Il film imperdibile stasera in tv: SILENCE di Martin Scorsese (sab. 15 sett. 2018, tv in chiaro)

Silence, un film di Martin Scorsese. Rai 3, ore 20.30, sabato 15 settembre 2018.
318153-1317528Silence, un film di Martin Sorsese. Tratto dall’omonimo romanzo di Shusaku Endo (edto in Italia da Corbaccio). Con Andrew Garfield, Adam Driver, Liam Neeson, Tadanobu Asano, Shinya Tsukamoto, Yosuke Kibozuka, Issei Ogata.
289447440404Come i cristiani giapponesi nei primi decenni del Seicento furono repressi, massacrati, cancellati. Sull’onda di un libro che negli anni ’60 riscoprì quel pezzo di storia oscurato, Martin Scorsese ci racconta di due gesuiti che, alla ricerca di un loro confratello, si ritrovano nel mezzo della persecuzione. Torture, esecuzioni, eroismi, tradimenti, martirio. Un racconto grandioso, epico, come oggi non si usa più. E dramma intimo con tormentosi dilemmi morali e anime divise. Un film controcorrente, che sfida il rozzo secolarismo del nostro occidente. Film smisurato in un cinema sempre più minuscolo. Voto 8 e mezzo
082186Recensione scritta all’uscita del film.
Film enorme. Per quello che racconta e come lo fa. Ma anche il film più sottostimato da parecchio tempo in qua, il più incompreso, il peggio sopportato da pubblico e addetti ai lavori tra molti eccheppalle e sbuffi di noia. Accolto tra America e Europa da troppe recensioni malmostose (a fronte di non molti entusiasti), appena velate da reverenti quanto ipocriti omaggi alla ‘sapienza e maestria registica di Scorsese’, un totem, uno di cui non si può dir male essendo tra gli autori massimi, anche se tanti stavolta avrebbero voluto erompere nel plebeo, sguaiato urlo fantozziano ‘ma è una boiata pazzesca!’ (mai piaciuto Fantozzi). C’è da capire il perché di un simile rifiuto, benché cautelosamente non dichiarato. Anzi celato dietro un virtuoso e ipocrita rispetto ‘per quella che è comunque l’opera di un grande’ (sta nel comunque tutto l’acido). È che questo volutamente inattuale, fortemente in controtendenza e controtempo, dunque coraggiosissimo Silence, è un sasso, anzi un macigno buttato nelle acque melmose e fetide dell’anticristianesimo becero e rozzo ormai di massa, egemone in tutto l’Occidente, con un Martin Scorsese che osa parlare di martirio e sacrificio in nome della fede in un tempo e in luogo – i nostri – dove la subcultura del narcisismo e della soddisfazione instantanea e l’idolatria dell’Io hanno fatto terra bruciata. E non poteva che farlo Scorsese in questa misura, con questa densità e intensità, con questa adesione e partecipazione alla materia, lui che non ha mai negato di essere (anche) figlio del mondo cattolico, e che di redenzione e peccato ha sempre trattato, magari dietro accurati travestimenti e mascherature, da Main Streets a The Wolf of Wall Street. Ma ci pensate? Un film, oggi, adesso, qui, sulla persecuzione dei cristiani nel Giappone del Seicento, e sulla resistenza davvero, e oltre ogni retorica, eroica di comunità clandestine, coperte, catacombali, e sul martirio di preti occidentali e fedeli locali. E anche su chi non ce l’ha fatta e ha tradito, abiurato, rinunciato. Sembra già di sentire il coro dei politicamente corretti, degli ex terzomondisti ora convertiti in multiculturalisti, dei laicisti e ateisti da strapazzo e chiacchiera da caffè: ‘Li han perseguitati e massacrati? Ben gli sta! Se la sono cercata! Preti portoghesi che convertono masse di contadini e pescatori ignoranti? Ma è colonialismo! Che poi chissà quali sporchi interessi ci saranno stati sotto!’.
