Venezia Festival 2018. Recensione di ‘Kraben Rahu (Manta Ray)’, il film thailandese vincitore di Orizzonti. Ed è la scoperta di un talento

Kraben Rahu (Manta Ray), un film di Phuttiphong Aroonpheng. Con Wanlop Rungkamjad, Aphisit Hama, Rasmee Wayrana. Premiato come migliore film della sezione Orizzonti.
Il fiim thailandese che a sorpresa, e però meritatamente, ha vinto la sezione Orizzonti. E sia onore, per questo e gli altri premi, alla giuria presieduta da Athina Tsangari. In Kraben Rahu/Manta Ray un rohingya in fuga viene salvato da un biondo pescatore thai. Sarà solo l’inizio di un film di visualità sfolgorante quanto ostico e ambiguissimo nella sua narrazione. Non proprio un film neo-neorealista di denuncia della questione dei rohingya come sembrava emergere dalla sinossi. Opera aperta e sfuggente, con molti riferimenti da parte del regista Phuttiphong Aroonpheng al connazionale Apichatpong Weerasethakul e al nume David Lynch. Please, qualcuno lo porti in Italia: in sala o su piattaforma digitale. Voto 8

il regista Phuttiphong Aroonpheng (foto ASAC)

La giuria di Orizzonti, la sezione seconda nel ranking di Venezia, ha avuto quel coraggio nell’individuare e nel premiare il nuovo, e il non allineato, il perturbante, che è clamorosamente mancato a quella del Leone. Vero, un conto è il concorso maximo, un altro Orizzonti, che ha come mission il perlustrare territori meno frequentati del cinema, e però (pardon, se ripeto quanto ho già scritto) anche nella competizione per il Leone c’era parecchio di meno mainstraium e garantito dei palmaresizzati Alfonso Cuarón, Jacques Audiard, del Lanthimos notevole ma normalizzato e acquietato di The Favourite, come se nel suo cinema avessero inoculato dosi massicce di cloroformio. Facciamone una ragione, e plaudiamo piuttosto alla greca Athina Rachel Tsangari, sodale di Lanthimos nella fondazione e nell’affermazione globale del cinema ellenico degli anni Duemila come regista (Attenberg e Chevalier) e produttrice (Kinodontas e Alps di Lanthimos, per l’appunto) che, in qualità di presidentessa della giuria di Orizzonti, ha stilato un magnifico palmarès, almeno nei suoi riconoscimenti maggiori. E ricordiamoli tutti gli altri giurati coordinati da lei, che stavolta la citazione se la meritano: Michael Almereyda, Frédéric Bonnaud, Fatemeh (Simin) Motamed-Arya, Mohamed Hefzy, Alison Maclean, Andrea Pallaoro. Ho visto quattro dei sei film premiati, e non posso che dirmi d’accordo sulle scelte, anche se magari tra i primi tre avrei scambiato l’ordine dei premi. Titoli che sono: il thailandese Kraben Rahu (Manta Ray) di Phuttiphong Aroonpheng, premio come migliore film; il kazaco Ozen (Il fiume) di Emir Bagaizin, migliore regia; il turco Anons (L’annuncio) di Mahmut Fazıl Coşkun, premio speciale della giuria, tutti belli, importanti, inventivi e mai pigri e banali nello stroytelling e nella forma, e mi sembra di sentirli i commenti sarcastici e beceri dei soliti che detestano il cinema di sperimentazione – ma perché vanno ai festival?, che ci sono tante altre cose utili nella vita – all’udire i titoli impervi, per non parlare dei nomi dei loro autori. Quelli per capirci che si erano scandalizzati, e ancora ce la menano, quando Cannes decise di premiare Apichatpong Weerasethakul per il suo Uncle Boonmee (“che dobbiamo copincollare l’impronunciabile nome”). Bene, alla faccia loro e dei loro sghignzzi un altro thailandese dal nome complicato ma che credo convenga imparare perché da lui potrebbero venire ottime cose in futuro, Phuttiphong Aroonpheng, ha incantato con questo suo Kraben Rahu (Manta Ray), almeno quei pochi che l’hanno visto. Dato difatti il giorno prima della chiusura in una Sala Darsena ormai semideserta e con stampa in fuga dal Lido: poche decine di sopravvissuti eravamo, anche meno al Q&A a fine proiezione col regista, gli attori, la coppia di musicisti (di Strasburgo) incaricata dell’ardito soundtrack. E francamente nessuno dei presenti immaginava che un film tanto deragliato anche rispetto ai binari del cinema d’autore da festival sarebbe stato proclamato l’indomani vincitore di Orizzonti. Dalla sinossi sembrava un probo racconto neo-neorealista di sensibilizzazione sui rifugiati rohingya che da Myanmar cercano di raggiungere