Venezia Festival 2018. Recensione: FIRST MAN. Il film di Damien Chazelle apre la Mostra senza entusiasmare troppo

First Man (Il primo uomo), un film di Damien Chazelle. Con Ryan Gosling, Clare Foy, Jason Clarke, Kyle Chandler, Lukas Haas. Venezia 75 Concorso.
Certo è strano che il trentenne Damien Chazelle dopo La La Land sia andato a raccontare con questo film la vita di Neil Armstrong prima del suo sbarco sulla Luna. First Man funziona bene nella prima parte, la più intima, la più raccolta, quando il regista decostruisce l’epica della conquista spaziale e la riduce all’umano, alla misura terrestre e domestica. Anche ricorrendo a uno stile per niente tonitruante e celebrativo. Solo che nella seconda parte la retorica rispunta inevitabilmente. (Che poi, per quanti sforzi faccia Chazelle, oggi il racconto delle conquiste spaziali ci sembra inesorabilmente datato). Voto 6+
Avvertenza: da quest’anno a Venezia embargo. Non si possono pubblicare recensioni e nemmeno commenti sui social fino a quando il film non è stato proiettato al pubblico.

Al terzo suo film che vedo (prima Whiplash, poi il celebrato, troppo, La La Land, adesso questo First Man) mi convinco sempre di più che Damien Chazelle sia un regista incompiuto, di molte promesse non tutte mantenute, sempre a due passi dalla consacrazione a Grande Autore Giovane senza mai raggiungerla. Anche fin troppo eclettico e disinvolto nell’attraversare mondi cinematografici, modi, generi tra loro diversi, sempre puntando all’entertainment, ma come volendo decostruire il cinema popolare del passato nello stesso momento in cui lo omaggia. Temo senza però un progetto deciso e audace in testa, con troppi cedimenti alle mediazioni e al piacionismo. Sicché, alla fine di questo troppo lungo epic che poi epic non è del tutto, sul primo uomo che toccò il suolo lunare, Neil Armstrong, tutti abbastanza soddisfatti del risultato, ma entusiasmo poco, pochissimo, non certo quello che accolse qui al Lido due anni fa La La Land: così almeno stamattina, in una Sala Darsena gremita per la proiezione stampa delle 8,30 con tutti i critici anglofoni schierati (e invece nella stessa sala, due ore e mezzo dopo, per Sulla mia pelle, il film di Orizzonti su Stefano Cucchi, un’infinità di posti vuoti, e quasi solo italiani presenti). Tratto dalla tardiva autobiografia di Armstrong pubblicata nel 2005, il giovane e sempre energetico Chazelle segue l’ingegnere-pilota già in carico alla Nasa alla fine degli anni Cinquanta durante gli eperimenti per i programmi spaziali americani che intendono spezzare l’egemonia sovietica conquistata con i vari Sputnik. I colleghi, i successi e i fallimenti, soprattuto la vita privata, con la storia straziante della figlia più piccola, gravemente malata. Una moglie (Clare Foy, bravissima) che non è solo la consorte passiva del futuro astronauta, ma parecchio di più. Non sto a raccontarvi gli eventi che tanto la conclusione la sapete (è uno dei pochi casi in cui si può rivelare il finale senza che qualche paranoico urli allo spoiler). Diciamo che la marcia di avvicinamento di Armstrong che lo porterà, attraverso il progetto Gemini, alla storica missione Apollo con conquista da parte sua della Luna, segue il classico andamento drammaturgico a rollercoaster, di su e giù, successi alernati a brucianti sconfitte e inciampi e incidenti. Il più grave quando Armstrong, alla casa Bianca quale testimone della corsa spaziale, dovrà fronteggiare una pessima notizia che coinvolge tre suoi colleghi. Storia prevedibile, già data anzi sdata, e non così interessante oggi che l’epica spaziale sembra un reperto dei lontani anni Sessanta del secolo scorso. E allora, Chazelle, perché mai ha girato dopo La La Land proprio questo film? Che, confesso, quando sono uscite le prime notizie “sta lavorando alla biografia di Armstrong” io ho ingenuamente pensato a Louis, in continuità con la passione jazz di Gosling in La La Land. Invece, l’astronauta. L’intenzione del talentuoso anche se non grande regista trentenne è evidente, la reductio ad humanum dell’epica del cosmo americana, dell’eroismo di chi vi partecipò. Le fanfare vengono spente, gli orgogli nazionali pure (salvo un qualche squillo nel finale), mentre si privilegia il Neil uomo-come-noi, one of us, uno che solo la sua bravura di ingegnere, un po’ di gloria in guerra e il gioco del caso hanno portato nei libri di storia. La prima parte del film, la più intima, con la moglie e i due figli (e la piccola assai malata), è quella che si piega meglio alle intenzioni di Chazelle, e di gran lunga la più riuscita. Nella sua opera di decostruzione sia dell’epos spaziale che del cinema che lo ha celebrato, Chazelle si concentra sull’interno familiare e sulla psiche non così granitica di Armstrong, ricorrendo a un linguaggio cinematografico giovanottesco anche se non survoltato, camera mobile veloce, montaggio virtuosistico di dettagli apparentemente insignificanti ma che vanno ad aggiungere senso al microcosmo di Armstrong, famiglia e colleghi. E gli esperimenti prima dela grande prova presentati, più che come un prodigio della tecnica, un inno al progresso, come macchinerie di ferraglia, fumi, fiamme, sbuffi, stridori di lamiere. Con la scena della mosca a bordo schiacciata da Armstrong come fosse nella cucina di casa che è quasi un manifesto programmatico e teorico di questo film antiretorico. Poi, man mano che First Man si avvicina alla Luna, prendono peso i codici del genere e anche la retorica, prima respinta, inevitabilmente ritorna. Carto, mai allunaggio fu raccontato così in soggettica, e in alcuni momenti, nei momenti migliori in cui le scene della casa in Texas si alternano con l’infinito del cosmo, sembra di rivedere The Tree of Life di Terrence Malick, il più grande film del terzo millennio (a oggi), che proprio qui verrà dato tra qualche giorno in versione uncut di tre ore e mezzo. Però Chazelle, e ci dispiace, non è Malick. Non ne ha il senso del Tutto, del cosmo come grembo di ogni possibile esistenza. Alla fine, applausi convinti e non di circostanza, ma entusiasmo no. Se First Man imbocca la giusta direzione potrebbe portarsi a casa qualcosa nella prossima awards’ season. Ryan Gosling è il solito Ryan Gosling, di una fissità tra la mschera ieratica da samurai e l’inespressività. Clare Foy ha solo un paio di scene importanti, ma le usa benissimo.

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