Venezia Festival 2018. Recensione: 22 JULY, un film di Paul Greengrass. Ritratto di una strage

22 July, un film di Paul Greengrass. Con Anders Danielsen Lie, Jonas Strand Gravli, Jon Øigarden, Isak Bakli Aglen, Seda Witt, Maria Bock, Thorbjørn Harr. Venezia 75 Concorso.

Per strana coincidenza, il secondo film in pochi mesi sulla strage sull’isola norvegese di Utøya del 22 luglio 2011 per opera del suprematista-razzista Anders Breivik (77 vittime, comprendendo quelle della bomba da lui piazzata a Oslo). Il primo lo si è visto alla Berlinale, ed era molto più inventivo di questo. Che è invece una piatta benché utile ricostruzione del massacro: sbrigato però in mezz’ora, mentre le altre quasi due ore di film sono occupate perlopiù dalle storie parallele di Breivik e di un ragazzo da lui ferito. Con il dubbio che in questo secondo caso si sia dato parecchio spazio alla fictionalizzazione. Ma è il tono virtuosamente corretto dell’operazione a dare fastidio, l’eccesso di sentimentalismo, l’uso manipolatorio del montaggio alternato. Voto 4 e mezzo
La strage all’isola di Utøya, al largo (mica tanto, un breve tratto di mare e si è lì) della costa norvegese, anzi incastrata in un fiordo. E, poco prima, quello stesso 22 luglio 2011, una bomba piazzata e fatta deflagrare nel quartiere delle istituzioni governative a Oslo. 77 le vittime, in gran parte a Utøya, tra i ragazzi di un summer camp organizzato dalla sezione giovanile del Partito Laburista. Sappiamo, o crediamo di sapere, tutto di quel massacro per opera di un solitario di destra estremissima, nome Anders Breivik, suprematista bianco-europeo, odiatore degli stranueri immigrati, appartenente seconda sua dichiarazione a una presunta rete chiamata Nuovi Templari. Sappiamo, o crediamo di apere tutto, ma il ripasso è sempre utile. A questo servono i due film che, per strana coincidenza, proprio quest’anno sono arrivati sugli schermi di due dei maggiori festival, il primo, Utøya 22 juli del norvegese Erik Poppe, in concorso alla Berlinale lo scorso febbraio. E adesso a Venezia questo 22 luglio, una delle produzioni Netflix della mostra e tra tutte la più mainstream e anodina, destinata visibilmente al pubblico familiar-globale della piattaforma. Dirige il Paul Greengrass professionista riconosciuto, sperimentatosi sia nel probo e indignato cinema civile di denuncia (Black Sunday), sia nell’action e basta (i Bourne 2 e 3). Che qui incrocia entrambi i generi. Ci fosse più tempo di tempo scrivere (ma come si fa con i film che incalzano?), sarebbe il caso di confrontare i due film sullo stessa tema e dal titolo prssoché uguale, perché rappresentano esemplarmente idee di cinema differenti. Vince di molto per resa e qualità il norvegese Erik Poppe, che della povertà evidente di budget fa un’opportunità, trasformando la rappresentazione della strage in un allucinato e tesisissimo teen horror, con i ragazzi bersaglio di un killer invisibile e feroce. Mentre con questo 22 July targato Netflix si rientra nell’alveo del cinema più classico e ovvio e medio, anche mediocre, con un Paul Greengrass al di sotto del suo standard di rendimento registico. Secondo la tradizione del cinema-cronaca, si ricostruiscono puntigliosamente i fatti, Breivik – maschera impenetrabile da lucido pazzo – che colloca la macchina con l’esplosivo vicino ai palazzi del potere, Breivik che raggiunge il traghetto per l’isola (bloccato dopo la notizia della bomba nel centro di Oslo, ma che lui riesce incredibilmente a far riattivare spacciandosi per poliziotto incaricato di garantire la sicurezza dei ragazzi), lui che imbraccia le armi e ammazza ancora e ancora. Solo che il massacro viene sbrigato da Greengrass in poco più di mezz’ora, sicché restano quasi due ore per arrivare alla fine di questo film di inutile lunghezza (142 minuti, ma siamo putroppo nella media di un concorso di film dalla lunga durata). Sicché ecco sceneggiatori e regista raccontare il dopo massacro seguendo una doppia traccia, la cattura, l’interrogatorio, la messa sotto accusa, il processo di Breivik e le vicissutidini di uno dei ragazzi, rimasto gravemente ferito, e della sua famiglia. L’impressione è che siano tre film che non ce la fanno mai a intersecarsi, con l’aggravante che 22 July non è nemmeno un film multiplo, un film affresco alla Altman. A rendere l’operazione retorica, ruffiana e acchiappapubblico è la contrapposizione fin troppo facile tra la storia di Breivik e quella della sua vittima, in un montaggio alternato a cortocircuitare continuamente le due. Se la parte su Breivik ha almeno un qualche interesse per quanto ci racconta di lui e della sua  follia che forse follia non è – la sua ossessione di liberare la Norvegia dagli stranieri e di restituirle la purezza perduta, il suo sentirsi soldato di un esercito silenzioso di liberazione delli’ntera Europa -, l’altra sul ragazzo scivola da subito nel ricattatorio, nel sentimentalismo più manipolativo. Stucchevole è il tono virtuosamente correttistico di tutto il film, che sia atteggia a inno al multiculturalismo in opposizione al razzismo degenere dell’attentatore. Già nella prima scena vediamo il ragazzo di cui seguiremo più tardi l’odissea ospedaliera e riabilitativa proclamare orgogliosamente che alle Svalbard, dove lui vive, tutte le etnie coabitano felicemente (grazie anche, scopriremo poi, alla assai open-minded mamma sindaco). E che quello potrebbe essere un modello esportabile in tutta Europa. Il messaggio, per chi non lavesse afferrato, viene amplificato ulteriormente allorquando si vede il rafazzo ferito stringere un’amicizia che potrebbe anche evolversi in affettuosa amcizia con una ragazza anche lei sopravissuta alla strage, rifugiata siriana, o forse irakena. Greengrass compromette anche quel che di buono c’è nel film (che ci fornisce molte informazioni sul prima, il durante e il dopo e che nei suoi momenti migliori sa essere efficace e incalzante) trasformandolo in una manifesto edificante e predicatorio, in veicolo di messaggistica virtuosa. E poi, ci sono cose che non si fanno nel buon cinema. Come il montaggio parallelo del ragazzo ferito sulla spiaggia con i primi piani dei genitori in cerca nella Oslo appena colpita dalla bomba di sue notizie. Poi su Netflix July 22 sarà un successo, come no. Ma il festival di Venezia ne poteva fare benissimo a meno.

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