Venezia Festival 2018. Recensione: ZAN (Killing), un film di Shinya Tsukamoto. Iniziazione all’uccidere

Zan (Killing – Uccidere), un film di Shinya Tsukamoto. Con Sousuke Ikematsu, Yu Aoi, Tatsuya Nakamura, Shinya Tsukamoto, Ryusei Maeda. Venezia 75 Concorso.
Dopo un concorso di film fluviali e interminabili, finalmente in chiusura è arrivato questo conciso, compatto Killing di Shinya Tsukamoto. Che in soli 80 minuti, e senza sprecare un fotogramma, ci racconta di un tormentato giovane samurai diventato ronin errante. Un virtuoso della spada, ma riluttante alla violenza: sarà per lui un’iniziazione all’atto dell’uccidere. Tsukamoto usa il genere samurai per mettere in cinema ancora una volta le sue ossessioni, la lama, lo squarcio, il corpo mutante. In un’opera stilizzata e insieme di pathos inatteso. Voto 7 e mezzo
Sia benedetto Shinya Tsumakomoto, che ha chiuso un concorso di film di lunga e spesso insostenibile durata con gli 80 minuti folgoranti, non un nanosecondo in più e di troppo, di questo suo Uccidere. Che asciuttezza, che senso del necessario e di ciò che non lo è, che mirabile economia narrativa ed espressiva, senza buttare via un fotogramma. Senza annoiarci. Fors’anche per un budget limitato a disposizione che non concedeva sprechi né lussi. Ma ci importa il risultato, e il risultato eccolo, un film perfetto, compatto, che va dritto al suo scontro finale dove tutto acquista senso, con subito dopo la camera concentrata su un bosco vuoto, alieno da ogni presenza umana, carezzando la natura in un piano sequenza dei misteri e delle domande senza risposta, aprendo il film, nel mentre lo chiude, all’ambiguità sospesa. Mentre ci scorrono sopra i credits finali in squisiti, elegantissimi benché incomprensibili ideogrammi. Salutato al press screening con un’ovazione da parte dei ragazzi e ragazzacci della critica per i quali Tsukamoto è un totem inscalfibile (non senza ragione). E comunque, anche al netto del tifo dei suoi adoranti, Zan resta bellissimo, degna conclusione del migliore concorso veneziano da parecchi anni a questa parte. Che poi non gli abbiano dato nessun premio non è così sorprendente, e non è neanche il caso di prendersela troppo. Da una giuria siffatta, rispettabile ma non composta, a partire dal suo presidente, da audaci indagatori e esploratori del cinema futuro, non poteva certo arrivare un premio per l’eterno, irriducibile outsider del cinema giapponese, colui che dai tempi di Tetsuo – celebrazione punk dei corpi deformati, trafitti, transustanziati dalla tecnica e dal metallo – è sempre rimasto fedele a se stesso senza mai concedersi e nulla concedere al mainstream per quanto d’autore (mainstream d’autore: categoria in cui sono da collocare i due ultimi leoni veneziani, ROMA di Cuarón e The Shape of Water di Guillermo del Toro). Certo, assistendo a questa ennesima storia di samurai senza più padrone e occupazione nel Giappone di metà Ottocento e diventati dunque ronin erranti, si resta all’inizio perplessi, non riuscendo a riconoscere i segni dell’irregolare Tsukamoto nel genere più consolidato e universalmente conosciuto del cinema giapponese. Una resa alla medietà? A un cinema garantito e senza sfide? Macché, basta aspettare e il piano del regista appare in piena luce, allorché un film apparentemente consueto si trasmuta nella celebrazione orgasmica del sangue, della lama, dello squarcio, dello smembramento dei corpi. Insomma nel più puro Tsukamoto. In una messa in cinema ancora un a volta, e più che mai, delle ossessioni e dei feticismi del suo autore.
Il giovane samurai Mokunoshin Tsuzuki, virtuoso della spada, è diventato – come tanti nell’epocale trasformazione del paese di metà Ottocento – un ronin errante. Fino a che trova ospitalità nella casa di un contadino impegnandosi a difendere lui, la sua famiglia, la risaia, il villaggio da eventuali incursioni di senzalegge armati e disperati. Lo ammira il figlio del contadino, l’adolescente Ichisuke, deciso a diventare anche lui un uomo di spada, lo ama l’altra figlia, Yu. Finché nella fattoria si presenta un ronin sperimentato e maturo, Sawamura, deciso a portare con sé Mokunoshin a Edo per partecipare alla guerra civile scoppiata dopo l’arrivo dell’ammiraglio americano Perry, qualcosa che sta mettendo a rischio il secolare isolamento del paese (e però non si capisce da che parte stia Tsukamoto, se da quello degli aperturisti all’America e all’Occidente, o dei tradizionalisti arroccati in difesa del mondo antico: parrebbe il secondo, ma non ci viene detto chiaramente, e se sì io non l’ho colto. Non è questione da niente, vuol dire capire se questo film si collochi, celebrando nostalgicamente il passato e i suoi valori identitari, nel solco dell’attuale, risorgente neonazionalismo nipponico). Il vecchio e il giovane ronin dovranno combattere contro una squadraccia di ex samurai violenti, mentre emerge sempre più evidente la riluttanza di Mokunoshin a usare la violenza, a spargere il sangue. A uccidere. Da questo momento il film imbocca deciso la sua pista, che è quella del tormentato processo che porterà Mokunoshin a diventare una (necessaria?) macchina letale. Chiamiamola iniziazione all’atto dell’uccidere. Sarà un’ordalia, nella sequenza più densa di pathos che tutto il festival di Venezia ci abbia offerto, il che basterebbe per fare di Zan una visione indispensabile. Che Tsukamoto pieghi a se stesso le convenzioni linguistiche e narrative del genere samurai lo si vede anche da come lo riduce progressivamente a dramma intimo, tutto chiuso nella mente di Mokunoshin. E da come introduce il femminile con il personaggio complesso e decisivo di Yu e accompagna l’iniziazione all’uccidere del protagonista con quella all’eros (quando mai si sono visti una masturbazione e plurimi voyeurismi in un film di guerrieri nipponici? ma ve lo immaginate in Kurosawa?). A schermo spento non si finisce di applaudire, sperando in un premio che non arrivevà, ovvio.

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