Venezia Festival 2018. Recensione: ‘The Ballad of Buster Scruggs’ dei fratelli Coen. Un film minore dei Coen? Macché, un film da Leone

The Ballad of Buster Scruggs, un fillm di Joel e Ethan Coen. Con James Franco, Zoe Kazan, Tom Blake Nelson, Liam Neeson, Tom Waits, Brendan Gleeson.

Joel Coen a Venezia. Foto ASAC

Joel e Ethan Coen realizzano un film a episodi “come”, assicurano, “quelli italiani degli anni Sessanta”. Tutti a tema western. Acuni folgoranti, altri meno. Ma è l’insieme a funzionare magnificamente, fino a formare una commedia universale dove va in scena tutta la gamma dell’umano. Con almeno due capitoli eccelsi. Finora (è domenica 2 settembre, ore 14,50) il migliore tra i tanti bei film del concorso. Prodotto da Netflix. Voto tra il 7 e l’8

Ethan Coen, anche lui in conferenza stampa a Venezia. Foto ASAC

Un altro prodotto Netflix dei sei di questa Mostra. Forse oltre la dose massima digeribile. Il sospetto, forte, era che questo film a più storie (sei capitoli, se ricordo bene) fosse la versione bonsai, ridotta per motivi di budget o per disaccordi con la produzione o chissà per quale altro motivo, di una ben più lunga serie prevista con la piattoforma-colosso che ormai comanda il mercato. Invece macché, i Coen anche qui a Venezia hano ribadito come questo film sia stato concepito e sia nato come l’abbiamo visto, come film a episodi distiniti e autonomi, “perché ci sono sempre piaciuti i film antologici, in particolare i film girati in Italia negli anni Sessanta, che mettevano insieme opere di diversi registi incentrate su uno stesso tema”. Dunque, questo Ballata di Buster Scruggs sarebbe il discendente, quanto legittimo non saprei dire, dei Boccaccio 70, Le bambole, Ieri oggi domani. Crediamoci, facciamo finta di crederci. E comunque, io che ero alquanto diffidente e sbuffante prima di entrare in sala, mi sono arreso (con piacere) alla bontà del prodotto. Qualità eccelsa, pura marca Coen. In my opinion a oggi, tra tanti film belli e bellissimi del concorso, il migliore. i festival ho sempre apprezzato e stimato i film dei Coen, salvo poi piazzarli nelle mie classifiche al quarto o quinto posto. Adesso basta, mi dichiaro pentito. Loro sono dei maestri, è l’insieme della loro opera a certificarlo, la sommatoria dei tanti loro film, più o meno riusciti se presi isolatamente, ma in grado di imporre una visione altra del cinema, quella del citazionismo, del manierismo autoriale, della ripresa dei generi, del riattraversamento del passato per inventarsi il futuro. E allora, che stavolta sia primo posto nella mia lista per questo notevole, e assai godibile, TBOBS. Di cui impressiona la cura dei dettagli, l’ossessiva e maniacale perfezione nella scrittura e soprattutto nella regia e nella messinscena. Presi singolarmente, ci sono episodi folgoranti, di una misura assoluta, perfetta, e altri che lo sono meno, ma se li accostiamo e li ripercorriamo ci rendiamo conto di come insieme finiscano con il restituirci una visione non solo del cinema ma del mondo. Uno di quei romanzi sugli uomini e le esistenze come i romanzieri non scrivono più, un film-mondo in cui i Coen ci mettono faccia a faccia con l’avidità, la fame di amore e di potere, il sesso, l’amicizia, il tradimento, l’opulenza, la miseria, i rovesci della sorte e, letteralmente, la vita e la morte. L’aproccio è beffardo, dry, disincantato, qualche rara volta partecipe, mai sentimentale. In una narrazione veloce, sintetica, spesso ellittica, e con finali che ti prendono alla gola per quanto sono imprevisti, e feroci. Sciabolate. Massì, una grandiosa commedia umana tutta in forma di western, che prende il western come codice di riferimento, come contenitore per raccontare gli uomini e il destino. I Coen svariano tra più registri, a dimostrarci ancora una volta il loro funambolico eclettismo. Il primo episodio è decisamente comico, grottesco. Ma poi, senza che ce ne rendiamo conto, i due fratelli ci portano sempre più giù verso il dramma e il tragico, negli abissi dell’umano, ai confini dell’oltreumano o del bestiale. Se l’episodio del cercatore d’oro (una figura che ritorna anche nell’altro western autoriale del concorso, The Sisters Brothers di Jacques Audiard, visto stamattina) è il più disteso e il più enigmatico nel suo connettere malickianamente l’umano al cosmico naturale, resta impresso il capitolo, magnifico per concisione, del povero freak, un troncone umano, portato in giro per il West dal suo impresario-padrone Liam Neeson. O quello finale, di una diligenza che se all’inizio ricorda Ombre rosse poi si inoltra in territori ben più sinistri e lugubri alla Edgar Allan Poe. Come a prefigurare un possibile prossimo film a episodi in tema horror. E non manca il lato romance, nella storia della giovane donna e del capo-carovana. Applausi convinti, molti commenti del genere sì però. Io dico sì e basta, e dico anche che se i Coen vincessero il Leone sarebbe un sacrosanto riconoscimento (la Palma a Cannes l’hano già vinta una vita fa con Barton Fink).

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