Locarno Festival 2018. Recensione: GANGBYUN HOTEL (L’hotel in riva al fiume), un film di Hong Sangsoo. Il migliore del concorso, non c’è gara. Dategli il Pardo, please

Gangbyun Hotel (Hotel by the River), un film di Hong Sangsoo. Con Kim Joobong, Kim Minhee, Song Seonmi, Kwon Haehyo, Yu Junsang. Concorso internazionale.
In un hotel in riva al fiume un uomo convoca i due figli. Mentre una donna belle e dolente cerca di superare il trauma di un amore finito. In Gangbyun Hotel il coreano Hong Sangsoo realizza forse il suo film assoluto, un film che rielabora e sublima il senso della perdita in un pacato stoicismo. Da Pardo. Solo che Hong Sangsoo l’ha già vinto nel 2015, e stiamo a vedere se gliene daranno un altro. Voto 9
Raro trovare il sublime in un film. In Gangbuyn Hotel c’è, lo percepiamo nettamente, diffuso in ogni inqadratura. Un film nel quale il coreano Hong Sangsoo arriva alla sistemazione teorico-pratica e alla definizione del suo cinema, dove ogni precedente sperimentazione formale, ogni ricerca linguistica e drammaturgica si distende e scioglie in una costrizuzione fluida e senza più dissonanze. In una narrazione semplicemente perfetta, lieve e trasparente, come sempre in lui, ma pervasa stavolta da una superiore consapevolezza e pacatezza, come di chi sia arrivato a una visione distaccata e sapienziale delle cose e del cinema. Non so se lo zen faccia parte della cultura coreana, ma se sì, si potrebbe considerare tale questo Hong Sangsoo di Gangbyun Hotel. E se ferite, lacerazioni, sofferenze ci sono, e ci sono perché questo è il film in cui Hong Sangsoo mette di più a nudo se stesso attraverso i suoi personaggi, tutto è riscattato e ricomposto attraverso quella macchina terapeutica e quel balsamo che è il cinema. Film girato, come ci comunica lo stesso regista nei titoli di testa, in due giorni, il primo (se ricordo bene, perché non prendo mai appunti, non sono così diligente) a fine gennaio 2018, il secondo il 14 febbraio, solo due giorni prima della proiezione alla Berlinale del suo Grass. Ulteriore conferma di come Hong sia lavoratore instancabile e velocissimo, un uomo-fabbrica di cinema, di un cinema sempre assai personale, da camera, di conversazione, di pochi caratteri che interagiscono tra di loro e mossi più dal caso che dalla necessità.
Stavolta al centro c’è un uomo, Youngwhan, ormai avviato ai suoi anni ultimi, di mestiere poeta, sempre che il far poesia possa essere un mestiere. Sta soggiornando in un hotel di medio decoro e vagamente vintage in riva a un fiume, invitato dal padrone dell’albergo che è un suo lettore e estimatore. Tra i pochi clienti anche una donna di dolente e meravigliosa bellezza, e difatti la interpreta Kim Minhee, senza se e senza ma la più bella donna del mondo. Compagna e musa di Hong da qualche anno, presenza fissa nei suoi film. Anche se chi è bene informato (Marco R., mi riferisco a te) mi dice che i due si sono lasciati qualche mese fa e che questo malinconico ma non piagnone e stoico Gangbyun Hotel sia l’elaborazione di quella perdita, di quel vuoto. Eppure chi li ha visti l’altro giorno alla conferenza stampa – io purtroppo non ci sono andato – assicura che si sono presentati insieme mano nella mano. Riconciliazione o solo comune e solidale sostegno al film? In ogni caso Gangbyun Hotel resta una storia sulle storie che finiscono, sulla solitudine qualche volte scelta qualche volta no, sulla disgregazione indotta dal tempo della rete degli affetti e degli amori. Ed è sulle donne, sulle necessità del femminile, e sulle relazioni tortuose con tra donne e uomini. Youngwhan il poeta convoca all’hotel sul fiume i due figli, non particolarmente entusiasti di incontrarlo. Intanto Sanghee (il character interpretato da Kim Minhee) cerca di superare in quel posto lontano dalla città la depressione per la fine di una storia: la raggiunge un’amica, che, conoscendone la condizione, non vuole lasciarla sola. Intorno la neve, e oltre, a dominare tutte le inquadrature, il grande fiume. Il vecchio poeta è ammaliato dalla bellezza di quella coppia di amiche, lui che la bellezza l’ha sempre inseguita. I due figli invece son gente pratica di Seul, immersi nel lavoro, nella corsa al successo. Il maggiore ha appena divorziato, ma non vuole dirlo al padre. Il secondo, regista cinematografico in ascesa, è un uomo solo che fatica a relazionarsi con le donne. E il dialogo con il padre sulla centralità e necessità del feminile resta tra i momenti più alti di Gangbyun Hotel. Che si avvia verso un finale facile da intuire, ma che non è il caso di dire. Hong Sangsoo sublima qui il suo stesso cinema. Le inquadrature fisse e simmetriche. Le lenti carrellate. Il gioco degli incontri. La vita come eterno giardino di sentieri che si biforcano. E sempre ci si siede al tavolo di un caffè, di un ristorante, a parlare, a mangiare e bere soju. Mentre la vita scorre, sempre diversa e sempre uguale. Cinema di un maestro, e ormai non è più il caso di tirare in ballo per lui la logora etichetta di Eric Rohmer orientale. Hong Sangsoo fa capo solo a se stesso, elaboratore di un mondo filmico unico e riconoscibile. Questo Gangbyun Hotel dovrebbe essere premiato subito con il Pardo d’oro, nessun altro titolo del concorso può stargli alla pari. Ma Hong Sangsoo il Pardo l’ha già vinto nel 2015 con Right Now, Wrong Then. Difficile gliene diano un altro, più probabile un premio alla regia o un premio speciale della giuria. Credo invece che vincerà il cinese A Family Tour, peraltro assai bello.

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