Venezia Festival 2018. Recensione: ROMA, un film di Alfonso Cuarón. Tra cronaca familiare e storia di una nazione

ROMA, un film di Alfonso Cuarón. Con Yalitza Aparicio, Marina de Tavira, Nancy Garcia, Jorge Antonio, Veronica Garcia, Marco Graf, Daniela Demesa, Carlos Peralta, Diego Cortina Autrey. Venezia 75 Concorso.

Cuarón sul set con una delle interpreti

Cuarón dopo gli anni a Hollywod tona a casa, in Messico, per raccontare una storia con molti echi autobiografici. 1971: Roma, quartiere borghese di Mexico City. Una madre, quattro figli, un marito distante, e la fedele domestica Cleo. Un anno nella loro vita che li cambierà tutti, mentre il paese è dilaniato dagli scontri. Bianco e nero smagliante per una storia solo apparentemente minima che è invece pura epica del quotidiano. Confermando Cuarón come un maestro del cinema narrativo. Voto 7 e mezzo
Molto atteso, dato tra i favoriti al Leone, e la visione stavolta ha confermato le aspettative. ROMA (capital letters, non chiedetemi il perché), sarà bene chiarirlo subito, è un disytretto di discreta e buona brghesia di Città del Messico cha fa da sfondo e cornice al film. Distretto dov’è cresciuto il regista Alfonso Cuarón, uno dei molti elementi da lui imessi nella narazione. Un anno – siamo nei primissimi Settanta dels ecolo scorso – nella vita di una famiglia infelice, e infelice (ma anche felice) a modo suo, con una madre non doma, non arresa nonostante complicazioni con le quali dovrà conrontarsi, madre-perno intorno a cui ruotano tutti, i quattro figli, tre maschi e una femmina, il marito sempre più lontano e sempre più ex, la nonna, e poi la servitù, appendice o parte integrante del nucleo, composta da una ragazza, Cleo, assai affezionata ai ragazzini di casa, e da una coppia, moglie e marito, lei domestica lui autista e tuttofare. Un nucleo sottoposto a scosse ma con una sua solidità strutturale che gli consentirà di non dissolversi, un insieme di vite e storie pesonali, private, eppure insieme anche sintomatico e emeblemtaico di quel tempo, di quel paese, di quella città. Siamo poco dopo le famose Oliipiadi di Mexico City, quelle del pugno alzato, e l’air du temps è quella delle contestazioni, delle ribellioni, delle lotte e degli sconttro di piazza, che in quel quadrante latinoamericano assumono un’intensità e una violenza mai viste inEuropa. Tutto arriva attutito ma non silenziato, anzi, nella casa dei nostri personaggi. Cuarón, dopo Gravity e tanti film a alto budget, torna al suo Messico, alla sua città, a un racconto intimo che però si fa anche quadro sociale e ritratto di un passaggio nella storia moderna del paese. E per oltre duo ore dispiega la sua rodata professionalità, la sua abilità somma di narratore per raccontare un pulviscolo di fatti piccoli ma non minimi né insignificanti che riescono a saldarsi in un’epica del quotidiano fi grande efficacia drammaturgica. Bianco nero, e schermo gigante della Sala Darsena a valorizzare al massimo l’opera di un maestro della fluidità narrativa come il regsita di Gravity. Essendo uno dei prodotti Netflix di questa Mostra, non si sa se ROMA sarà distribuito in Italia in sala (in America sì, per rendere possibile la partecipazione del film agli Oscar: l’Academy non prende in considerazione quello che non esce al cinema entro il 31 dicembre), e sarebbe un peccato. Oltre che puro autlesionismo da parte di Netflix. Come in Gosford Park la cronaca familiare di Cuarón si muove sui due assi opposti dei padroni e dei servi, cortocircuitando di continui i due mondi. E si resta ancora una volta basiti nel vedere qui, come anche in tanti film brasiliani, argentini, cileni, perfino paraguayani, quanto profonde siano o fossero le differenze di classe nel mondo latino-americano (quale famiglia medioborghese da noi si potrebbe permettere tre o quattro domestici a tempo pieno?). Mentre Sofia, la mater familias, dopo troppi sospetti viaggi di lavoro del marito si rende conto di come lui abbia un’altra, ecco che sul versante servitù seguiamo Cleo, ragazza buona e laboriosa che resta incinta di un disgraziato di nome Fermin, fanatico praticante  di arti marziali alla Bruce Lee, il quale la molla non appena saputo della gravidanza (“vado un attimo un bagno e torno”, le dice mentre sono al cinema a vedersi un film con Louis de Funès – a me è parso Tre uomini un fuga – e naturalmente chi lo vede più). Sembra poca roba per un film di 135 minuti, eppure non ci si annoia un attimo, perché Cuarón è abilissimo nel muovere le figure del suo teatro domestico e a renderci interessante e degno di attenzioni il minuscolo quotidiano. Mentre il rumore della Storia (capital letter) si fa sempre più sentire. È un grande momento di cinema la ricostruzione di quello che è passato alla storia messicana come il massacro di Corpus Christi – era il 10 giugno 1971 -, uno scontro tra dimostranti e polizia che lasciò sull’asfalto 120 morti, con squadre paramilitari in azione a rincorrere i manifestanti nelle case, nei negozi, e ad ammazzarli. E quel raduno di praticanti di arti marziali sotto la guida di un guru quantomeno equivoco è un’altra sequenza spettacolare e allarmante (quello difatti, capiremo più tardi, è il bacino di reclutamento delle squadracce della morte). Cinema lineare e classico nella sua accentuata e anche orgogliosa narratività, ma tutt’altro che semplificato, anzi  capace di filtrare e metabolizzare senza darlo troppo a vedere le lezioni dei più vari neoralismi, il cinema di Cassavetes, il sapore di verità della Nouvelle Vague. Forse condizionati dal marchio Netflix, sembra di intravedere un andamento, un ritmo disteso già da serialità lunga, con quella storia di famiglia che si fa storia di una Nazione e potenziale saga fluviale. Si è parecchio scritto prima che partisse il festival di come il presidente della giuria Guilermo del Toro sia assai vicino – sono conterranei – a Alfonso Cuarón e probabilmente assai ben disposto verso ROMA. Che però è bello, bello davvero, e se vincesse qualcosa mica sarebbe uno scandalo.

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