la confinante Thailandia. Del resto, ai rohingya è dedicato in apertura Manta Ray. Ma questo dramma della cronaca e della storia dei nostri anni è solo l’innesco di un film oltre ogni denuncia documentaristica, oltre ogni indignato cinema del reale. Cinema piuttosto dell’irreale, del sur- e del sub-reale, dell’inconscio, dove l’immagine va oltre il contenuto e lo fantasmatizza, lo scaglia nel territorio dell’onirico, della pura visione, anche dell’allucinazione. Dove i lacerti sparsi del racconto, che pure c’è, compongono non una trama coerente ma una sua versione sfuggente e nebbiosa. I rohingya che cercano scampo dalle pulizie etniche buddiste di Myanmar come tela su cui tracciare un apologo sulle identità sfumate e pericolanti, e sullo stesso cinema stesso come macchina dissolutrice delle certezze e delle evidenze. Ma di fronte a questo lavoro di un videoartist già direttore della fotografia (“io sono un artista e questo film non è tradizionalmente narrativo: quando l’ho incominciato non sapevo quale storia avrei precisamente raccontato e come si sarebbe conclusa”, ha detto – vado a memoria, non avendo preso come al solito appunti – il regista Phuttiphong Aroonpheng nel corso del Q&A, frustrando coloro che si aspettavano ansiosamente una spiega dell’enigmatico finale. E ancora, dal pressbook: “Manta Ray è guidato dall’immagine e dal suono;  funziona piuttosto come un’opera astratta, un pezzo di musica strumentale”), bisogna abbandonarsi al flusso, mettere in standby il nostro bisogno di capire e interpretare, cercare se mai di captare le associazioni libere, o costrette, secondo cui questo film di costruisce e insieme decostruisce. Cosa sono quelle luci colorate disseminate nella foresta? E lui, Phuttiphong Aroonpheng, implacabile durante il Q&A: “Niente di realistico, volevo solo immettere qualcosa di artificiale nel naturale della foresta”. Che è anche un suggerimento indiretto alla fruizione di Kraben Rahu/Manta Ray. Epppure l’insopprimibile bisogno di narrare emerge anche qui, oltre le stesse intenzioni del suo autore. E se molte parti restano misteriose altre un qualche racconto lo adombrano. In un lembo marino di Thailandia al confine con Myanmar un pescatore fichissimo dal biondo capello ossigenato rinviene un uomo sul melmoso litorale, gravemente ferito e provato. Lo soccorre, lo porta a casa (l’ispirazione, ha detto il regista, sono stati i molti sbarcati e i molti annegati rohingya in quel tratto di mare, e la scoperta di una fossa comune con centinaia di loro corpi nel sud della Thailandia). Il rohingya, Ulisse asiatico salvato da una Nusicaa in forma di biondo pescatore thai, non capisce la lingua del salvatore, da quel momento non pronuncerà una parola. Guarirà. Dividerà con il giovane uomo che l’ha sottratto alla morte la casa e il lavoro su un peschereccio. Diventando la sua ombra. Implicazioni omoerotiche, come no, ma solo alluse in una scena di sguardi tra i due presto interrotta, perché immagino che in quel sud-est asiatico qualche problema ci sia ancora nel rappresentare l’omosessualità (in un altro film di Orizzonti, Kucumbu Tubuh Indahku dell’indonesiano Garin Nugroho, anche questo bellissimo e deragliatissimo, il gaysmo del protagonista non è taciuto, ma nemmeno mostrato: il bacio con l’amante pugile è annebbiato e reso fantasmatico da una cortina di plastica infracidita dalla pioggia). Quando il pescatore scomparirà in mare (ma è vera scomparsa? o solo il preludio a un ritorno inaspettato?) il rohingya ne prenderà il posto nel letto della moglie, modellandosi sempre più su di lui. E non si può non pensare a La donna che visse due volte di Hitchcock quando la moglie trasforma l’amante rohingya nella copia conforme del marito ossigenandogli i capelli. Chissà mai se Kraben Rahu/Manta Ray ce la farà ad arrivare in qualche nostro cinema, o almeno su Netflix (ne dubito, e però mai dire mai). Nel caso, non perdetevelo. Intanto c’è da chiedersi se sia nato un autore. Sperando che Phuttiphong Aroonpheng dopo questo folgorante esordio adotti, pure in un cinema del surreale e del non detto che guarda a David Lynch e al connazionale Apichatpong Weerasethakul, una modalità più narrativa e meno ostica.

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