Venezia Festival 2018. Recensione: THE FAVOURITE (La favorita), un film di Yorgos Lanthimos. Incredibile, stavolta Lanthimos è piaciuto a tutti

The Favourite (La Favorita), un film di Yorgos Lanthimos. Con Olivia Colman, Emma Stone, Rachel Weisz, Nicholas Hoult, Joe Alwin.
Corte inglese, primo Settecento. Due donne si contendono i favori, anche sessuali, della regina Anna: la sua assistente e compagna Lady Sarah e l’ambiziosa ex sguattera Abigail. E intorno, intrighi, tradimenti, complotti. Per la prima volta senza il suo storico sceneggiatore Efthimis Filippou, il grande greco del cinema malsano e disturbante Yorgos Lanthimos (Dogtooth, Il sacrificio del cervo sacro) riesce nell’acrobatica impresa di realizzare il suo film più accessibile e di mantenersi fedele a sé stesso. The Favourite è una giostra del potere barocca acida, cinica, patologica, anche molto divertente. Grandi interpretazioni di Olivia Colman, Emma Stone e Rachel Weisz. Sarà un successo anche oltre Venezia. Voto 7 e mezzo
Mi chiedevo come sarebbe stato il primo film di Yorgos Lanthimos senza il suo fedele, e storico sceneggiatore Efthimis Filippou, il signore che ha osato immaginare e scrivere i copioni malati e deragliati di Dogtooth, Alpis e Il sacrificio del cervo sacro. Un nome fondamentale di quel cinema greco che ha stravolto e ridefinito il panorama autoriale degli anni Dieci. Sodalizio interrotto. Gli sceneggiatori di La favorita sono altri, un signore e una signora anglofoni, e non saprei dire se con Filippou si tratti di rottura irreversibile (come quella intercorsa a suo tempo tra Iñarritu e Guillermo Arriaga) o di classica pausa di riflessione per poi riprendere con rinnovata voglia. Spero la seconda, perché in questo pur notevole e assai riuscito La favorita, di sicuro il film più accessibile e popolare che finora il grande greco abbia girato, la mancanza di Filippou si avverte: in qualche piacioneria, nella rinuncia a certi radicalismi. Eppure, anche un Lanthimos dimidiato e disposto al compromeesso resta Lanthimos, che non perde la sua anima di autore in una produzione ad alto budget come questa. Grandi applausi, alla proiezione stampa e ancora di più a quella ufficiale della sera alla presenza di cast e regista. Anche, il film a oggi (venerdì 31) che ha raccolto il consenso più trasversale tra i critici presenti. Con tre interpretazioni femminili di cui risentiremo parecchio parlare, soprattutto quella, clamorosa, di Olivia Colman, regina Anna lesbica, impedita dalla gotta, contesa tra due signore, la favorita in carica (Rachel Weisz) e colei che aspira a prenderne il posto (un’Emma Stone in un ruolo odioso che bilancia tutto lo zucchero di La La Land). Un triangolo tutto femminile, dove il potere è concentrato nelle mani di donne e conteso tra donne, mentre gli uomini vanno a combattere o tramano per far pendere la bilancia delle scelte reali dalla propria parte. Inghilterra, primi del Settecento. Il paese è in guerra con la Francia e a corte sono due le fazioni, quella che vorrebbe continuare nonostante gli alti costi e l’opposizione che vorrebbe chiudere la faccenda al più presto. Ogni mezzo è lecito per influenzare la sovrana e trascinarla nel proprio campo. Ma tutti devono fare i conti con Lady Sarah, assistente prsonale di Anna, sua amante, sua confidente, e anche amministrtarice degli affari di stato su delega non dichiarata della regina. È lei, volitiva, capace, determinata, a governare e a manipolare a proprio vantaggio Anna. Finché dalla campagna arriva la di lei cugina Abigail, caduta in povertà ma di aristocratiche origini. Che, introdotta a corte come sguattera di cucina, saprà mettersi ben presto in luce e scalare le posizioni insidiando il ruolo di Sarah. L’eterno Eva contro Eva, con i favori della regina come obiettivo e trofeo del duello, in un film massimamente ambiguo e palindromo – davvero in questo à la Lanthimos – che può essere visto sia come un inno alla supremazia femminile sia, al contrario, come una fantasia maschile di castrazione (tutte quelle donne-belva con le palle). Credo che Yorgos Lanthimos si sia lasciato irretire dal romanzo da cui è tratto il film per la sua rappresentazione non convenzionale e non virtuosamente corretta del mondo femminile, anzi del mondo tout court. Lo sguardo naturalmente cinico-impassibile del gran regista greco e il suo senso del sordido e del laido hanno modo di dispiegarsi pienamente a contatto con un materiale narrativo così congeniale. Tutto in La favorita, dietro la smagliante confezione e la sontuosità delle scenografie e dei costumi che ne fanno (anche) un film per sciura, è degradato moralmente, tutto è marcio, tutto è interesse,  calcolo, strategia, inganno, gioco di mascheree. Con personaggi che sono macchine guidata dall’avidità e dalla voglia di potere. Anche il sesso – lesbico e non – è rapacità, possessione dei corpi, loro controllo, tattica di conquista e dominio. Yorgos Lanthimos realizzail suo film più immediato, godibile e mainstrean mantenendosi nel fondo fedele a se stesso. La non presenza di Filippou resta una lacuna non colmpata, ma ci pensa una regia assai determinata e consapevole del proprio progetto a trasformare un period movie di suo abbastanza qualunque in una fiera malsana e grottesca, in un delirio barocco marcio e lutulento che in certi passaggi richiama il più arrischiato Peter Greenaway. Giocando sulla dialettica del gradevole (i costumi, la recitazione perfetta ) e dello sgradevole, Lanthimos realizza un prodotto irresistibile che farà molta strada e buonissimi incassi dappertutto. E se già si era visto in Il sacrificio del cervo sacro un regista perfettamente in controllo della macchina cinema, capace di riprese audace e movimenti di macchina virtuosistici al limite della muscolarità autoriale, qui lanthinos va perfino oltre, giganteggiando tecnicamente con piani seuenza fiurni e notturni e un uso del fish eye geniale. A restituire con la distorsione delle immagini il crollo di ogni retittudine e linearità, anche morale, di un un universo chiuso e lercio come quello della corte che sembra riprodurre pantografato e su scala gigante quello della famiglia di Dogtooth. Attenzione, potrebbe vincere qualcosa di importante qui a Venezia e diventare uno dei dei titoli forti dell’imminente awards’ season (alla faccia di tutti gli haters di Lanthimos: una legione). Alle tre attrici potrebbe andare qui la CoppaVolpi, e per Olivia Colman mi sentirei di azzardare anche un possibile Oscar. E a proposito di Oscar: se alla vigilia tra i titoli della Mostra i neglio piazzati nella corsa sembravano First Man di Chazelle e A Star is Born (dato stamattina in press screening) di Bradley Cooper, adesso le loro quotazioni sono in discesa, mentre stanno salendo quelle di The Favourite di Lanthimos e del molto riuscito Roma di Alfonso Cuaron. Sempre che Netflix, che lo ha prodotto, decida di distribuirlo in America in qualche sala, come imposto da regolamento dell’Academy.

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