Locarno Festival 2018. Recensione: ‘Genèse’, un film di Philippe Lesage. Citando Salinger

Genèse di Philippe Lesage.
Con Noée Abit, Théodore Pellerin, Édouard Tremblay-Grenier, Pier-Luc Funk, Émilie Bierre, Maxime Dumontier, Paul Ahmarani, Jules Roy Sicotte, Antoine Marchand-Gagnon. Concorso internazionale. Voto 4

Si cita e si mostra Franny e Zooey di Salinger in questo film del Québec. Difatti protagonisti anche qui sono un fratello e una sorella assai incasinati, il primo innamorato del suo migliore amico, la seconda di uomini sempre sbagliati. Segue un lungo episodio che non c’entra niente con quanto s’è visto fino a quel momento: ma perché? Pluriracconto di formazione velleitario ma dalla costruzione sgangherata, pretenziosissimo ma di modesti risultati. Si salvano due momenti, il resto è da sbadiglio. Voto 4
Immagino che nelle sue intenzioni del suo autore, il québecois Philippe Lesage, dovesse essere un film salingeriano. Perché Franny e Zooey viene citato e mostrato più volte in corso di narrazione (compare in mano a un quattordicenne lettore precoce che ne è entusiasta, e che sarà la causa, il quattordicenne, di una brutta faccenda di sospetta pedofilia). E perché per due terzi Genèse – ma si può scegliere un titolo tanto pretenzioso santi’Iddio per raccontare amori allo sboccio e anche un po’ più maturi e già marci? – ci racconta, citando Franny e Zooey, di un fratello e di una sorella con famiglia abbastanza disfunzionale, lui Guillaume lei Charlotte, entrambi alle prese con battiti del cuore e sovraccarichi ormonali tardoaloescenziali. Guillaume sta in uno di quei collegi che si pensava non esistessero più e invece pare esistano ancora in Canada, uguali uguali a quelli di certi vecchi film anni Cinquanta e Sessanta, con tanto di camerate, prefetti occhiuti, tentazioni omoerotiche, unica differenza rispetto ad allora un qualche professore anticonvenzionale, ma così anticonvenzionale da risultare stronzo, e allora meglio gli antichi. Brillantissimo, il ragazzo Guillaume, un acrobata della parola, un istrione, un affabulatore, un persuasore abilissimo nell’uso di retoriche, ma pessimo nello sport, qualunque sport. E qui chi ha visto i vecchi film sui collegi con sessualità soffocata e molte masturbazioni sotto le lenzuola capisce subito che quello è indizio certo di gaysmo. Difatti si scoprirà presto come Guillaume sia innamorato matto del suo migliore amico, e non sto a dire cosa sucederà quando la cosa diventerà pubblica (fornendo il pretesto comunque per il momento migliore del film, quello del coming out a chiave, un capolavoro di retorica, di G. davanti ai compagni di classe). Intanto la sorella passa sventatamente e con parecchia sfortuna da un uomo stupido e/o pusilanime e/o infingardo all’altro (viene perfino violentata sotto la pioggia). Poi, dopo le storie dei due fratelli, arriva incongruamente un lungo episodio a chiusura di film su due ragazzini (lui e lei, tranquilli) ancora innocenti, ancora incontaminati dai peccati del mondo, così almeno ci suggerisce il regista Lesage, che cadono innamorati durante un summer camp di probabile matrice e gestione cattolica. Maschi  rigorosamente separati dalle femmine, e canti e balli tipo Viva la gente! che si pensava si fossero estinti tempi dei dinosauri, e invece rieccoli in Québec (ma che paese è?). E però il ballo ossessivo finale su canzone folk farà anche oratorio anni Sessanta ma resta, insieme alla confessione di Guillaume, il miglior momento di questo film sghangheratissimo nel suo concept e velleitario. Film di cui francamente non si capiscono né le intenzioni né tantomeno gli esiti. Indeciso tra il raccono dei peccati del mondo e di una presunta, aurorale innocenza con uno stile ora giovanottesco ora classico-inamidato. In quell’omosessualità da collegio sembra di rivedere If di Lindsay Anderson, film sessantottino come pochi e palma d’oro a Cannes, anche se qui siamo parecchio al di sotto.

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