Venezia Festival 2018. Recensione: VOX LUX, un film di Brady Corbet. Il vero ‘A Star is Born’ è questo

Vox Lux, un film di Brady Corbet. Con Natalie Portman, Jude Law, Raffey Cassidy, Stacy Martin, Jennifer Ehle. Venezia 75 Concorso.
30 anni, e già così bravo. Brady Corbet dopo il folgorante esordio tre anni a Venezia Orizzonti con The Childhood of  Leader ritorna, stavolta nel concorso maximo, con la sua opera seconda. Vita immaginaria ma molto verosimile di una pop singer di nome Celeste, mentre sullo sfondo l’America si confronta con cose assai dure e toste. Corbet replica l’intuizione del suo film precedente, che la Storia e le storie individuali sono intimamente benché misteriosamente connesse. Un film ambizioso, che inventa e rischia parecchio anche a costo di sbagliare (manca per dire un finale convincente). Voto tra il 7 e l’8

Natalie Portman e Brady Corbet a Venezia. Foto ASAC

Erano alte le aspettative per l’opera secondo del regista-attore Brady Corbet (era in Melancholia e Sils Maria, giusto per dare qualche coordinata) dopo il folgorante The Childhood of A Leader che lo rivelò a Venezia tre anni fa. E che vinse un paio di premi importanti. Vox Lux ha spaccato la stampa tra favorevoli e no, come altri titoli del concorso, con prevalenza netta degli haters. Mi colloco nello schieramento opposto, per me resta tra le cose migliori e più inventive che si siano viste nella corsa al Leone, la conferma di un autore. Certo, film ostico, di un’ambizione non sempre realizzata, e così apertamente dichiarata da renderlo a tratti respingente, e imperfetto, irrisolto (manca un finale convincente, come se Corbet non avesse avuto l’audacia di portare al suo logico compimento quanto raccontato, e lasciato intuire, fino a quel momento). Ma quanta intelligenza dentro, quanta voglia e anche quanta sana arroganza nel cercare da parte di Corbet un cinema proprio, personale, e un cinema futuro, inventando, provandoci, accostando forme diverse anche a costo di sbagliare. Anche, un film in cui si miscelano i linguaggi e gli stili della pop culture e non scontati riferimenti culturali. Vox Lux replica quella che era l’intuizione  notevole già di The Childhood of A Leade, che la Storia – i suoi drammi, le sue svolte – interagisce in modi a volte misteriosi e sotterranei in altre lampanti e evidenti, con le microstorie individuali, in un gioco continuo di interazione e influenze reciproche. Nell’opera prima di Corbet la psicosi di un ragazzino si legava intimamente alla nascita e all’affermazone dei peggio totalitarismi del Novecento, stavolta in Vox Lux le stragi di massa di vario tipo e vario terrorismo che hanno funestato l’America si connettono segretamente alla nascita e all’ascesa di una star della pop music. Non ci sono rapporti di causa-effetto, nessun facle sociologismo, il regista semplicemente mostra, allinea i due piani lasciando che siano le immagini e la narrazione a suggerire i punti di contatto. In un’idea di cinema che non ha molti riscontri nel panorama attuale, soprattutto negli autori della generazione dei milennnial. È una biografia immaginaria quella raccontata da Corbet ispirandosi, sono dichiarazioni contenute nel pressbook, a W.G. Sebald e alle sue minuziose ricostruzioni di vite inventate ma terribilmente verosimili e suppportate da un apparato di riferimenti storici e iconografici (credo che Corbet si riferisca a libri come Austerlitz). Vita della cantante Celeste di cui vediamo gli anni compresi tra il 1999 e il 2017. Celeste è una ragazzina di 14 anni cui tocca d’essere coinvolta in una di quelle terribili stragi nelle scuole che da decenni funestano l’America. Vede morire compagni di classe, amiche, amici: lei sopravviverà. Alla cerimonia funebre, chiamata a ricordare i compagni uccisi, anziché prodursi in uno speech decide di eseguire una ballad da lei composta. Sarà un immediato e strepitoso successo prima americano, poi mondiale. Nasce una stella, e Celeste scala in pochi anni il ranking delle pop singer più acclamate. È in questa fase di costruzione del suo successo che un altro massacro sconvolge l’America, e stavolta è l’attacco alle Torri Gemelle. Stacco. Rivediamo Celeste ormai famosa, impegnata a mantenerlo il successo, non più a costruirlo, diventata diva nevrotica corrosa da alcolismo, insicurezza cronica, incapacità di costruirsi relazioni decenti e di mantenerle, spossata dal confronto continuo con la figlia teenager e con la sorella che, per starle vicino, ha rinunciato a una carriera in proprio. Con una Natalie Portman ancora una volta enorme, come in Black Swan, come in Jackie (film entrambi lanciati a Venezia), di una mostruosa bravura che incenerisce ogni altro interprete intorno a lei, anche se sono Stacy Martin (la sorella) e Jude Law (l’agente). Una voce fuori campo racconta, commenta, chiosa, in una lingua ricca e densa di echi letterari che lascia sbalorditi in un autore tanto giovane (Corbet, 30 anni, è anche lo sceneggiatore), in cui più che Sebald a me è sembrato di risentire certi narratori settecenteschi di vite mirabolanti (il Daniel Defoe di Lady Roxana e Moll Flanders, l’Henry Fielding di Tom Jones). Per dire le stratificazioni e le suggestioni sprigionate da questo film. Che lascia intuire una possibile conclusione, ma che poi non la trova, o rinuncia a trovarla, ed è un peccato. Le coreografie della popstar Celeste, molto bene danzate da Natalie Portman, sono opera del marito ballerino-coreografo Benjamin Millepied. Si esce convinti che il vero e riuscito A Star is Born di questa Mostra di Venezia sia questo, non il brutto film con Bradley Cooper e Lady Gaga che s’è visto la scorsa settimana.

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3 risposte a Venezia Festival 2018. Recensione: VOX LUX, un film di Brady Corbet. Il vero ‘A Star is Born’ è questo

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  2. videodrome scrive:

    Non visto il film, ma anche il precedente the childhood of a leader aveva un finale aperto e parecchio irrsolto, nonostante ciò è un film di grande spessore e personalità per un ragazzo minore di 30 anni. Abbiamo dei registi in Italia 30enni così? Io non penalizzerei troppo la chiusura di un film, a volte noto che Lei insiste un po’ sul finale di un film, francamente gli do meno peso a patto che lo svolgimento complessivo dello stesso abbia un’idea forte di cinema.

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