Locarno Festival 2018. Recensione: MENOCCHIO di Alberto Fasulo. Delude il film italiano del concorso

Menocchio, un film di Alberto Fasulo. Con Marcello Martini, Maurizio Fanin, Carlo Baldracchi, Nilla Patrizio, Emanuele Bertossi. Concorso internazionale.
Storia di un pover’uomo che alla fine del Cinquecento fu persguitato e processato dagli inquisitori come presunto eretico. Visivamente straordinario (le facce, l’uso delle luci e delle ombre), il film è purtroppo inadeguato nella sua drammaturgia e nei dialoghi, incapaci di restituire quell’epoca, quell’angolo buio della Storia. Voto 5
Erano alte le attese per Menocchio, unico film italiano in corsa per il Pardo. Perché i precedenti del suo regista Alverto Fasulo erano (sono) ottimi. Gran documentarista, Fasulo aveva vinto qualche anno fa il Festival di Roma (quando c’erano ancora Mueller direttore e la competizione) con TIR, cinema del reale ma assai narrativizzato a raccontare di un truck driver se ricordo bene croato sulle rotte d’Europa. Adesso il salto deciso nella fiction, e salto ambizioso perché Menocchio va a ricostruire un episodio oscuro, uno dei tanti, dell’Inquisizione in Italia negli anni immediatamente seguenti la Riforma. Mugnaio, di quei popolani sapienti e letterati, Domenico detto Menocchio viene fermato e imprigionato – siamo alla fine del Cinquecento – dagli occhiuti guardano dellortodossia cattolico-romana a Montereale, pianura friulana, e sottoposto a processo. È terra della Repubbica di San Marco, ma, immagino in base a una convenzione, gli agenti papali possono intervenire, perseguitare, condannare gli eretici, veri o presunti che siano. Storia tra le tante di quel tempo disgraziato, quando la macchina della Controriforma si mise in moto per bloccare ogmi infiltrazione luterana nell’Italia Settentrionale. Storie, quando le si rievoca come in questo film, che mantengono la loro aura di terribilità, e sbalordisce e allarma, a rivederle, quella pulsione e tensione degli inquisitori al controllo delle coscienze e alla loro manipolazione. Secondo u metodo che sarà il modello, lo schema archetipico, su cui poi i totalitarismi del Novecento costruiranno i loro tribunali e i loro processi farsa contro oppositori e nemici interni.
Tema magnifico, ma il risulato del pur lodevole lavoro di Fasulo reesta molto al di sotto delle aspettative. Il talento visivo e a tratti visionario del regista ha modo di dispiegarsi compiutamente, consegnandoci sequenze folgoranti e potenti. Le facce degli inquisiti e degli inquistori, tra terore e minaccia. L’uso straordinario delle luci e sopratttto delle ombre, del buio, a restituire  la pittura a forti contrasti e già espressionista nelle sue cupezze e nei suoi bagliori del Seicento. E che meraviglia i non attori, a partire dal protagonista Marcello Martini, che finalmente portano sullo schermo volti e corpi non omologati, come catapultati nel nostro presente da un mondo remoto, da una qualche premodernità. Purtroppo il film deraglia clamorosamente quando deve costruire una drammaturgia convincente, quando deve passare alla parola, alla costruzione dei dialoghi. La lingua di questo film resta povera e goffa, sospesa tra parlate contadine (ma a me gli accenti son parsi disomogenei e tra loro differenti), lingua ecclesiastica e perfino qualche locuzione intrusa della nostra modernità, senza mai risolversi in un ibrido convincente.  Una povertà che purtroppo corrisponde a un’insufficiente profondità del racconto. Resta oscuro di cosa sia davvero accusato Menocchio. Se il sospetto è che sia un seguace di Lutero, questo non è mai esplicitato. Le sue convinzioni su Dio, la Chiesa, Maria sembrerebbero avere più a che fare con certe forme di religiosità o a-religiosità contadina e addirittura precristiana (vedi le danze con le teste di toro), ma sono solo nostre supposizione, perché il film poco spiega e dice. E poi, lo scontro tra Menocchio e i suoi accusatori sembra a momenti di sconcertamte pochezza, con quell’insistenza ossessiva intorno alla verginità di Maria e al “come può una vergine partorire?”. Nei momenti peggiori, tutto il confronto tende a somigliare pricolosamente a una bega e ciàcola di paese: ma chi sono i tuoi amici Menocchio? dove vi trovavate? di cosa parlavate? E si pensa alora a Dies Irae di Dreyuer, e anche a quel film di Paolo Benvenuti che si chiamava Confortorio, e si misurano le abissali differenze tra quello stile, quella capacità di comunicare insieme il sacro e la resistenza umana e il fanatismo del potere, e questo Menocchio.

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