Venezia Festival 2018: i premi. Leone annunciato a Cuarón, palmarès prevedibile, scandalo The Nightingale

Alfonso Cuaron, Leone d’oro (foto ASAC)

Yorgos Lanthimos, Leone d’argento (foto ASAC)

Olivia Colman, Coppa Volpi (foto ASAC)

Il palmarès prevedibile dei maestri riconosciuti o in via di consacrazione. Ha vinto ROMA di Alfonso Cuarón, produzione Netflix, il Leone più prevedibile e previsto delle ultime edizioni del festival. Mica per niente oggi titolavo Tutti dicono Cuarón il mio pezzullo sui favoriti. Altrettanto scontato (o quasi) il resto del palmarès. E il quasi lo spiego più avanti. La giuria presieduta da Guillermo del Toro non ha certo brillato per audacia, segliendo di non rischiare, andando su autori e film che hanno accontentato più o meno tutti e non sono spiaciuti a nessuno, nomi consolidatissimi o in via di definitiva consacrazione: Cuarón il leone, e poi Jacques Audiard (The Sisters Brothers: Leone d’argento per la miglior regia), i fratelli Coen (The Ballad of Buster Scruggs: migliore sceneggiatura) e Yorgos Lanthimos (The Favourite: Gran premio della giuria e Coppa Volpi alla protagonista di The Favourite Olivia Colman). Ecco, Lanthimos, finora autore piu odiato che amato, scomodo e lugubre e perturbante, che invece qui ha piazzato, dopo aver interrotto la collaborazione con il suo storico sceneggiatore Efthimis Filippou, un film abilissimo che lo porterà lontano. La favorita ha ricevuto applausi anche da coloro che avevano rigettato solo pochi mesi fa il suo Il sacrificio del cervo sacro (superiore a questo), e non sarò certo io a lementarmene, che sono un fervente devoto di Lanthimos da anni. E però bisognerà pur dire che questo è il suo film più mainstream, e il meno ostico e allarmante, anche il più piacione. Ma insomma, a scorrere la lista dei premiati sembra di stare alla notte degli Oscar più che alla Mostra del cinema, tutti valori sicuri, mentre un festival dovrebbe almeno rischiare un po’. Non dico troppo, ma almeno provarci sant’Iddio. Invece tra The Shape of Water l’anno scorso e ROMA oggi è il trionfo dell’ottimo prodotto medio d’autore. Intendiamoci, il film di Cuarón è bello, girato con una scioltezza e una fluidità ammirevoli, però non si porta dentro il cinema di domani. Ed è troppo il Leone d’argento per la migliore regia a Jacques Audiard per il suo The Sisters Brothers, oliatissima e perfetta macchina narrativa in forma di western picaresco ma anonima, come se il suo regista non ci avesse messo l’anima. Buono ma non all’altezza dei più rudi e duri Audiard come Un prophète e Un sapore di ruggine e ossa. Prevedibile quanto indiscutibile la Coppa Volpi a Olivia Colman – solo la Natalie Portman di Vox Lux avrebbe potuto insidiarla -, che se solo imbocca la pista giusta arriva dritta alla nomination all’Oscar, e anche più in là. Il meno prevedibile di un palmarès annunciato è il premio per la sceneggiatura ai fratelli Coen, visto che il loro bellissimo The Ballad of Buster Scruggs è stato malmostosamente accolto dalla stampa, soprattutto la nostra (sono tra i pochi ad averlo amato, tanto da piazzarlo al terzo posto della mia personale classifica). Si accetta di buon grado la Coppa Volpi come migliore attore a Willem Dafoe giusto perché è Willem Dafoe, cioè un mito, visto che il film di Julian Schnabel in cui è Van Gogh non è gran cosa (per usare un garbato eufemismo).
Scandalo Jennifer Kent/The Nightingale. Un film orrendo, un rape & revenge nell’Australia selvaggia dell’Ottocento. Una donna stuprata più e più volte da un sadico soldato di Sua Maestà si prenderà la sua vendetta (purtroppo solo dopo ben due ore e un quarto di film). Western degli antipodi, genere indigesto e derivativo come pochi, diretto dall’unica donna regista del concorso, la Jennifer Kent del sopravvalutato horror Babadook. Che allinea qui un’atrocità dopo l’altra (neonati sbattuti contro il muro, ancora donne violentate più e più volte, ancora un bambino ammazzato, e altri massacri su aborigeni) senza neanche porsi la domanda su dove stia il limite, per un autore, per un’autrice, nella rappresentazione del male. Come se il famoso articolo dei Cahiers che si scagliò nei primissimi anni Sessanta contro il Gillo Pontecorvo di Kapò non fosse mai stato scritto, fosse passato invano, non costituisse uno spartiacque e un monito nella riflessione sul cinema e la sua moralità. Senza interrogarsi, Jennifer Kent, se quell’insistere sugli stupri, se quel suo sguardo greve