Un film-capolavoro stasera in tv: LOLA MONTÈS di Max Ophüls (giov. 13 sett. 2018, tv in chiaro)

Lola Montès, un film di Max Ophüls. Rete Capri (66 dt), ore 22,30. Giovedì 13 settembre 2018.
schermata-2016-12-17-alle-18-42-10schermata-2016-12-17-alle-18-42-20schermata-2016-12-17-alle-18-42-33Parafrasando Talleyrand: chi non ha mai visto un film di Max Ophüls non conosce la bellezza del cinema. Scenografie fantasmagoriche e barocche, ricostruzioni d’epoca di filologico rigore, inquadrature da vertigine, virtuosismi della macchina da presa e di messinscena da lasciare, letteralmente, senza fiato per la schiacciante qualità visiva ed estetica. Chi pensa che Luchino Visconti sia il picco irraggiungibile e solitario del cinema bello e perfetto, si guardi un qualsiasi film del regista tedesco dai molti esili, molte emigrazioni, molte avventure (compreso un passaggio nella Legione straniera), nato Oppenheimer e diventato Ophüls. Sarà per La ronde da Schnitzler, o per Lettera da una sconosciuta da Stefan Zweig (il migliore film mai tratto da un suo libro), ma è facile pensare – sbagliando – che fosse viennese, eppure, se non lo era per nascita, certo lo è stato per elezione, così affine a Von Stroheim nella nostalgia  e nella rievocazione del mondo perduto austriaco. Quella sensibilità da fine di un’epoca se la portò dietro dappertutto, in tutti i suoi lavori, compresi quello dell’ultimo periodo in Francia. Cui appartiene questo Lola Montès del 1955, suo film terminale. Uno di quei progetti smisurati, titanici, e distruttivi per chi li ha voluti e per chi li ha realizzati, di cui la storia del cinema è disseminata, da Queen Kelly a I cancelli del cielo. Flm maudit, girato in mezzo a continue peripezie produttive e conflitti con i finanziatori, con plurime versioni per cui non si sa mai quale sia quella giusta, la più fedele alla visione originaria. E naturalmente, come vuole la leggenda del film bello e dannato, tagli e censure prima dell’uscita in sala. Tutte le stigmate per trasformarlo in culto, come difatti è diventato dopo il disastroso esito al box office a metà anni Cinquanta. La vita dell’attrice e danzatrice, ma soprattutto cortigiana, ottocentesca Lola Montès, origine spagnola, imprese, conquiste e seduzione in mezza Europa, è ricostruita attraverso il filtro del ricordo, à rebours. Max Ophüls, ispirandosi a una biografia romanzata, ce la mostra nella fase della sua decadenza, costretta a recitare in un circo – per un pubblico avido di segreti d’alcova – se stessa, la propria storia, le stazioni della propria vita. Puro straniamento brechtiano, intuizione geniale del regista che già percepisce l’imminente avvento della società dello spettacolo (il libro di Guy Debord che la teorizza e la definisce è di dieci anni dopo), dove il corpo diventa merce e oggetto dello sguardo vorace delle masse. Il presentatore dello spettacolo circense è un Peter Ustinov in stivali e frustino, più aizzatore che domatore, che farà forse da modello ispiratore a Bob Fosse per l’entertainer satanico di Cabaret. E Lola nelle vesti di se stessa ripercorre a uso del pubblico voyeur l’amore scandaloso con Liszt, quello con Ludwig I di Baviera che suscitò moti di piazza, le origini in povertà, il matrimonio sbagliato e fallito. Un calvario in forma di show (e il Nicolas Winding Refn di Bronson l’avrà visto Lola Montès? Si direbbe proprio di sì, viste le molte analogie della struttura drammaturgica). Ophüls litigò su tutto con i produttori, sul formato del cinemascope che lui non voleva e considerava inadatto e, immagino, volgare, sulla protagonista Martine Carol, impostagli a forza. Fu un disastro, ma il film diventò ben presto una bandiera della libertà autoriale per i ragazzi ribelli dei Cahiers, e leggenda. Ophüls morirà due anni dopo.

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