Venezia Festival 2018. Recensione: NUESTRO TIEMPO (Il nostro tempo), un film di Carlos Reygadas. Scene (non bergmaniane) da un matrimonio

Nuestro Tiempo (Il nostro tempo), un film di Carlos Reygadas. Con Carlos Reygadas, Natalia López, Eleazar Reygadas, Rut Reygadas, Phil Burgers. Venezia 75 Concorso.
Tre ore per raccontare una crisi coniugale. Ma il messicano Carlos Reygadas – fama di autore maudit e non riconciliato – lo fa alla maniera sua, assai distante da Bergman. Con le sue vampate sessual-intellettuali, con un uso virtosistico della macchina da presa. Componendo una storia finalmente accessibile che, se a momenti imbarazza, finisce col conquistarti per come Reygadas mostra le proprie ossessioni e ferite. Voto 8 e mezzo
Il suo lambiccato Post Tenebras Lux dato e premiato a Cannes 2013 era una sfida lanciata allo spettatore in forma di film-sudoku indecifrabile. Invece adesso il messicano Carlos Reygadas – lui sì autore di culto vero, odiato e adorato in pari misura, ciconfuso di un’aura maudite per via delle vampate sessual-intellettuali di cui dissemina le sue opere – firma il suo film più lineare, più accessibile. Nonostante l’alta autorialità e la durata di quasi tre ore, 173 minuti a fare i precisi. Anche, il suo più straziato, una sorta di autobiografia pubblica dove si mette a nudo, e non metaforicamente, mostrando la propria sofferenza in carne e spirito. Certo, di un esibizionismo, anche corporal-sessuale, fastidioso. Pigiando molto, troppo, sull’identifuicazione tra rappresentazione filmica e vita, arrivando spudoratamente (ma da lui si accetta tutto) a interpretare lui stesso la parte del protagonista in crisi coniugale, e chiamando la moglie (ora ex?) e i figli a interpretare i ruoli della moglie e dei figli. Talmente evidente e dichiarato l’autobiografismo che sorge il dubbio che Reygadas ci abbia ingannato, giocando tra il vero, il falso e il verosimile. Ma questo non lo sapremo mai, sicché conviene guardare il film per quello che è e ci mostra e ci dice, senza chiedersi quanto sia cinema del reale o di finzione. Reygadas costruisce il tessuto narrativo procedendo alla maniera sua, per sequenze che paiono autonome e irrelate, monadi, schegge  e visioni parziali di un qualcosa che a noi tocca connettere in un insieme. Che è anche una strategia narrativa per tenerci avvinti, insinuarci dubbi, interrogarci anziché darci risposte e certezze. Basta resistere, e si viene ripagati. Perché stavolta il puzzle è lui a ricomporlo, in un film ch si fa sempre più compatto e coerente, imboccando con decisione la strada del referto di una crisi coniugale, delle scene, anche se per niente bergmaniane e assai più sconvenienti, da un matrimonio.
Juan è poeta, ma anche alleva tori nel suo ranch molto oltre Mexico City dove vive con la moglie e i tre figli. E le sequenze iniziali dei bambini che passano i loro giorni di vacanza al sole, sulla spiaggia melmosa di un fiume, sono magnifiche, e ancora di più quelle dei tori scatenati e delle corride a cavallo. In un virtuosismo registico impossibile da rendere con le parole: Reygadas usa la machina da presa come un arto aggiuntivo, un’estensione di sé, una protesi che si è compenetrata nella sua carne, anche come sonda in grado di entrare nella sua psiche e trasformarla in immagini. Quando si affaccia un altro uomo, un gringo di nome Phil, di mestiere addomesticatore di cavalli selvaggi, intuiamo che il film sta per arrivare a una svolta. Esther, la moglie (bellissima), ci fa l’amore, Juan lo intuisce, e fa pressioni – un tempo si sarebbe detto morbosamente – su di lei perché gli racconti i dettagli. Vuole sapere, anzi sembra voler spingere la moglie nel letto dell’altro, secondo quella particolare figura che la pornografia chiama cuckold (ecco da un sito specializzato la definizione: “Il termine inglese ‘Cuckoldism’ (indica la pratica o fantasia di tipo sessuale con la quale il soggetto (prova soddisfacimento nell’esporre le nudità del partner (cd. “Hot Wife”) al voyeurismo altrui”). Più sottilmente o più ipocritamente, Juan accusa Esther non tanto di averlo tradito, ma di non averlo reso partecipe, di averlo escluso infrangendo il loro patto di reciproca lealtà, di trasparenza assoluta. Reygadas resta Reygadas, un autore che usa e mostra l’eros per distorcerne i codici e sondarne variazioni e possibilità. Si pensa a un possible triangolo, che Juan voglia insinuarsi nella storia della moglie e di Phil anche per una segreta omofilia. È la parte più a rischio, eppure Reygadas ne esce acrobaticamente senza schiantarsi, perché pur nei contorti comportamenti il suo Juan resta un’anima ferita della cui sincerità non dubitiamo mai. E se questo è il ritratto che man mano si compone davanti a noi, Reygadas scatena intanto il suo occhio e la macchina da presa oltre la storia che va raccontando. L’uso narrativo del paesaggio è sbalorditivo, che sia la campagna messicana o la metropoli ripresa dal cielo. Con un montaggio virtuosistico che connette, divide, lega, taglia, secondo associazioni ora libere ora costrittive, in una vertigine insieme sensoriale e cerebrale. Ogni dettaglio  si carica di senso, fino a rendere il film una sorta di enorme camera dell’eco in cui tutto rimanda a tutto e ne viene rimbalzato. Come si fa a non voler bene a un cineasta capace di tanto? Poi, fa niente se Juan spia dalla finestra gli amanti, si piazza davanti al loro letto, si fa prendere a sediate in testa dalla moglie esasperata. Ese denuda con la macchina da presa la moglie, o ex moglie. Scene del matrinonio che si fanno sempre più aspre, e naturalmente non si può dire di più. Ma alla fine si applaude e si resta conquistati da questa ostensione della propria carne, delle proprie ferite da parte di un autore altrove fin troppo concettuale e perso nei labirinti mentali, perché ci senti quella cosa che si chiama dolore. Di stonato ci sono se mai le parole stereotipate di Esther per dire a Juan del suo malessere,  tutto un voglio trovare finalmente me stessa e uno spazio tutto mio e capisci che non ti amo più? che rischiano di abbassare il film al livello di una qualsiasi novela made in Mexico. In un film così complesso molto altro si potrebbe dire, ad esempio che si configura anche (anche) come parabola esemplare sulla crisi del maschio e la sua imminente e definitiva sconfitta, sulla guerra sempre più tesa tra i sessi. Con questo Reygadas e con ROMA di Cuaron sono due i messicani belli-belli del concorso, e chissà come ha scelto il presidente messicano della giuria Guillermo del Toro. Stasera, a partire dalle 19, sapremo.

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