifica dei registi, ai piani più alti. Presentata in anteprima qui a Locarno 71 come omaggio al regista premiato con il Pardo d’onore, ed è il premio tra tutti che preferisco. Chi ama Bruno Dumont e la sua umanità insieme disumana e mostruosa (“l’umanità non deve dimenticare la propria animalità”, ha detto – cito a memoria – nella conversazione ieri allo Spazio Cinema con Carlo Chatrian) non si perda questo sequel di P’tit Quinquin, chi lo odia, e sono tanti anche a questo Locarno, lasci stare e passi ad altre e più tranquilizzanti e convenzionali serialità. Delle quattro puntate ho visto le prime due messe in programma alle 23,30 di giovedì, ma non ce l’ho fatta a vedermi le altre due proiettate sadicamente sempre alle 23,30 la sera seguente (fine proiezione ore 1,30: tenete conto che poi ci si deve alzare alle 7 e mezzo per essere al primo press screening della giornata). Ma credo bastino per farsi un’idea di questa ennesima pazza eppure irrestibile opera di Dumont. Che riprende i personaggi di P’tit Quinquin, la coppia scemo e più scemo composta dai più strambi e surreali ispettore di polizia e assistente che si siano mai visti. E il ragazzo contadino Quinquin, qui con qulche anno di più, ma sempre adorabile con quel naso storto e la bocca che mai ha visto un dentista. Siamo a Dumont-landia, quel Nord-ovest francese prossimo a Calais, ampli orizzonti, grandi cieli e lunghe spiagge che abbiamo visto in tanti suoi film, e prossimo anche a quella che era la jungla dei rifugiati (oggi smantellata), citata e ricostruita qui in due accampamenti di magrebini, mediorientali, sub-sahariani, pakistani, afghani. Le investigazioni del folle duo protagonista sono sempre insensate, condotte con quei modi stralunati da freaks di Todd Browning (e da baracconi ottocenteschi) e ispirati allo slapstick. Stavolta Dumont la butta sul fantascientifico genere baccelloni di La cosa dall’altro mondo. Cade dal cielo un magma, un blog maelodorante che sembra sterco di vacca ma è molto peggio, Una cosa aliena che si impossessa dei corpi e li duplica. Molte allusioni alla cosiddetta attualità, dai migranti alla xenofobia dilagante (e purtroppo anche alla pedofilia nella Chiesa. Tu quoque Dumont? Anche tu sei caduto nel luogo comune di mostrarci dei preti attratti dai ragazzini? possibile che oggi al cinema non ci sia più un prete che non sia pedofilo?). Ma questo Coincoin è Dumont purissimo, con momenti assai divertenti e invenzioni meravigliose.

Sibel di Çağla Zencirci, Guillaume Giovannetti. Concorso internazionale. Voto tra il 6 e il 7
Di una coppia (tale anche nella vita) turco-francese. Con protagonista una povera quanto bellissima e volitiva ragazza muta laggiù nell’Anatolia profonda e montana e impervia e boscosa, ragazza che per comunicare ricorre alla lingua dei fischi assai praticata da quelle parti per lanciarsi messaggi da lontano. E già questo è un colpo di genio per costuirci sopra un film, sicché si assiste incantati alle conversazioni sibilanti di Sibel. Naturalmente la nostra bellissima vive con un padre vedovo che l’adora e una sorella cattiva peggio di quelle di Cenerentola. Perché qui si parte nel solito neo-neorealismo del disagio e delle pezze di tanto cinema indigente, ma poi si vira decisi sulla fiaba, sul mito, sul melodramma ottomano-levantino, sui rimandi agli archetipi narrativi e agli inconsci collettivi e individuali. Sibel incontra, mentre va a caccia del temibile lupo di cui si favoleggia nel villaggio, un misterioso uomo ferito (e ferino?) venuto da chissà dove. Un criminale? Un terrorista? Dunque: la Foresta, la Bestia, il Maschio selvatico. E poi: la Vecchia Pazza della Montagna, e, oltre alla Sorella Cattiva, pure una Matrigna in arrivo. Con il Maschio che sempre più si sovrappone alla temibile Bestia. Sembra una seduta di tarocchi da tanti che sono le figure e i simboli. Sfrenatissimo. Nei suoi momenti migliori Sibel, quando dimentica di farci la predica sulla condizione femminile nelle comunità patriarcali anatoliche, è un ghiotto guilty pleasure. Tutte le parti tra Sibel e il maschio ferito sono fantastiche. Purtroppo la coppia registica non ha poi il coraggio di andare fino in fondo, sul mélo più fiammeggiante e spudorato, e preferisce restare al sicuro nel recinto del cinema-sulle-donne-disagiate. Con un finale #metooista che si inventa un’inverosimile solidarietà femminile per niente giustificata da quello che si era visto fino a quel momento. Ma anche così Sibel resta assai interessante. Damla Sönmez si candida al premio come migliore attrice.quello che si è visto fino a quel momento. Ma anche così Sibel resta assai interessante.

Chris the Swiss
di Anja Kofmel. Panorama Suisse. Voto 8
Arrivato a Locarno (nella sezione dedicata al cinema svizzero) dalla Semaine de la Critique di Cannes, dpve Chris the Swiss era stato presentato in prima mondiale. E dove non ero riuscito a vederlo (benché Max Borg me l’avesse caldamente  consigliato). Recuperato qui a LOcarno 71, e trattasi davvero di film notevolissino, per quanto racconta e per come lo fa. Mescolando una storia assai privata – quello di una reagazzina ammaliata da un cugino dalo spirito avventuroso – con, ancora una volta, la Storia, in questo caso le fratture della post-Jugoslavia, la guerra tra Serbia e Croazia autoproclamatsi indipendente da Belgrado. Ricorrendo a diversi formati visuali, il footage, le interviste (i talking heads), materiali d’archivio pubblici e privati, e utilizzando l’animazione là dove la mera documentazione non può arrivare. Un’animaziome in bianco e nero assai efficace e incisiva, che fa di questo Chris the Swiss un prodotto assai affine nel suo ibridismo a un altro docu con animazione di quest’anno, il bellissimo Samouni Road di Stefano Savona. E che storia, signori, quella che la oggi trentenne e qualcosa Anja Kofmel va a ricostruire, e che coraggio nell’iluminarne gli aspetti più oscuri e perfino ignobili. 1992. Anja è bambina quando il molto amati cugino ventiseienne Chris, tipo indomito con già molte essperienze quale reporter in aree complicate del  mondo (e pure un equivoco arruolamente in una squadra armata sud africana) parte per la Croazia in guerra con la Serbia cdi Milosevic. Si combatte soprattutto in Slavonia, a Vukpovar, a Osek, e sono distruzioni, macerie, massacri, e anche pulizie etniche senza pietà di villaggi di frontiera. Chris raggiunge Zagabria e da lì il fronte, fino a una svolta imprevista, wuando da giornalista si fa combattente arruolandosi in una milizia i foreign figters pro-Croazia sospetta di simpatie e appartenenze di destra estrema. Chris verrà trovato morto, strangolato, al fronte. Chi l’ha ammazzato e perché? Anja Kofmel costruisce il suo racconto come una classiica detection, cerando di dipanare a poco a poco, attraverso ricerche sul campo e testimonianze di chi Chris l’aveva conosciuto bene, il maledetto imbroglio. Si resta agghiacciati dalla rivelazione finale, senpre che quella sia la verità e non ce ne sia un’altra anche peggiore e più turpe. Davvero, un viaggio nel cuore di temebra. Che molto ci dice e ci suggerisce sdei Balcani, dell’attrazione esercitata su tanti giovani uomini dalla guera come prova suprema e rito estremo. Talmente ricco e stratificato, questo film, da citare perfino nella sua parte animata il tema-ossessione delle righe degli incubi di Io ti saverà do Hitchcock disegnati da Salvador DalÍ. L’ho visto con un pubblico nunerosissimo, e alla fine sono state, giustamente, ovazioni.

Alice T.
di Radu Muntean. Concorso internazionale. Voto 3
Parafrasando il signor Marx: il nuovo cinema rumeno si presenta la prima volta sugli schermi come tragedia, la seconda come farsa e parodia. Un aborto all’era di Ceasuscu innervava uno dei film fondativi del cinema venuto da Bucarest, tra i più influenti degli anni Duemila. Era naturalmente 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni, e se non era capolavoro ci mancava poco. Adesso a Locarno è approdato, sempre dalla Romania, un altro film sull’aborto. Ma è cambiato tutto da allora, e quello che allora era un tema anche narrativo deflagrante qui appare depotenziato, banalizzato, sintonizzato sulla stupidità selfista della contemporaneità senza frontiere. Ed è cambiata la Romani e forse il suo cinema. Radu Munteanu se voleva citare e rifare, rovesciandolo, quel memorabile film di Mungiu, ha fallito l’impresa, andandosi nell’inevitabile confronto a schiantarsi. Alice T. è tra le cose più sgradevoli che si siano viste a Locarno 71, e non è solo per la sua odiosa e stupida protagonista. Un’insopportable sedicenne di nome Alice (somigliantissima a Paola Saluzzi, pure nei rossi capelli) che obbedisce solo ai suoi impulsi narcisistici e fa dannare chiunque abbia la disgrazia di entrare, da genitore, da amico, da amica, da amante, nel suo cerchio dannato. Resta incinta e grida alla madre adottiva di volersi tenere il bambino, poi però se ne libera senza neanche dirlo in casa acquistando su internet dei farmaci, di quelli che procurano crampi e emorragie. Aborto fai da te mentre si guarda un film con l’amica, e fa niente se si imbratta il divano di sangue, altro che i drammi di 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni. Cerca di sedurre un bagnino già fidanzato, perché come si come si muove la ragazza distrugge e fa del male. Ma perché mai dovremmo interessarci alla signorina Alice T.? Il regista ha il torto di assecondare la sua protagoista, di non prenderne mai le distanze, di mantenere un’equivoca indulgenza nei suoi confronti. Filmando banalmente e corrivamente il banale, e, ebbene sì, anche il male, Radu Muntean finisce col diventarne complice e consegnarci un brutto film.