Se questo è il comune sentire, e lo è, gli spazi di sopravvivenza di un film come Silence, benché produzione di larghi mezzi e con un venerato maestro dietro la macchina da presa, appaiono assai ridotti. Difatti i primi numeri al box office non sono esaltanti, per usare un garbato eufemismo. Dopo quattro settimane – distribuito prudentissimamente all’inizio in un pugno di cinema per vedere l’effetto che fa e adesso esteso a 747 sale – in America ha incassato poco più di tre milioni di dollari e si avvia a diventare “uno dei più bassi incassi di Scorsese negli Stati Uniti” (The Hollywood Reporter). In Italia nel primo weekend di programmazione si è piazzato solo all’ottavo posto, in una lista dominata dal più brutto film di questo giro tra 2016 e 2017, Collateral Beauty, e parecchio dietro ad Allied e perfino a The Founder. Si sentono i miasmi del flop, per un film costato sui 50 milioni di dollari, anche se il marchio Scorsese potrebbe ancora garantire su qualche mercato extra-americano una buona resa. Quanto alle reviews: sull’aggregatore Metacritic lo score è discreto, 79, ma andando a verificare in dettaglio si nota una polarizzazione netta tra entusiasti-favorevoli (tra cui Justin Chang e Stephanie Zacharek) e contrari (tra cui Mick LaSalle). Ma per capire l’umore prevalente bisogna guardare alla stagione dei premi adesso al suo acme. Zero Golden Globes, zero nomination ai Bafta, e a questo punto si può preconizzare che pure agli Oscar, le cui nomination sranno comunicate il 24 gennaio, non andrà benissimo, probabile che Silence riesca tutt’al più a candidarsi per qualche Oscar tecnico tipo costumi e scenografia, ma è difficile con l’aria che gli gira intorno che si infili nelle categorie che contano davvero (felice di ricredermi, comunque). Dove a dominare saranno quella robuccia innocua, ruffianissima e pure tediosa di La La Land, e poi Moonlight, Fences e Manchester by the Sea, tutti titoli non propriamente urticanti come invece quest’ultimo (e assai militante e poco compiacente) Scorsese. E vien da piangere alla sola idea, ma così va il mondo, così va il cinema, inutile imprecare e deprecare. Meglio darsi da fare e andarlo a vedere, Silence, staccare il biglietto, mettere mano al portafogli, evitargli il destino di samizdat che sembra attenderlo, e intanto predisporsi con gaudio alle sue due ore e quaranta di cinema possente come poche volte negli ultimi tempi. Scorsese se lo portava dentro, il progetto, da quasi trent’anni, da quando in seguito alle polemiche su L’ultima tentazione di Cristo si vide regalare dall’arcivescovo americano Paul Moore Silence, libro del giapponese (di religione cattolica) Shūsaku Endō sulla missione dei Gesuiti nel Giappone del Seicento e sulla represssione del periodo Edo delle molte comunità cristiane – trecentomila convertiti – sorte da che Francesco Saverio aveva messo piede, e portato la croce, nel paese. Romanzo, ma con fedeltà rigorosa al quadro storico e ai fatti, uscito nel 1966 e diventato allora un caso, in patria e fuori, riportando alla luce un pezzo di storia silenziata. Siamo nel terzo decennio del Seicento. Due giovani gesuiti portoghesi, padre Sebastiao Rodrigues e padre Francisco Garupe, vengono incaricati di una speciale missione, quella di raccogliere notizie e se possibile di ritrovare un altro gesuita, padre Ferreira, scomparso in Giappone durante la sua opera di apostolato. Si dice dopo aver abiurato e essere passato dalla parte dei massacratori di cristiani. Ma i due sacerdoti-ragazzi non possono accettare l’idea che il loro maestro abbia tradito, e dunque insistono per poterlo andare a cercare, fino a ottenere il via da un pur perplesso Vaticano. Il perfetto inizio di un lungo, articolato, fluviale, densissimo racconto epico che ricorda da una parte – come ha scritto se ricordo bene il New Yorker – il migliore di tutti i western, Sentieri selvaggi di John Ford (pure lì si va in territori alieni e ostili in cerca di una persona scomparsa), dall’altra l’immarcescibile prototipo-archetipo Cuore di tenebra di Joseph Conrad, già spunto e innesco per il Coppola di Apocalypse Now con il suo soldatino mandato nel fondo della foresta a stanare il colonnello Kurz. Una ricerca che, come da questi illustri modelli, porterà a sconvolgenti scoperte e sorprese. L’ambizione di tracciare un poderoso affresco storico non è più cosa, purtroppo, del cinema di oggi (manca un pubblico consapevole o anche solo curioso del passato, e s’è perso ogni interesse per contesti storici inconsueti che richiedano un sia pur minimo di sforzo di comprensione e informazione), mentre fino agli anni Sessanta era la spinta a realizzare memorabili racconti epici, pure di immenso successo popolare, come il Lawrence d’Arabia di David Lean (chi mai oserebbe solo immaginarlo oggi?). Ecco, Silence ha il respiro di quel cinema grande, da godersi su grandissimo schermo, un cinema di grandi visioni, orgoglioso della propria forza e del proprio potere di seduzione. Anche magniloquente, magari retorico, ma sempre grazie a Dio massimalista, bigger than life. Basterebbe questo a farci amare Silence, dopo tanto cinema minuscolo e rattrappito e ripiegato su se stesso e sulla propria mediocrità. Ma c’è dell’altro, c’è quello che racconta. Un’epopea di repressione e resistenza dove è richiesto di scegliere tra eroismo (e martirio), e il tradimento, la rinuncia alla fede, alla propria identità, al proprio essere. I due giovani gesuiti dovranno fare i conti con la ferocia di un Giappone che li vuole annientare, ma anche con la propria debolezza, con la continua tentazione di riunciare, passare dalla parte dei pesecutori, come forse ha fatto padre Ferreira. Dramma storico che si fa dramma intimo, fino alla lacerazione delle coscienze, delle anime e dei corpi. Padre Rodrigues (Andrew Garfield) e padre Garupe (un meraviglioso Adam Driver, quasi disincarnato e ridotto a puro spirito a puro soffio della fede: il nostro attore preferito oggi), dopo essere sbarcati clandestini sulle coste del Giappone, verranno protetti dalle piccole comunità dei cristiani che, per sopravvivere alla caccia, si son dovute mascherare, entrare in clandestinità (i kakure kirishitan, letteralmente cristiani nascosti, un fenomeno assai simile a quello dei marrani, gli Ebrei che nella Spagna post-Reconquista si dovettero convertire per non essere espulsi, ma continuarono in segreto a praticare la propria religione). Dovranno confrontarsi con lo spietatissimo quanto insinuante inquisitore che, in nome dell’integrità del suo paese e del Buddismo, stana con ogni mezzo i fedeli di Cristo sottoponendoli a inenarrabili supplizi. Apostatize!, è l’urlo che percorre tutto Silence: abiurate! Si impone ai poveri sospetti di calpestare una mattonella con immagini sacre di Gesù o di Maria, pratica detta Fumi-e che Scorsese mette in scena parecchie volte, in una sorta di cerimonia ipnotica della resistenza e del tradimento, un’ordalia che ritorna lungo tutto il film e ne diventa l’ossessivo leitmotiv. Inducendo parecchie e talvolta improprie riflessioni nello spettatore. Per dire: ci si scopre a pensare sgomenti come le scene di tortura e ammazzamento seriale siano, per quanto crudelissime e spaventose, sempre di massima raffinatezza e abbagliante perfezione formale, puro Impero dei segni di Roland Barthes (vogliamo parlare delle elegantissime stuoie con cui si avvolgono i torturati e condannati prima di bruciarli o annegarli? Come a voler dare un ordine attraverso il rigore e, ebbene sì attraverso la bellezza, alla brutalità e al caos della violenza. Ed è una delle parti più disturbanti di questo film così complesso e pieno di anfratti). Ma Silence sa spiazzarci in infiniti altri modi, ad esempio mostrandoci come il Buddismo, nel nome del quale i persecutori agiscono e ammazzano, non è sempre quella festa del pacifismo e della non-violenza come la vulgata invalsa da noi a partire dalla controcultura anni Sessanta ci ha fatto credere, ma può spingere al peggio, e creare mostri e incubi e fenomeni di intolleranza (del resto, anche oggi, capita che il buddismo agisca da propellente ideologico e identitario per totalitarismi, repressioni di minoranze e quant’altro: si veda quanto sta succedendo in Birmania all’etnia rohingya). Nella loro ricerca del presunto apostata padre Ferreira i due preti ragazzi imboccheranno strade diverse, ponendosi, e ponendo a tutti noi, interrogativi tormentosi quanto decisivi. Sarà meglio, per chi si trovasse in situazioni così estreme, abiurare continuando però nell’intimo a credere alla propria fede, e salvare la pelle, o sceglierei il martirio? Interrogativo che percorre tutto il film, e che riemerge infinite volte, trasformandolo da racconto epico-storico sempre più in dramma morale. E intanto il