Locarno Festival 2018: WINTERMÄRCHEN di Jan Bonny. E alla fine arriva il film-scandalo (come in ogni festival)

Wintermärchen (Racconto d’inverno), un film di Jan Bonny. Con Ricarda Seifried, Thomas Schubert, Jean-Louis Bubert. Concorso internazionale. 
Tommi, Bekka e Maik sono un cellula impazzita di destra estrema che s’è data la missione di ripulire la Germania dai non tedeschi. Passano da un massacro all’altro, in una violenza feroce e stolida che ricorda i Natural Born Killers di Oliver Stone. E anche in privato hanno stretto un’alleanza indissolubile, in un triangolo che include ogni forma di amore, comprese scatenatissime cose omosessuali tra Tommi e Maik. Film brutale e malato di sensazionalismo. Greve fino alla pornografia (della violenza, del sesso). Ma è il film di cui a Locarno adesso si parla. Voto 4
L’abisso. L’abisso di questo Locarno. Il Male in forma di cinema. A far parlare e sparlare la gente del festival in questo momento è, più che il fim argentino di quindici ore La Flor (evento annunciato e non così mantenuto), il tedesco Wintermärchen, cui tocca di diritto il pardo dello shock, dello scandalo. Orrore in platea, indignazione, e non solo tra le signore perbene e timorate (categoria che resiste a ogni mutazione socioantropologica). Uno di quei film eticamente infami progettati per colpire alle viscere lo spettatore, e che per riuscirci non si fermano davanti a niente, anzi se la godono a massacrare ogni sopravvissuto tabù, a varcare ogni soglia di decenza, a annullare ogni distanza di rispetto, a farsi pornografia pura. Ovviamente trincerandosi dietro la maschera dell’engagement e della denuncia delle storture del mondo. Gridando la propria indignazione e però facendo spettacolo di quanto si mette sotto accusa. Pensate: una giovane coppia criminale in una qualche parte della Germania oggi, la Gemania più anonima e lugubre. Che da coppia diventa ben presto trio, anzi triangolo quando si aggiungerò un loro amico, e che si direbbe una cellula, ma cellula impazzita e deviatissima di destra estrema neonazi che ha per obiettivo ammazzare gli immigrati, quelli che ai loro occhi e nella loro testa demente non sono tedeschi veri e puri. Se Tommi e Bekka – sciaguratissimi che ricordano nella loro ottusa, animalesca ferocia e assenza di ogni freno etico i Natural Born Killers di Oliver Stone – facciano parte o meno di una qualche organizzazione o siano autonomi e autocefali lo si scoprirà solo molto più avanti. Intanto li vediamo girare in macchina in cerca di un bersaglio dalla pelle scura, lei al volante lui con la pistola. Anche se è lei dei due la mente perversa, la dark lady, la signora Macbeth soggiogatrice, mentre Tommi è solo un ragazzo di zero cervello che Bekka tiene alla catena come un cane attraverso il sesso (e più lui implora di dargliela più lei si rifiuta e lo maltratta, ovvio). Ma sarà l’irruzione nella loro vita dell’amico e complice Maik – mezzo francese dunque più portato al piacere, sadismo compreso – a farli passare davvero all’azione. E sarà massacro di tre turchi in un supermercato di notte. Non siamo che all’inizio di una catena di efferatezze da parte dei tre ebbri di idee tossiche e ormai calati nel ruolo di ripulitori della Germania. Ho detto prima Natural Born Killers, perché nel duo che poi si fa trio c’è la stessa assenza di pensiero degli assassini seriali Woody Harrelson e Juliette Lewis, la stessa naturale e irriflessa ferocia, con il sovrappiù della peggio ideologia politica possibile a fare da detonatore. A sgomentare non è solo il tocco greve del regista Jan Bonny, il suo approccio equivoco al male, il suo sguardo compiaciuto, ma è come trasforma la stessa vita privata dei suoi personaggi in uno scatenamento orgiastico degli istinti. Tommi e Bekka si brancicano e si scopano con lo stesso furore animalesco con cui massacrano le loro vittime, e a colpirci è soprattutto la stolida Bekka, sguardo opaco e vuoto, una furia venuta dai bassifondi dell’umano. Il paradosso è che loro che vogliono ripulire la Germania poi vivono nel lordume peggiore, bestie che si rotolano nello sporco e nei rifiuti. E quando si aggiunge Maik le cose peggiorano. Ma il picco, o l’abisso, comunque il climax, lo si tocca quando i due maschi si scopano sotto gli occhi di Bekka, scatenandosi in una doppia, reciproca sodomizzazione che il suo segno in platea lo lascia, altroché. Il film passa da una scena a due, a tre, eterossesuale, omosessuale, mista, alle male imprese da giustizieri della notte della ghenga, in un’escalation parossistica e lugubre. Il regista non applica il minimo filtro e, dietro al paravento della denuncia del neonazismo xenofobo, si permette di tutto, situandosi nel fango esattamente dove stanno i suoi protagonisti. Se a Racconto d’inverno (titolo, dice il pressbook, preso da Heine, di cui i nazi bruciarono i libri) non do 2 ma 4, se non lo metto all’ultimo posto della mia classifica, è perché non mi ha lasciato indifferente. E sono qui a chiedermi perché.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Locarno Festival 2018: WINTERMÄRCHEN di Jan Bonny. E alla fine arriva il film-scandalo (come in ogni festival)

  1. Pingback: Locarno Festival 2018. La mia classifica finale dei 15 film del concorso. E domani è Pardo | Nuovo Cinema Locatelli

Rispondi