Venezia Festival 2018. Recensione: ‘Werk Ohne Autor – Opera senza autore’, un film di Florian Henckel von Donnesmarck. La storia tedesca diventa un feuilleton

Werk Ohne Autor (Never Look Away – Opera senza autore) di Florian Henckel von Donnersmarck. Con Tom Schilling, Paula Beer, Sebastian Koch, Saskia Rosendahl, Oliver Masucci. Venezia 75 Concorso.
Una sontuoso quanto corrivo feuileton tedesco chissà perché finito in concorso. Di un regista che un tempo prendemmo tutti serio per il suo Le vite degli altri e adesso responsabile di questa soap opera che, ripercorrendo la storia tedesca dal nazismo agli anni ’60, ci racconta una storia d’amore. O, se preferite: che attraverso una storia d’amore ci racconta un pezzo di storia tedesca. Cose serie ridotte a telenovela. Voto 3

Tom Schilling e Paula Beer (foto ASAC)

Cè stato un tempo in cui il tedesco Florian Henckel von Donnersmarck era considerato un grande autore. Era il tempo in cui andava in sala e raccoglieva premi dappertutto – Oscar per il migliore film straniero compreso – il suo Le vite degli altri. Che sembrò a molti un capolavoro, ma sul quale oggi, alla luce del successivo film di Florian Henckel…, The Tourist, e di questo suo sciaguratissimo Opera sena autore, si dobvrebbe esercitare un duro revisionismo critico Davvero non ci si crede, di fronte a questo che un tempo si sarebbe detto polpettone e adesso non si può più (ci sono parole che chissà perché diventano a un certo punto inusabili e impronunciabili), di cinica e abile messinscena, come no, ma che ha la complessità e la densità pari a zero di una vetusta fiction tv prima che le fiction e le serie diventassero coolissime (pure troppo). Eppure, o proprio per quello, Opera senza autore è il film che a questo Venezia Film Festival ha ottenuto il massimo gradimento del pubblico, assai applaudito, oltre ogni ragionevolezza, anche alla proiezione stampa. Qualcuno l’ha perfino definito il Via col vento tedesco, e allora cascan le braccia. Certo, la pretesa di raccontare un pezzo di storia tedesca del Novecento – dal nazismo agli anni Sessanta di Germania Est e Ovest – c’è, ma l’intreccio è grossolano benché tratti temi alti e altissimi e di capitale impportanza, le coincidenze ben oltre la dose consentita (il protagonsita che ritrova, e se lo ritrova addirittura come suocero, l’uomo che mandò a morte l’amata zia), i modi – nomostante la confezione impeccabile per sciure e l’indubbio mestiere profuso da Florian Henckel…, corrivi. Con il peggio sentimentalismo che neanche più una niovela egiziana, una musicaccia volgare a enfatizzare i climax, le agnizioni, gli interventi del Fato. Lati interessanti, potenzialmente interessanti, ce ne sono, eccome. Pet dire: la figura del ginecologo criminale al servizio det Terzo Reich e delle follie razziste hitleriane che da nazistaccio diventa, grazie alla protezione di un alto ufficiale sovietico occupante cui ha reso un favore inestimaile, un uomo della nomenklatura comunista della DDR. A suggerire certe sotterranee affinità totalitarie dei due regimi e il trssformismo che è anche tedesco, mica ssolo italiano. E pure interessante sarebbe potuto essere la parte dedicata a quel laboratorio dell’arte contemporanea che fu l’Accademia di Düsseldorf negli anni tra Cinquanta e Settanta, con gli avanguardismi spesso imbarazzanti, e con quel professore-guru che ricorda Joseph Beuys – stesso capppellaccio, stessa essperienza di guerra come pilota della Luftwaffe, stesso incidente aereo e successiva guarigione grazie alla cure dei Tatari di Crimea – ma anche questo capitolo e i suoi mareriali narrativi, che Floran Henckel… mostra di conoscere, nel flusso così volutamente dozzinale del racconto si banalizzano, perdono forza, verità, ogni capacità di svelare. In questa sontuosa ma intimamnte e irrimediabilmente corriva soap opera anche certi fondamentali passaggi della storia tedesca son solo espedienti per colpire alla viscere lo spettatore e strapparne ora l’indignazione, ora la lacrima, ora l’applauso.
Tutto ruota intornoa  Kurt, bambino ai tempi del Terzi Reich, innamorato della meravigliosa zia Eòisabeth che lo introduce all’arte. Zia matocca, che verrà internata in uno di quei famigerati ospedali per malati di mente sitituiti dal Reich e poi mandata nelle camere a gas. A guerra finita Kurt si ritriva cittadino della socialista DDR. Coltiverà all’accademia la sua vocazione artistica, diventerà benché rilutante uno stimato pittore del realismo socialista, conoscerà una c<mpagna di studi di nome Ellie (Paula Beer, una delle più belle che oggi si possano vedere sui nostri schermi). Si innamorano, ovvio, e sarà un trauma per Kurt scoprire che il padre di lei è il genicoloso nazistissimo che mandò a morire la zia e poi riciclatosi nei ranghi del potere comunista (Sebastian Koch, che già aveva interpretato un personaggio simile in Nebbia in agosto). Basta così. Il resto è fuga all’Ovest del nazi ora comunisrao in procinto di essere scoperto, e scapperanno da Berlino Est a Ovest prendendo il metrò nella mitologica stazione in Friedichstrasse anche Ellie e Kurt nel frattempo diventati marito emoglie. La storia tedesca raccontata attraverso le vicissitodini e il rollerocaster esienziale di una coppia  Niente di nuovo, l’aveva già fatto, e molto meglio, Fassbinder attraverso le sue Maria Braun  e Lili Marleen. Resta da chiedersi come questo film sia finito a Venezia: possibile non ci fosse di meglio nel cinema tedesco da invitare? Cinema che oltretutto sta vivendo un ottimo momento (all’ultima Berlinale solo nella competizione maggiore c’erano tre notevoli film made in Germany). Fino a pochi giorni fa il peggiore del concorso. Poi è arrivata Jennifer Kent con il suo trucidissimo The Nightingale. L’ultimo posto nonglielo toglie nessuno.

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