Locarno Festival 2018. Recensione: RAY & LIZ, un film di Richard Billingham. Desolazioni inglesi. Da palmarès

RAY & LIZ di Richard Billingham. Con Ella Smith, Justin Salinger, Patrick Romer,  Deirdre Kelly. Concorso internazionale.
Padre alcolista, madre distratta, figli abbandonati a se stessi. Un interno di usuale desolazione inglese lumpenproletaria, ma finalmente raccontato con uno stile forte e assai personale, secondo un’estetica del laido, dello sporco, del degradato che potremmo dire punk. Serio candidato al Pardo. Voto 7+
Possibile Pardo d’oro insieme al cinese A Family Tour e al nuovo meravigliosisissimo Hong Sangsoo appena visto. Poi, certo, c’è l’incognita del mammuth argentino La Flor, quindici ore di cinema che forse non è più cinema, forse è serialità televisiva o altro ancora (lascio ai teorici la questione), che potrebbe entrare con tutta la sua dismisura e pesantezza nel palmarès e fare tabula rasa intorno (ho visto finora la prima tranche di tre ore e mezzo, ed è stato una scoperta; non urlo al capolavoro, ma La Flor è opera superiore, coraggiosa nel suo recuperare sfacciatamente il cinema popolare più desueto e impresentabile travestendosi astutamente da film da festival). Non amo granché il cinema inglese di oggi – a meno che non sia di Andrea Arnold, Clio Barnard e pochi altri -, sia quando si presenta agghindato nella sua versione alta-signorile delle fin troppo perfette ricostruzioni d’epoca, sia quando nella sua versione degradata e selvaggia si fa ritratto degli inglesi brutti sporchi e cattivi, del proletariato strafatto h24 di birra. Invece RAY & LIZ (titolo maiuscolato, e non saprei dirvi il perché), da includere decisamente nella categoria seconda, mi ha convinto. Raccontando una di quelle famiglie che le psicologhe dicono di default disfunzionali, padre ciucco e fanigottone, madre obesa scarsamente dedita alle pulizie casalinghe e alle incombenze materne e coniugali, due figli maschi, uno adolescente uno più piccolo che hanno imparato presto ad arrangiarsi da soli. Quello che riesce a Richard Billingham è di restituirci una storia già molte volte vista al cinema (mettendoci dentro parecchio di autobiografico, così è parso di capire) finalmente con uno stile forte, uno sguardo assai personale e per niente omologato, in un forma e una messinscena che riscattano RAY & LIZ dal pedestre naturalismo e dalla mera denuncia indignata. L’invenzione di questo film, e del suo autore, è un’estetica del laido, del lercio, dello sporco che potremmo chiamare punk, qualcosa che ha a che fare col profondo dell’anima britannica e con il suo lato oscuro, un’estetica che testimonia fedelmente e insieme sublima in pura rappresentazione tutto lo squallore di certi interni lumpenproletari britannici. Carte da parati marce e gonfie di umidità e lordure, i peggio insetti annidati dappertutto, resti di cibi mai rimossi dalla tavola e dalla cucina, strati di unto e polvere accumulatisi per decenni. E l’alcol, declinato in forma perlopiù di birra e whisky, ingurgitato ogni ora, ogni giorno, ogni notte. E il gusto cattivo degli arredi. E i corpi gonfi e trascurati. Un degrado estetico che si fa cifra e simbolo di un degrado etico. Con mamma e papà che cattivi non sono, ma troppo ripiegati sulle proprie tare e troppo autoindulgenti per pensare davvero ai figli. Molte le analogie con il Palma d’oro a Cannes Shoplifters, anche se qui mancano la mirabile trasparenza di Kore-eda, il suo tocco, il suo astenersi da ogni giudizio epregiudizio rispettoso. Ma in quel caso siamo dalle parti del capolavoro, qui in RAY & LIZ solo, anche se è non è poco, del buon cinema.

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