Un film-capolavoro stasera in tv: SIGNORE & SIGNORI di Pietro Germi (dom. 19 agosto 2018, tv in chiaro)

Signore & signori di Pietro Germi, Rai Storia, ore 21,13. Domenica 19 agosto 2018.
Capolavorissimo. Il vertice del cinema grottesco, deformante e fustigatorio di Pietro Germi, che porta qui a compimento la sua osservazione spietata e desolata dell’italianità, dei suoi vizi profondi e inestirpabili, della sua doppia e anche tripla morale, della sua ipocrisia strutturale. Scandagliando come sapeva fare solo lui la scena e i retroscena di una città immaginaria non così difforme da Treviso, provincia cattolica elevata a simbolo e paradigma di un paese in transizione dalla cultura patriarcal-contadina al consumismo diffuso (anche sessuale), ci consegna una biografia della nazione che ancora oggi è in grado di turbarci. Si ride amarissimamente, perché in quel ritratto siamo costretti a rifletterci come in uno specchio, e non è una visione piacevole. Certo, tutto sembra cambiato da allora, rispetto a quell’Italia, ma molto è rimasto nel profondo della psicologia collettiva e dell’antropologia inalterato. Solo rammodernato in superficie, di una modernità così spesso copiata malamente e mutuata da fuori. Dopo Divorzio all’italiana e Sedotta e abbandonata, Pietro Germi abbandona la Sicilia e sale al Nord, in Veneto. Ma la sua carica derisoria e demolitrice resta la stessa, anzi si potenzia. Film-affresco, multifocale, di storie plurali e plurimi personaggi che si intersecano in una sceneggiatura anticipatrice, nel suo intrecciarsi e ramificarsi a rete, di tanto cinema che verrà, come quello di Robert Altman (per dire come allora il cinema italiano sapesse, anche nell’alveo di una produzione assai consapevole delle richieste del pubblico, sperimentare e innovare). Naturalmente, alla Germi, è il campo dei comportamenti sessuali a essere al centro della rappresentazione e della derisione, con un repertorio inesauribile di borghesi ipocriti – di una borghesia mediocre e più serva che padrona – che dietro alla virtù pubblica nascondono ogni privata depravazione. E che finisce però italicamente in commedia sempre boccaccesca tra corna subite e praticate, beffe, tradimenti e equivoci, con qualche storia di vero amore e autentica virtù a fare da elemento di contrasto al predominio del vizio. Virna Lisi bruna è indimenticabile quale cassiera clandestinamente innamorata del ragioniere Gastone Moschin. Ma è il concerto dei ricchi, dei – si diceva allora – papaveri in collusione eterna e osmosi con i poteri della religione e della politica, a prendersi nella sua repulsività la scena. In una galleria di mostri da affiancare a quelli coevi di Dino Risi o di Mario Monicelli. Ma con una cifra di alterazione psicofisica perfino maggiore, di una violenza espressionistica abbastanza estranea alla nostra tradizione e al nostro cinema (come Germi forse solo Elio Petri, o lo Zampa più estremo). Grand Prix a Cannes 1966 (in un periodo di sospensione della Palma d’oro: un’altra era, davvero) ex aequo con Un uomo, una donna di Claude Lelouch. Allora si scrisse che era stata Sofia Loren, presidente di giuria, a sostenerlo fortemente. 52 anni dopo bisogna dire che il suo non fu solo patriottismo, ma anche lucida identificazione di un capolavoro.

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