Familia sumergida (Famiglia sommersa) di Maria Alché. Cineasti del presente. Voto 5+
Dopo Troppo tardi per morire giovani arriva a Locarno un altro film sudamericano firmato da una giovane regista, anche se stavolta argentino e non cileno (ma ormai le coproduzioni rendono sempre più labile l0identità nazionale di un film).
Buenos Aires, probabilmente (il film non fornice mai precise coordinate geografiche). Rina, che ha appena perso la sorella Marcela. Rina, cinquant’anni e qualcosa, con i suoi tre figli, due ragazze e un ragazzo. Rina, con un marito affettuoso dal quale però si sente sempre più lontana. Cronaca di una donna sola anche se circondata da molta gente e molto affetto, filmata da un’autrice che sa entrare con leggerezza e acume nella vita della sua protagonista. Succedono cose minime ma di massima importanza per lei, come l’amore breve con un giovane uomo in partenza per chissà dove. Un realismo quotidiano che senza darlo troppi a vedere trascolora que a là nel fantastico, in una sorta di surrealismo minimo dove i ricordi, i fantasmi e i desideri di Rina sembrano prendere corpo al di fuori di lei. Ma Famiglia sommersa non ce la fa mai a distendersi in una narrazione e resta un accumulo di frammenti, molecole che non si saldano mai.

L’Epoque
di Matthieu Bareyre. Cineasti del presente. Voto 3
Ci si apettava parecchio da questo docu sui ragazzi della notte di Parigi. Una perlustrazione con macchina da presa a inseguire per strada, nelle piazze, in centro ma anche nelle cité, nei club, nei pub, in altri posti e postacci la nuova gemerazione che balla, sballa, beve, si diverte, si strafà, si incazza ecc. E invece, delusione massima. Un assemblaggio di talking heads che sputano fuori cumuli non metabolizzabili dal povero spettatore di stereotipi, banalità, idées reçues però spacciate per originalissime e fichissime, luogocomunismi. E anche comunismi, giacché il caro vecchio Marx colpisce ancora, anche tra i ragazzi impiercingati e tatuati. Non c’è un progetto in questo film, un concept, una griglia teorica, un’idea di cinema. Si vanno a beccare rapper, spacciatori, bravi ragazzi che si lasciano andare perché la notte è la notte, e perfino un bel po’ di black bloc impegnati non si capisce in quale azione di guerriglia urbana. Tutti ce l’hanno con tutti. Moltissimi se la prendono con lo stato, il governo, le multinazionali, il capitalismo, con il nuovo primo ministro e il vecchio primo ministro, il nuovo presidente e il vecchio presidente, in un lamento autoassaolutorio con spesso derive paranoico-complottiste. E io che pensavo che i giovani fossero diversi, e non importa se nel bene o nel male. Macché, almeno i giovani di questo film ripetono come un mantra certi ferrivecchi ideologici che si sentivano tali e quali già 50 anni fa e pensavamo estinte. Qualche scheggia di verità e intelligenza ogni tanto balena, ma il film è una creatura senza forma incapace di comunicarci alcunché di interessante. E quando ci viene mostrata la lettera della ragazza di origine africana con cui lei, per protesta contro il razzismo, rinuncia alla nazionalità francese dichiarando di voler adottare quella del Ghana (o di altro paese sub-sahariano), cascano le braccia. Capisco la delusione di Rose (questo il suo nome), ma è così sicura che in certi paesi equatoriali i suoi diritti sarebbero meglio garantiti? Un consiglio: butti la lettera.

 

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