Venezia Festival 2018. Recensione: THE MOUNTAIN di Rick Alverson. Un grande film che si autodistrugge a venti minuti dalla fine

The Mountain, un film di Rick Alverson. Con Tye Sheridan, Jeff Goldblum, Denis Lavant, Hannah Gross, Udo Kier. Venezia 75 Concorso.
Per tre quarti un grande film, una rivelazione. Poi The Mountain si inabissa, in una sorta di autosabotaggio da parte del suo regista Rick Alverson. Che però mostra di essere autore dotato di una visione propria di cinema, radicale e intransigente: raccontando una storia di pazienti-vittime e di un medico demoniaco nell’America anni Cinquanta. Voto 7+
Siamo all’inizio, e questo è solo il secondo film della competizione dopo l’assai solido e established First Man, ma azzardo a dire che The Mountain è il titolo più arrischiato e radicale tra tutti i 21 in corsa per il Leone. Autore indipendente ma indipendente per davvero, Rick Alverson. Un signore americano quarantenne arrivato con The Mountain al suo sesto film. A me del tutto sconosciuto fino a quando a Locarno – era il 2013 – mi capitò di imbattermi nel suo notevole e disturbantissimo e non omologato Entertainment (qui la mia recensione). Non mi sarei mai aspettato di ritrovarlo nella più istituzionale Mostra del cinema, e invece, incredibilmente, eccolo qui. In The Mountain Rick Alverson conferma e potenzia quanto aveva mostrato nel precedente, impressionando per una visione di cinema intransigente e inconfondbile, benché debitrice – ma solo nella visualità – a certo David Lynch e parecchio al Roy Andersson del Piccione seduto sul ramo. Cinema di constatazione. Sguardo glaciale e impassibile, predilezione per i tableaux vivants però parecchio smorti e cosificati, colori terrei e penalizzanti – i marroni, i verdolini  putridi, i beige più sporchi – che immergono i personaggi in una sorta di galleria fotografica anni Cinquanta come corrosa dalla muffa, verminosa. Una figuratività desolata eppure ammaliante, nel suo ascetico rigore, nella sua inflessibilità e inderogabilità dal proprio modello. E inquadrature perlopiù fisse, dove gli umani si fanno cose tra le cose, come animali impagliati. Narrazione apparentemente azzerata e invece no. Pur nella sua messinscena carbonizzata e mineralizzata, Alverson costruisce una storia, sbalza dei personaggi, li fa interagire, benché in una drammaturgia tutta trattenuta e atona. Alverson sbalordisce per l’assoluta coerenza con cui procede, semza mai deflettere dalla sua visualità punitiva, e però ipnotica e conturbante come certi diorami o vetrine di un museo di storia naturale. Per tre quarti The Mountain sfiora il risultato assoluto, candidandosi a un premio importante e al ruolo di film-rivelazione di Venezia 75. Poi negli ultmi venti minuti si inabissa, come se una follia autodistruttiva si fosse impossessata del suo autore. Precisamente, da quando il character interpretato da Denis Lavant – l’attore-feticcio di Leo Carax e di tanto cinema francese non-mainstream – fa la sua entrata in scena, portando The Mountain verso un altro, incomprensibile film, del tutto incongruo rispetto a quanto si è visto fino a quel momento. E però l’impressione del grande risultato sopravvive anche a questa autodissoluzione finale, al clamoroso autosabotaggio da parte di Rick Alverson. Nel plot si ravvisano molti echi di cinema passato, soprattutto quello manicomiale – da La fossa dei serpenti a Improvvisamente l’estate scorsa – e anche un che di The Master di Paul Thomas Anderson e della sua America anni Cinquanta così solida in superficie e così torbida nei suoi strati profondi.
Il giovane Andy, appena rimasto orfano del padre (Udo Kier!), incontra lo psichiatra-neurologo che a suo tempo ebbe in cura la madre, adesso sepolta viva in un manicomio. Andy diventerà il suo assistente, lo accompagnerà nel suo viaggiare da un ospedale psichiatrico all’altro, con l’incarico anche di fotografarne (con una Polaroid giurassica) i pazienti prima e dopo l’intervento al cervello. Perché lui, il diabolico dottor Fiennes, come uscito da un film dell’espressionismo tedesco (è un Jeff Goldblum mostrificato), è un fautore e praticante della lobotomia, cui sottopone i malati da lui ritenuti irrecuperabili. E mentre il suo metodo sta per essere dichiarato superato e criminale, sono in arrivo sul mercato psicofarmaci che prenderanno il posto di quell’aberrante terapia chirurgica. Un film di zombie, perché tali sono i pazienti una volta trattati dal dottor Fiennes, e per lo stile oggettivizzante, osservativo, del regista. Che riesce a comunicare il disagio, il senso di allarme di certi Haneke o Lanthimos. Purtroppo il disastro incomincia quando entra in scena l’insopportabile Denis Lavant (già la sua recitazione e il suo body language sono conpletamente avulsi, come venuti da un altro film e un altro universo espressivo), padre di una paziente che intende far visitare al dottor Fiennes e guru a sua volta di un centro di allargamento-potenziamento della coscienza già quasi new age (e sta qui l’analogia con The Master). Peccato che narrativamente questo pezzo non si saldi con la parte precedente , e l’interminabile, delirante discorso in sottofinale di Lavant impiomba irreparabilmente un film che fino ad allora era stato grande. Applausi al ragazzo Tye Sheridan, il bambino di The Tree of Life, il giovane uomo di Ready Player One di Steven Spielberg, e qui eroico nell’adeguarsi alla recitazione atonale imposta da Rick Alverson

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