Venezia Festival 2018. Recensione: THE NIGHTINGALE, un film di Jennifer Kent. Lo strano caso di un film orribile vincitore di due premi

The Nightingale (L’usignolo), un film di Jennifer Kent. Con Asling Franciosi, Sam Claflin, Baykali Ganambarr, Damon Herriman, Harry Greenwood, Ewen Leslie, Michael Sheasby, Charlie Shotwell. Venezia 75 Concorso.
Il caso di Venezia 75. L’unico film femminile in concorso è anche il più violento, brutale, sfrenato. Compiaciutissimo nella rappresentazione del male (stupri ripetuti, massacri, omicidi efferati). Moralmente equivoco. Tasmania 1825. La galeotta Clare ne subisce di ogni dal sadico tenente Hawkins: si vendicherà, secondo le leggi del rape & revenge movie. Un film oltretutto di sceneggiatura difettosa, pieno di incongrunze e lacune. Perché a Jennifer Ken interessano solo le scene piene, turgide, in un cinema pulsionale senza filtri né etici né estetici. Incredibilmente vincitore di due premi (premio speciale della giuria, premio Mastroianni a Baykali Ganambarr), il che getta qualche ombra sul palmarès. Voto 2

Film orribile, un rape & revenge nell’Australia selvaggia (per la precisione, in Tasmania) del primo Ottocento colonia di galeotti e galeotte mandati lì dall’Inghilterra patria-padrona: come si vede in Peterloo di Mike Leigh, sempre presentato a Venezia in concorso, bastava un niente in quel tempo per essere confinati down under, nelle terre di presidi militari e di aborigeni, in gran parte schiavizzati e sconfitti.
Clare, giovane donna irlandese, è finita laggiù con il buon marito dopo un qualche furto, lei nata poverissima in una famiglia disgraziata e subito abbandonata e costretta a sopravvivere per strada. Avrà la sfortuna in Tasmania di imbattersi in un tenente dell’esercito di Sua Maestà belloccio e bamboccio nella sua divisa da soldatino di latta – Sam Claflin difatti -, ma dall’anima nera e crudele, che si incapriccia di lei. E quando Clare tenterà di scappare con il marito e la figlia poco più che neonata verrrà più volte stuprata dal sadico tenente e, non bastasse, dovrà assistere all’assassinio di consorte e bambina. Si prenderà la sua vendetta (purtroppo solo dopo ben due ore e un quarto di film). Western degli antipodi, genere indigesto e derivativo come pochi (chissà perché amatissimo a Venezia: ce n’era uno, Sweet Country, anche l’anno scorso), diretto dall’unica donna regista del concorso, la Jennifer Kent del sopravvalutato horror Babadook. Che stavolta l’orrore lo immette in dosi massicce in questo suo period movie d’avventura e di denuncia (del colonialismo, della soppressione della cultura aborigena, dell’uso e abuso e espropriazione del corpo femminile), allineando voluttuosamente un’atrocità dopo l’altra – neonati sbattuti contro il muro, ancora donne violentate più e più volte, ancora un bambino ammazzato, e altri massacri su aborigeni – senza neanche porsi la domanda su dove stia il limite, per un autore, per un’autrice, nella rappresentazione del male. Come se il famoso articolo dei Cahiers dei primissimi anni Sessanta in cui Jacques Rivette si scagliava contro il Gillo Pontecorvo di Kapò non fosse mai stato scritto, fosse passato invano, non costituisse uno spartiacque e un monito nella riflessione sul cinema e la sua moralità (citazione: “Guardate, in Kapò, l’inquadratura in cui Emmanuelle Riva si suicida, gettandosi sul filo spinato ad alta tensione: l’uomo che decide, a questo punto, di fare un carrello in avanti per inquadrare il cadavere dal basso verso l’alto, avendo cura di porre la mano alzata esattamente in un angolo dell’inquadratura, ebbene quest’uomo merita solo il più profondo disprezzo”. E ancora: “Ci sono cose come la morte che non devono essere affrontate che nel timore e nel brivido”). Senza interrogarsi, Jennifer Kent, se quell’insistere sugli stupri, se quel suo sguardo greve non andasse oltre il lecito, non fosse eticamente inaccettabile. The Nightingale è un film che gronda pornografia della violenza da ogni scena, compiaciutissimo, equivoco, con solo qualche momento sopportabile – il recupero di certi lati della cultura aborigena: i canti, i riti – e oltretutto ruffianamente costruito sulla facile contrapposizione acchiappa-consensi tra il perfido maschio bianco occidentale responsabile di ogni nequizia e l’alleanza dei buoni e oppressi: la donna violentata e l’aborigeno deprivato della sua cultura. Il politicamente corretto usato con il massimo del cinismo possibile, dove la denuncia virtuosa si fa foglia di fico della messa in scena senza freni né filtri etici o estetici della brutalità, del sangue, della morte. Eppure The Nightingale ha preso due premi, il Marcello Mastroianni all’attore che interpreta l’aborigeno, Baykali Ganambarr. E il molto più discutibile anzi scandaloso Premio speciale della giuria. Poi si dirà che pensiamo male quando pensiamo che si tratta di un risarcimento dopo quanto era successo. Avete in mente il pezzo pre-festival di un giornale americano che accusava i responsabili della Mostra di sessismo per aver messo in competizione un solo film femminile, The Nightingale per l’appunto? E avete in mente il caso diventato subito internazionale dell’insulto ignobile e inqualificabile e imperdonabile lanciato all’indirizzo della regista da un giovane critico-filmmaker alla fine della proiezione stampa? Come vaticinavo su Facebook (subito bacchettato sulle dita da qualcuno) – ma era facile arrivarci -, tutto questo clamore avrebbe sospinto The Nightingale nonostante la sua bruttezza verso il palmarès. E così è stato.
Naturalmente The Nightingale ha trovato i suoi estimatori, come no. Illustri recensori e illustri curatori di rassegne ne hanno preso le difese (compulsare attentamente l’Hollywood Reporter, please). Mentre stavo in una delle file per entrare in Sala Darsena ho sentito una ragazza, forse critico di un qualche sito web, proclamare che il film le era immensamente piaciuto perché, per una volta, una regista donna “non distoglie lo sguardo” (le file sfiancanti, tortura di ogni festival, almeno un pregio ce l’hanno, quello di consentirti di origliare i commenti altrui). Dunque Jennifer Kent secondo quella ragazza, e secondo altri immagino, avrebbe avuto il gran merito di ribellarsi al cliché di un cinema femminile dal tocco dolce e sentimentale optando per una ruvida e brutale ma onesta rappresentazione del male. Facendo della sua protagonista vendicatrice l’incarnazione della forza femminile, di quel potere oscuro, tellurico delle donne ignorato e cancellato, perché temuto, dal dominio patriarcale. Lettura femminista di The Nightingale. Dissento. Il dovere per un cineasta di avvicinarsi al male “nel timore e nel brivido”, per ripetere le parole di Rivette, vale per tutti, senza distinzioni di genere, dovere cui Jennifer Kent si sottrae ampiamente. E non si dica, please, che se il film l’avesse realizzato un uomo i critici sarebbero stati più indulgenti: per quanto mi riguarda, non ho esitato a bocciare e a asegnare un 2 con motivazioni molto simili a un film presentato a Venezia 2015, il primo oltretutto prodotto da Netflix, l’orripilante, infame Beasts of No Nation di Carey Fukunaga (la mia recensione di allora). Ma i problemi di The Nightingale non riguardano solo la sua cifra (im)morale, ma anche l’inadeguatezza della sceneggiatura, con voragini e abissi e lacune e incongruenze in quantità non giustificabili. Perché mentre Clare attraversa la foresta di Tasmania a cavallo il drappello del tenente e dei suoi compagni di viaggio lo fa invece a piedi? E perché, quando finalmente la sua preda è a portata di mano e di sparo, Clare rinuncia al fucile? Per non parlare della goffa parte finale in cui non si capisce se lei e il suo tracker aborigeno vogliano nascondersi o uscire imprudentemente allo scoperto, alternando follemente e ridicolmente l’una e l’altra cosa. Jennifer Kent visibilmente, come peraltro già in Babadook, è interessata solo ai pieni, alle scene pulsionali e sfrenate, ai climax, alle esplosioni di violenza e assai meno al tessuto narrativo in cui collocare con una qualche coerenza quelle scene. E dovremmo applaudire perché si tratta di cinema al femminile?

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