non andasse oltre il lecito, non fosse eticamente inaccettabile. The Nightingale è un film che gronda pornografia della violenza da ogni scena, compiaciutissimo, equivoco, con solo qualche momento sopportabile – il recupero di certi lati della cultura aborigena: i canti, i riti – e oltretutto ruffianamente costruito sulla facile contrapposizione acchiappa-consensi tra il perfido maschio bianco occidentale responsabile di ogni nequizia e l’alleanza dei buoni e oppressi: la donna violentata e l’aborigeno deprivato della sua cultura. Eppure The Nightingale ha preso due premi, il Marcello Mastroianni all’attore che interpreta l’aborigeno, Baykali Ganambarr. E il molto più discutibile anzi scandaloso Premio speciale della giuria. Il film peggiore del concorso va a casa con un doppio riconoscimento, ma vogliamo scherzare? Poi si dirà che pensiamo male quando pensiamo che si tratta di un risarcimento dopo quanto è successo. Insomma, avete in mente il pezzo pre-festival di un giornale americano che accusava la Mostra di maschilismo e sessismo per aver messo in competizione un solo film femminile, questo The Nightingale per l’appunto? E avete in mente il caso diventato subito internazionale dell’insulto ignobile e inqualificabile e imperdonabile lanciato qualche sera fa all’indirizzo della regista da un giovane critico-filmmaker alla fine della proiezione stampa? Come vaticinavo su Facebook (subito bacchettato sulle dita da qualcuno) – ma era facile arrivarci -, tutto questo clamore avrebbe sospinto The Nightingale nonostante la sua bruttezza verso il palmarès. I fatti purtroppo mi hanno dato ragione. Sicché anche questo va rubricato alla voce “il palmarès più prevedibile degli ultimi anni” (certo poteva andare anche peggio, poteva essere Leone).
Si doveva osare di più. E invece esclusi dalla lista dei premiati tutti i film scomodi e non allineati. La giuria si è distinta per equilibrio, ma non certo per coraggio (scusate, signori giurati, ma se oggi vi trovaste in concorso certi scomodi leoni veneziani del passato come L’anno scorso a Marienbad di Alain Resnais o Vive l’amour! di Tsai Ming Liang cosa fareste?), producendo un verdetto rassicurante, con un vincitore come ROMA ovvio benché incontestabile. Ma quello che è in my opinion il capolavoro del concorso, Sunset di Laszlo Nemes, non ha avuto niente. Zero anche per Vox Lux di Brady Corbet, per il bellissimo Nuestro Tiempo di Carlos Reygadas, per Suspiria di Luca Guadagnino. Zero per il Rick Alverson di The Mountain, per Olivier Assayas, per Tsukamoto. Poi vedi i due premi a The Nightingale e ti viene il magone. Ma questa è la vita, questi sono i festival.
Meglio il palmarès di Orizzonti. Amo il cinema della regista greca Athina Tsangari, autrice di tempra, che difatti come presidente di giuria della sezione Orizzonti, la seconda per importanza, ha svolto un lavoro eccellente. I tre premi maggiori (al thailandese Kraben Rahu-Manta Ray di Phuttiphong Aroonpheng, al kazako Ozen di Emir Baigazin, al turco Anons di Mahmut Fazil Coşkun) vanno a film che inventano, provano, rischiano, mettono a punto un’idea non così ovvia di cinema. Il thailandese vincitore come migliore film per esempio racconta nei modi enigmatici, ellittici, antinarrativi, prevalentemente visuali della videoarte l’incontro tra un rohingya in fuga e un pescatore. Ne riparleremo.
Zero premi all’Italia. Siamo onesti, l’unico italiano del concorso premiabile era Suspiria di Luca Guadagnino, piaciuto parecchio ai ragazzi del festival e agli americani (agli italiani della critica istituzionale meno). Purtroppo non è entrato nel palmarès. Per Capri-Revolution, non proprio il migliore Martone, francamente non è che ci si potessero aspettare dei gran riconoscimenti. E sul film di Roberto Minervini stendiamo il velo del no comment: credo che nessun giurato l’abbia mai preso in considerazione.
Trionfo Netflix. Chissà come saranno contenti dalle parti della super piattaforma digitale. Dopo tutte le polemiche cannensi e preveneziane, Netflix si porta a casa il Leone d’oro, che spero distribuisca nelle sale italiane, sarebbe una saggia decisione e un gesto di buona volontà nei confronti degli incazzati esercenti (per i cinema americani è già deciso, anche perché lì se non vai in sala non corri per l’Oscar). Ed è targato Netflix anche il gran bel western dei Coen, da cui non ci si aspettava granché e che invece si è rivelato all’altezza dei migliori prodotti della coppia.

