Locarno Festival 2018. Recensione: LA FLOR di Mariano Llinás. Eccolo, il film-mammuth di 14 ore. Capolavoro? No

La Flor, un film di Mariano Llinás. Con Elisa Carricajo, Pilar Gamboa, Valeria Correa, Laura Paredes. Concorso internazionale. Durata 808 minuti.
Entrato al festival come evento massimo, questo film-monstre argentino di quindici ore e sei episodi ne esce abbastanza ridimensionato. Discontinuo, con parti di noia insostenibile e altre assai inventive. Voto tra il 6 e il 7
Eccolo, il film-mammuth di quasi 14 ore entrato al festival e nel concorso come evento annunciato e uscitone, a visione avvenuta, alquanto ridimensionato. No, non una delusione, ma neanche quel capolavoro assoluto che la sua lunga durata, qualcosa di sempre intimidente e sempre brandito dagli autori come arma contundente e ricattatoria verso pubblici e critici e giurie, sembrava garantire. Tra poco sarà annunciato il Pardo, e spero vivamente che non lo diano a La Flor. Un premio alle quattro eroiche attrici sì, quello dateglielo, ma non di più, je vous en prie. Devo subito dire che delle quasi quindici ore ne ho viste poco meno di dodici: tutta la prima tranche (206 minuti), metà della seconda (342 minuti), tutta la terza (320 minuti). Abbastanza, mi pare, per poterne scrivere e dare una valutazione. Che non è di entusiasmo. Se qualcuno si aspettava un altro film fuori misura destinato a sedurre i cinefili come in passato Heimat o Il decalogo di Kieslowski, sappia che non è così. Di molto buono c’è che La Flor non si atteggia mai a monumento del cinema, non sale pomposamente in cattedra, non proclama in ogni fotogramma la sua distanza dal cinema medio, ma si presenta, pur in una forma assai sofisticata, pur nel suo essere metacinema, cinema di secondo e terzo e quarto grado, come cinema e basta da fruire, per niente malmostoso, percorso da un’energia, una vitalità e un’esuberanza quasi selvagge. Almeno nelle sue parti migliori (perché c’è ne sono altre in cui La Flor vaga in cerca di se stesso). Tant’è che il pubblico che l’ha visto tutto o quasi ha assai gradito e applaudito (certo, anche molte fughe in corso di proiezione). Mariano Llinas, un omone e istrione che mi pare avviato a replicare in possanza fisica Orson Welles, è uno che sa come arrivare allo spettatore e uscire dalle accademie del cinema smorfioso, e di questo bisogna rendergli atto. Ancora qualche informazione necessaria: la prima parte, ovvero gli episodi I e II, erano già stati presentati lo scorso gennaio al festival di Rotterdam, incubatore e finanziatore del progetto con il suo Hubert Bals Fund. La Flor in versione integrale è stato poi proiettato al festival di Buenos Aires, dove ha vinto il premio più importante. Quindi, se non vado errato (Max Borg mi corregga eventualmente) questa di Locarno è la prima europea dell’opera. Che, monumentale e fuori scala e titanica com’è, ha richiesto al suo autore e ai suoi attori qualcosa come dieci anni di vita e di lavoro, in cui immagino che la ricerca dei finanziatori sia stata spossante. Si è scritto e riscritto pigramente che i sei episodi di cui si compone La Flor, tutti autonomi, si ispirano ognuno a un genere cinematografico. Dopo averlo visto, questa vulgata va un attimo rivista e aggiustata: più che rifare alcuni generi, Llinas, ingordo e incontenibile, rifà il cinema del passato, mescolandoli liberamente i generi, un’infinità di generi, ma qualche volta astenendosene, o rifacendoli non così sfacciatamente. Il primo episodio è una specie di horror con classica maledizione della mummia; il secondo, di gran lunga il migliore, è un melodramma su una coppia canterina e i suoi amori e disamori, con a latere una specie di thriller anni Sessanta; il terzo, mastodontico, quasi sei ore e non si capisce perché, è una spy stoy labirintica, a incastri complicatissimi e per la maggior parte noiosa e inerte; il quarto episodio è cinema sul cinema, sul set infinito di un film in cui avrà parte una storia di stregoneria; il quinto è un rifacimento omaggio, in bianco e nero e in gran parte muto, di Un partie de campagne di Jean Renoir; il sesto è il racconto breve, tratto da una cronaca dei primi del Novecento, della fuga di una ragazza meticcia con la madre da una tribù del deserto, girato con filtri a rendere fantasmatiche, ectoplasmatiche e irriconoscibili le quattro figure femminili in campo. Ci sarebbe anche un settimo episodio, benché non dichiarato, e sono i 40 minuti di titoli di coda che scorrono su un lunghissimo piano sequenza capovolto girato sul set e sul fuori set. Si mescolano lungo tutto il film lo spagnolo, l’inglese, il francese, l’italiano, frammenti di altre lingue. Le quattro attrici (vedi sopra i nomi), fedelissime di Llinas e con lui per molto tempo in un collettivo teatrale argentino, sono presenti in tutti gli episodi ma non nel quinto, il Renoir reloaded. Che dire? Che si fatica a capire le intenzioni dello strabordante Llinas, strabordante non solo attraverso la superdimensione del suo film, ma anche in quanto loquace introduttore di ogni episodio. Non c’è gran coerenza tra le varie parti, e se c’è un concept che non sia quello di rifare tanto cinema del passato, si fatica a indovinarlo. Llinas si abbandona senza freni e con voluttà e anche megalomania e narcisismo alla sua incontinenza, alla sua stessa capricciosità, accumulando, assemblando, aggiungendo, senza però un disegno coerente. Il risultato è alquanto discontinuo. Parti assai riuscite si alternano ad altre ammorbanti per noia e inerzia. Si intuisce, dall’uso piuttosto statico della macchina da presa, la derivazione teatrale di La Flor, ne è un altro indizio la prevalenza schiacciante della parola, in didascalie superscritte o pronunciate da una voce fuori campo invadente fino alla petulanza. E forse il quinto episodio senza parole è un risarcimento dopo tanti fluviali discorsi. Llinas dimostra comunque di saper maneggiare molto bene i materiali e i modi del cinema del passato, ogni mondo che evoca è ricostruito con pertinenza, riuscendo al meglio quando abbandona la pura parodia (che qualche volta si degrada in goliardata) e ascolta se stesso. Sicché le meraviglie, in mezzo a tante parti ridonanti o superflue, ci sono, eccome. Tutto il secondo episodio è perfetto, con quella coppia canterina corrosa dalla rivalità professionale e amorosa che ricorda i Pimpinela, istituzione pop argentina (la loro versione spagnola di La riva bianca la riva nera di Iva Zanicchi è un capolavoro camp), e sembra di rivedere certi Almodovar dei tempi belli. Nell’in gran parte terribile episodio tre, la spy story, si salvano pezzi isolati di grande cinema, la storia delle guerrigliera convertita in agente segreto. E il monologo interiore del rapito è un altro pezzo straordinario. E nel quarto tutta la parte del manicomio con i suoi dei dell’Olimpo è bellissima. Già, ma bastano per fare un capolavoro? No. E comunque di questa monumentale sfida bisognerà pur riparlare, nel caso uscisse da qualche parte (tipo festival di Torino, o su qualche piattaforma).

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