Recensione: ‘Sulla mia pelle’, il film di Alessio Cremonini sul caso Cucchi. Dal 12 settembre su Netflix e al cinema

Sulla mia pelle, un film di Alessio Cremonini. Con Alessandro Borghi, Max Tortora, Milvia Marigliano, Jasmine Trinca. Dal 12 settembre su Netflix e al cinema: qui sotto, e a questo link, le sale in cui è proiettato.Apprezzato (ma non premiato) a Venezia Orizzonti, il film che ricostruisce gli ultimi giorni di Stefano Cucchi, arrestato e, dopo una settimana tra carcere e ospedale, morto. Con la faccia e il corpo tumefatti. Sulla mia pelle ricostruisce con il massimo rispetto e equilibrio, astenendosi da ogni tonitruante denuncia e retorica, quella che è, a tutti gli effetti, una via crucis contemporanea. E, purtroppo, tutta italiana. Con un Alessandro Borghi impressionante per come incorpora e fa suo il personaggio. Voto 6 e mezzo

Le sale:
Mi aspettavo un film urlato e descamisado al limite della denuncia militante, invece no. Film equilibrato, sommesso, a ricostruire con il massimo rispetto la storia dolorosisssima, il calvario è il caso di dire, del giovane uomo Stefano Cucchi, anni 31, arrestato per possesso di hashish e cocaina, accusato di detenzione e spaccio, finito in galera poi in un ospedale per detenuti. poi morto. Con la faccia lesa e gonfia e il corpo squassato. Da cosa? Si suppone per il pestaggio feroce subito da Cucchi dopo il suo fermo da parte di una squadra di carabinieri. Non conosco nei dettagli la questione, non so cosa abbiano chiarito o non chiarito le indagini, quali responsabilità siano state accertato, cosa sia emerso ai processi (copincollo solo questo da un sito: “31 ottobre 2014. Tutti gli imputati sono assolti nel processo d’appello per insufficienza di prove”). Sulla mia pelle ci mostra Stefano Cucchi spinto dai carabinieri in una stanza, e cosa avvenga oltre la porta chiusa noi non lo sappiamo né lo vediamo. Vediamo solo, dopo, un Cucchi tumefatto e martoriato. Alessio Cremonini ricostruisce quei momenti e gli ultimi giorni attraverso la carcerazione, il processo, la condanna, il trasferimento in un ospedale-prigione, la morte. E intanto, i disperati tentativi dei familiari di vederlo, non riusciti. Il film sorprende per il rigore e il pudore, per come riesce a restituire le molte ombre e penombre che avvolsero la vicenda e chi ci si trovò dentro. Lo stesso Cucchi esce da questa ricostruzione personaggio complesso e sfuggente. Se è per comprensibile paura di ritorsioni che non denuncia i suoi picchiatori, si capisce meno perché taccia perfino durante l’udienza in tribunale. Vero, gli hanno negato l’avvocato di fiducia, vero, la giudice neanche lo guarda in faccia e non si accorge dei segni del pestaggio, ma perché non parla nemmeno con il padre presente in aula? E perché, ormai stremato, rifiuta un prelievo del sangue e un’ecografia addominale? Si possono fornire molte spiegazioni, ma certo nello spettatore restano molte domande senza risposta. Persiste una zona oscura e inesplicata anche in questo onestissimo film. E tra i molti carnefici di questa orribile storia italiana uno è sicuro oltre ogni ragionevole dubbio: la burocrazia. Ottusa, feroce, letteralistica, disumana. Burocrazia che impedisce ai familiari di vedere Stefano già quasi agonizzante: i genitori apprenderanno della sua morte solo quando si sentiranno chiedere da un carabiniere l’autorizzazione per l’autopsia. In questo dramma della disumanità, ma più ancora dell’indifferenza e del cinismo, sono stati molti i responsabili, non solo i picchiatori. Il film non è così piattamente veterotelevisivo come qualcuno tra i corridoi e le scale dl festival di Venezia, dov’è stato presentato a Orizzonti, l’ha subito bollato. Alessio Cremonini getta sulla tristissima storia uno sguardo che prima che denunciante è di partecipazione e dolore, e privo di ogni voyeurismo e sospetto di sensazionalismo. Imprimendo al racconto un andamento meditativo, perfino solenne, che fa tornare alla mente il Pasolini di Accattone e ancora di più di Mamma Roma (soprattutto il finale). Ed è il secondo film romano che nel giro di pochi mesi mi fa ricordare quel Pasolini, l’altro era La terra dell’abbastanza dei gemelli D’Innocenzo. Come in La terra dell’abbastanza anche qui c’è come padre disorientato e travolto dagli eventi un misurato e dolente Max Tortora. Jasmine Trinca è la sorella, colei che dopo la morte di Stefano solleverà il caso e lo imporrà all’attenzione dei media. E c’è Alessandro Borghi, impressionante per mimetismo, non tanto e non solo per l’aderenza fisica, ma per come replica il malessere del suo personaggio di tagliato fuori, e ormai morto tra i vivi, con la voce, la postura, il linguaggio del corpo. Un corpo da martire da pittura seicentesca.

Questa voce è stata pubblicata in al cinema, cinema, Container, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi