Locarno Festival 2018. Recensione: ‘Likemeback’, un film di Leonardo Guerra Seràgnoli. Tre ragazze in barca, ed è guilty pleasure

Likemeback, un film di Leonardo Guerra Seràgnoli. Con Angela Fontana, Denise Tantucci, Blu Yoshimi Di Martino, Goran Markovič. Cineasti del presente.
Il guilty pleasure di questo Locarno è italiano e ha un titolo impossibile, Likemeback: tutti ne parlano male e tutti vogliono vederlo (tant’è che è stata aggiunta una proiezione). Tre ragazze in barca con skipper lungo le coste croate, ed è tutta un’orgia di selfie, Instagram, Tinder: ma quanti like hai avuto? e i follower a che quota sono arrivati? Ma le rivalità ci sono, ed esploderanno drammaticamente. Dialoghi quasi inudibili, caratteri stereotipati, una sceneggiatura che non sa orchestrare come si deve il crescendo di tensione. Però le ragazze sono bellissime. Il film è loro. Voto 4 e mezzo
È definitivo: il guilty pleasure di questo Locarno. Stroncatissimo, e però tutti in fila per vederlo, tant’è che s’è dovuta aggiungere una proiezione “a grande richiesta”. Zeppo di goffaggini, improbabile, eppure ipnotico e soggiogante nella sua perfetta rappresentazione e mimesi del vuoto. Il vuoto, il niente, lo zero dell’era dei like. L’esibizionismo e il narcisismo come pratica di massa. Instagram come coazione e compulsione al protagonismo, come nuova macchina delle illusioni e oppiaceo virtuale di una generazione, soprattutto della sua parte femminile. Non è il caso di moraleggiare, ci mancherebbe, e però i guasti e le conseguenze fastidiosissime son sotto gli occhi di tutti, tutti i giorni. Del social più scemo e cerebroleso che c’è – solo immagine, zero pensieri e parole – e di come plasmi le relazioni di massa e la percezione di sé e degli altri tratta in fondo questo film di un giovane regista italiano, al suo secondo lungometraggio. Un’estate calda, sole e ancora sole, una barca con sopra tre ragazze quasi sempre distese e nude, uno skipper, una navigazione lungo le coste e le isole della Croazia. Gentile regalo mi pare di ricordare della genitrice di una delle ragazze (ma son regali da fare?). Corpi ignudi al sole scrutati dalla cinepresa e generosamente offerti allo spettatore-voyeur, e siamo a metà tra i gialloerotici italiani anni Sessanta tipo Bora Bora e le claustrofobie in bikini su barca tipo il polanskiano Il coltello nell’acqua e Ore 10: calma piatta. Però questo è anche, soprattutto?, lo Spring Breakers de noantri, ragazze in liberissima uscita con voglie neanche tanto represse anzi prontissime a deflagrare non appena s’affacciasse un maschio-oggetto desiderabile (e che uso e abuso di Tinder). E però tra di loro anche rivalità nascoste, invidie, odi, rancori, rinfacci, perché il catfight signora mia non muore mai, anche in tempi di #metoo e dichiarate sorellanze. Siam tutte fichissime, instagrammiamo e selfiamo, siam giovani, belle e con corpi sodi e palestrati, e allora la gara è inevitabile: chi sarà mai la più bella del reame? E quella con più likers e followers? E la più stronza? Di Korine manca totalmente il senso orgiastico e dionisiaco, e la percezione del male, dell’ombra oltre la luce accecante: resta solo l’ostensione della carne, il suo spettacolo. Peccato che il film drammaturgicamente non esista. Suppongo che l’ambizione dell’autore sia stata quella di tracciare, ebbene sì, un ritratto del vuoto ai tempi di Instagram, delle influencer e dei selfie. Ma la stupidità evocata finisce come un mostro con l’ingoiarsi tutto, anche ogni possibile critica. Di buono e azzeccato c’è il punto finale di esplosione, quando le contraddizioni fino ad allora nascoste deflagrano per colpa di una delle tre. Solo che poi, all’italiana, non c’è il coraggio di trarne le conseguenze e di arrivare davvero alla resa dei conti. Si sente la mancanza di una sceneggiatura solida che costruisca caratteri non stereotipati, disegni un tragitto narrativo, sforni dialoghi veri e non il mumble-mumble romano che ci tocca sentire. Soprattutto, che prepari il botto finale attraverso una progressione delle tensioni interne alle tre (anzi, dei quattro se ci aggiungiamo lo skipper). Eppure, nonostante i limiti evidentissimi, LikeMeBack (che titolo balordo) è diventato col passaparola qui al festival un-film-da-non-perdere. Innnanzitutto, come dicono i più sinceri, per la gnoccaggine delle tre ragazze sbiottate. E fa niente se la gnagnera recitativa (recitativa?) fa venir voglia di tapparsi le orecchie. Angela Fontana, lanciata da Indivisibili, se la cava benissimo anche come bellezza al bagno (la vedremo a Venezia nel film di Mario Martone). Blu Yoshimi Di Martino ha un nome impossibile, ma si fa ricordare lo stesso. E poi c’è Denise Tantucci, così Rooney Mara, di quelle ragazze italiane meravigliosamente, naturalmente chic alla Lucia Bosè. Se impara a recitare e mostra tempra di carattere abbiamo trovato una star.

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