I PREMI

VENEZIA 75
Leone d’Oro
Roma, di Alfonso Cuarón
Gran Premio della GiuriaLa favorita, di Yorgos Lanthimos
Leone d’Argento per la Miglior RegiaJacques Audiard, per The Sisters Brothers
Coppa Volpi Migliore Attrice
Olivia Colman, per La favorita
Coppa Volpi Miglior AttoreWillem Dafoe, per At Eternity’s Gate
Miglior SceneggiaturaThe Ballad of Buster Scruggs, dei fratelli Coen
Premio Speciale della Giuria: The Nightingale, di Jennifer Kent
Premio Marcello Mastroianni a un giovane attore emergente – Baykali Ganambarr, per The Nightingale

ORIZZONTI
Miglior Film Orizzonti – Kraben Rahu (Manta Ray), di Phuttiphong Aroonpheng
Miglior Regia Orizzonti – Emir Baigazin, per Ozen
Premio Speciale della Giuria Orizzonti – Anons (L’annuncio), di Mahmut Fazil Coşkun
Premio Orizzonti Migliore Attrice – Natalya Kudryashova, per Tchelovek kotorij udivil vseh (L’uomo che sorprese tutti)
Premio Orizzonti Miglior Attore – Kais Nashif per Tel Aviv on Fire
Miglior Sceneggiatura Orizzonti – Pema Tseden per Jimpa
Miglior Cortometraggio Orizzonti – Kado, di Aditya Ahmad

PREMIO OPERA PRIMA “LUIGI DE LAURENTIIS”
The Day I Lost My Shadow, di Soudade Kaadan

VENICE VIRTUAL REALITY
Miglior VR – Spheres, di Eliza McNitt
Migliore Esperienza VR – Buddy VR, di Chuck Chae
Migliore Storia VR – L’Île des Morts, di Benjamin Nuel

VENEZIA CLASSICS – MIGLIORE FILM RESTAURATO
La notte di San Lorenzo, di Paolo e Vittorio Taviani

VENEZIA CLASSICS – MIGLIORE DOCUMENTARIO SIL CINEMA
The Great Buster: A Celebration, di Peter Bogdanovich

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3 risposte a Venezia Festival 2018: i premi. Leone annunciato a Cuarón, palmarès prevedibile, scandalo The Nightingale

  1. artemisbea scrive:

    ciao,

    sono pressoché completamente d’accordo con il tuo articolo conclusivo sulla 75° mostra del cinema.
    Grazie
    beatrice

  2. Pingback: Venezia Festival 2018. Recensione di ‘Kraben Rahu (Manta Ray)’, il film thailandese vincitore di Orizzonti. Ed è la scoperta di un talento | Nuovo Cinema Locatelli

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