Locarno Festival 2018. Recensione: YARA, un film di Abbas Fahdel. Nella valle di Qadisha, Libano

Yara, un film di Abbas Fahdel. Con Michelle Wehbe, Elias Freifer, Mary Alkady, Elias Alkady, Charbel Alkady. Concorso internazionale.
Nella valle di Qadisha, enclave cristiana nel Nord del Libano, una ragazzina di nome Yara e la nonna: sole. Poi un giorno arriva da chissà dove un ragazzo e Yara dovrà scegliere. Film di contemplazione che si astiene da ogni accensione melodrammatica, girato da un regista della diaspora irakena. Voto tra il 6 e il 7
Il fenomeno è noto e più volte osservato: ci sono film che con il passare del tempo crescono nella memoria, e altri che invece si spengono, perdono ogni attrattiva e interesse. Sta succedendo con Yara, che se alla visione mi è sembrato discreto, nobile, dignitoso ma anonimo e poco incisivo, adesso, a un paio di giorni di distanza, mi sembra tra i migliori del concorso. Non lo vedo candidato al pardo, e però se gli equilibri in giuria pendessero dalla sua parte potrebbe entrare nel palmarès. È che Yara è film a presa lenta, educato e sommesso com’è, e film di radicale austerità che con fa niente per ingraziarsi lo spettatore, che si astiene da ogni narratività evidente, fino a sfiorare l’anoressia drammaturgica e espressiva. E però, che sguardo terso quello del regista, e con che rispetto si avvicina ai personaggi, senza mai invaderli, e come riesce a coglierli quale parte del tutto che li contiene e ingloba, una valle come ferma in un tempo oltre la Storia (maiuscola). Ma non è così, perché tutto è connesso e niente separato e isolato, oggi più che mai, e il mondo là fuori farà sentire nel film il suo rumore, anche se solo come eco lontana. La valle di Yara si chiama Qadisha, sta nel Nord del Libano ed è terra e santuario e rifugio da secoli della popolazione cristiano-maronita, con i suoi villaggi e le sue croci, le chiese, i monasteri. Un’enclave circondata dall’Islam. Ci vuole una speciale sensibilità e consapevolezza e conoscenza di cose mediorientali per ambientarci una storia (con la minuscola, stavolta). Abbas Fahdel è irakeno, ma da molti anni vive e lavora altrove, in Europa. Scorrendo la sua bio mi sono reso conto di aver visto qualche anno fa, anche se non ricordo dove (qui a Locarno? al Torino Film Festival?), il suo precedente Homeland: Iraq Year Zero, gran bel documentario sul suo paese, la sua Baghdad, la sua famiglia prima e dopo la caduta di Saddam, prima e dopo la guerra e l’arrivo degli americani. Con riprese tesissime nella capitale sconvolta da scontri, agguati, attentati e pure rapimenti a scopo di estorsione. Un inferno. In Yara cambia tutto: siamo in un racconto di finzione e dal rumore delle bombe e degli spari si passa a un mondo dominato dal silenzio. Un film di contemplazione, meditativo, quasi a replicare quella che era la pratica quotidiana dei monaci della valle di Qadisha, di cui intravediamo sullo sfondo i monasteri.
Yara è una ragazzina rimasta presto senza i genitori, cresciuta in una casa sulla montagna con la nonna. Vivono di quello che coltivano, degli animali che allevano. Fahdel osserva, registra con la macchina da presa il fare quotidiano, i gesti, le poche parole scambiate. Non sono mai davvero sole, qualcuno da un villaggio che si immagina vicino passa sempre a dar loro una mano, a portare le cose necessarie. Passa un giorno anche un ragazzo venuto da chissà dove, non sappiamo nemmeno se sia cristiano come Yara o musulmano. Tornerà, e tornerà ancora. Non succede niente, i loro corpi appena si toccano, solo lunghe e caste passeggiate nela valle, ma succede che si innamorano. Solo che lui sta per partire, e Yara dovrà scegliere. Fahdel azzera ogni possibile climax, ogni possibile dramma e melodramma. Si concentra sui suoi personaggi (a partire dalla nonna, meravigliosa). Filma gli animali, i gatti, il cane, filma il lavoro quotidiano e i minimi riti domestici come in un documentario etnografico, evitando però ogni facile nostalgia arcadica, ogni pastorelleria e retorica da presepe. Ma evitando anche, specularmente, ogni miserabilismo ideologico. Forse poteva osare di più nel finale, sbilanciarsi, prendere una decisione. Dirci almeno se il ragazzo è musulmano o cristiano (questione cruciale da quele parti, e che avrebbe aggiunto ulteriori significati alla scelta di Yara). Ma va bene anche così. Uscendo dal cinema ci si chiede fino a quando le enclave cristiane, in Libano e nel Medio Oriente, potranno resistere all’arrembante jihadismo islamistao. Già la valle di Qadisha è semiabbandonata, la gran parte degli abitanti se ne n’è andata da tempo. Yara è anche, indirettamente e credo al di là delle intenzioni del suo autore, un film sulla resistenza umana di chi non lascia, non parte, e sulla necessità di preservare in uno scacchiere geopolitico tanto complicato la diversità culturale, etnica, religiosa.

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