buon padre Sebastiao Rodrigues, di fronte ai fatti terribili che gli tocca vedere e attraversare, si chiede dove sia Dio, perché non intervenga a salvare chi crede in lui e per lui muore. Il silenzio di Dio, che è poi il senso del titolo del libro di Shūsaku Endō e, adesso, del film. Uno dei temi brucianti di certa teologia, e di certe anime divise, dei lontani anni Sessanta, quelli in cui non casualmente Endo scrisse il suo romanzo. Anni in cui il silenzio di Dio era oggetto di dibattiti e ispirava anche autori di cinema come Ingmar Bergman, e si pensi solo al formidabile Luci d’inverno. Ma il silenzio è anche, specularmente, quello dei fedeli, dei credenti, degli uomini di Dio che devono accettare senza ribellarsi, e senza perdere la fede, quanto Dio ha imperscrutabilmente deciso per loro, fosse anche la più dolorosa delle vite, e delle morti. Sta in questi dilemmi, apparentemente inattuali ma sempre sottotraccia e pronti – chissà – a riesplodere anche nel nostro secolarizzato e inerte e nichilista presente, l’immensa suggestione del film, la sua forza insieme oscura e luminosa. Martin Scorsese si mette al servizio di una storia così eloquente e necessaria rinunciando a ogni belluria stilistica, a ogni virtuosismo della macchina da presa, lui che, per dire, con il piano sequenza iniziale di Hugo Cabret ci aveva lasciato senza fiato. In una sorta di replica, e insieme, rovesciamento di L’ultima tentazione di Cristo (rovesciamento perché là si umanizzava e si riconfigurava in corpo e sangue Cristo, in quella che fu scambiata per una lettura eretica, mentre qui si torna alla più piena e pura ortodossia), mette in scena ossessivamente crocifissioni dei vari martiri, tra le acque del mare, o le fiamme e i fumi che soffocano e uccidono. Crocifissioni singole, multiple, o a tre, in un Golgota devotamente rifatto più e più volte con una incisività figurativa e una potenza drammatica che ci fanno gridare al miracolo. Sono scene che si imprimono nella testa e non se ne vanno più via. Nelle quasi tre ore di Silence Scorsese non mantiene, non può farlo, sempre lo stesso grado di tensione, ma resta impressionante la sua capcità di coinvolgerci. In un progetto così smisurato anche le smagliature, i momenti meno risolti  finiscono col contare poco e non ce la fanno ad ‘abbassare la media’ di un film che resta a livelli di capo d’opera. Certo, il tormentone del traditore seriale Kichijiro (cui tocca, in modo anche troppo trasparente, il ruolo di Giuda nell’incessante sacra rappresentazione cristologica che è il film) che ogni volta chiede di essere confessato e perdonato, rischia in sottofinale di sfiorare il grottesco. Certo. il pericolo che Silence si trasformi in un film vetero-devozionale e edificante non viene del tutto evitato. E però, anche qundo spira un che da oratorio e cinema parrocchiale anni Cinquanta-Sessanta, la sensazione non è così spiacevole. Si ritorna volentieri indietro a un cinema popolar-familiare che non c’è più, e di cui l’unica espressione rimasta sono i supereroistici e gli animati di vario tipo. Allora va bene ed è perfino corroborante che Silence ci riporti a storie di un cristianesimo solido e condiviso come Quo Vadis?, solo con i poveri giapponesi massacrati dagli schierani del periodo Tokugawa-Edo al posto dei credenti in Gesù dati in pasto ai leoni nel Colosseo dal perfido Nerone. Quo vadis? ha fatto, piaccia o meno, la storia del cinema, e chissà se a Silence riuscirà altrettanto. Lo spero fortemente, ma l’ostilità, e gli equivoci e le malcomprensioni che lo circondano, ne fan più temere l’oscuramento, un destino catacombale come quello dei suoi kakure kirishitan. Ma non bisogna smettere di credere, giusto? Se poi si vuole sapere di più di come un cristianesimo trionfante come quello nipponico si sia estinto nel giro di pochi decenni, si legga l’illuminante e davvero necessario La storia perduta del cristianesimo dello storico americano Philip Jenkins, uscito qualche mese fa da Emi. Quanto al Giappone, la religione così ferocemente espunta e espulsa nel Seicento ritornerà a fine Ottocento dopo la non più rinviabile apertura all’Ocidente dell’era Meji. Tant’è che la povera Butterfly di Puccini si converte alla croce dopo il matrimonio farlocco con lo sciagurato Pinkerton, conversione che non basterà a salvarla, come ben si sa.

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