Recensione: GIRL di Lukas Dhont. Lara, in transito tra i generi: un film potente e imperdibile

Girl di Lukas Dhont. Con Victor Polster, Arieh Worthalter, Katelijne Damen. Designato dal Belgio comne proprio concorrente all’Oscar per il migliore film in lingua straniera. Al cinema da giovedì 26 settembre.
Ritratto di Lara, 16 anni, in transizione dal maschile al femminile. A sostenerla e proteggerla un padre amorevole e uno staff medico. Eppure Lara, che studia da ballerina classica, sta male, non vede l’ora che la mutazione del suo corpo sia definitiva. La novità di questo film belga (tre premi a Cannes e un enorme successo di pubblico) sta nell’evitare ogni denuncia e militantismo. Qui la questione non sta nell’oppressione sociale sulla diversità, ma all’interno di Lara, nella lotta tra lei e i suoi fantasmi. Film potente, di un realismo duro e osservativo che si rifà alla lezione dei Dardenne. Voto tra il 7 e l’8
Mica per autocitarmi (ma poi che c’è di male?), ma scrivevo da Cannes dove Girl era stato presentato a Un Certain Regard: “Uno dei film che più gireranno il mondo, e più piaceranno e vinceranno premi, tra tutti quelli lanciati dal festival nelle sue varie sezioni, rassegne e ramificazioni”. E difatti subito lì sulla Croisette trionfo con ben tre riconoscimenti tra ufficialissimi e collaterali: Caméra d’or come migliore opera prima assegnata dalla giuria presieduta dalla regista svizzera Ursula Meier, premio a Victor Polster quale migliore interprete di Un certain regard e la scontata Palm Queer. Adesso, Girl è stato designato dal Belgio come proprio rappresentante nella corsa all’Oscar del miglior film in lingua straniera, con molte più chance rispetto al nostro Dogman di entrare nella cinquina finale (dove a mio parere tre posti sono già prenotati da ROMA di Cuaron, Un affare di famiglia di Kore-eda e Cold War di Pawlikowski).
Piccolo, quieto ma potente e assai ben focalizzato – sul suo tema, sul suo main character -, film di un regista belga poco più che trentenne dalla faccia di ragazzo di nome Lukas Dhont che va a indagare, nella carne e nella testa del suo/della sua protagonista, una questione oggi al centro delle battaglie culturali d’Occidente, quella del genere, delle identità sessuali cangianti e fluide. Film di partecipazione controllata e assai pudica, più di osservazione e mera fattualità che di aperta drammatizzazione, quasi uno studio clinico, se questa locuzione non fosse troppo glaciale e non implicasse una sorta di sprezzante superiorità dell’osservatore sull’osservato, un’asimmetria di potere. Asimmetria che qui non c’è, e che, se appena rischia di spuntare, viene prontamente bloccata dall’attento Dhont, uno che ha ben studiato e appreso l’educazione e la correttezza con cui ci si deve comportare di fronte a coloro che, in equilibrio e squilibrio tra i due sessi, un tempo venivano reputati freaks e buttati nel mucchio delle diversità da cancellare. Fluidifica dal maschile al femminile, e con obiettivo il secondo come stato permanente, la protagonista Lara, 16 anni, angelicamente bionda, austera e diafana come uscita da un quadro fiammingo, e difatti siamo nelle Fiandre belghe, in una città anonima, in una famiglia però francofona (il padre, tassista, si è trasferito da non molto si suppone dalla Vallonia con Lara e un altro figlio più piccolo. Della moglie, e madre dei due figli, nulla si sa e non si vedono tracce; e anche questo rientra nella pratica della pura osservazione, dell’ellisse, dell’elisione di ogni elemento extrafattuale non strettamente necessario alla storia messa in atto dal regista). Amorevolmente sostenuta dal padre e dagli amici di famiglia, Lara è in transizione, ancora in una terra di mezzoa; dietro di lei c’è l’identità maschile che ha sempre percepito estranea e un corpo di cui vuole liberarsi, davanti l’agognato traguardo della femminilità, da ufficializzare attraverso un intervento che ridisegni il corpo e lo faccia specchio del suo sentirsi ragazza. In transizione vuol dire anche che Lara è sotto il costante controllo di un’équipe medica specializzata che le ha fatto assumere fin dalla prima adolescenza farmaci inibitori della mascolinità (suppongo ormoni) e altri tesi a assecondare i caratteri femminili. Ma risolutivo, almeno nelle sue speranze, sarà l’intervento chirurgico che asporterà il pene e creerà al suo posto una vagina (e però, e lei lo sa, niente potrà mai trasformarla in una donna in grado di procreare, la sua femminilità sarà sempre e solo un involucro, una seconda pelle).
Ora, Lara vorrebbe che la mutazione si realizzasse a breve, non ce la fa più a stare in quella zona indefinita, è insofferente quando medici e psicologi le spiegano come sia troppo presto per l’operazione. Ecco, la nube nera che avvolge la psiche di Lara è l’impazienza, il logorio dell’attesae. Anche se intorno a lei c’è il massimo del sostegno: il padre, il fratello, gli staff medici. Tutti esemplari, tutti dalla sua parte. Ed è un dato drammaturgico centrale in questo film che non ripropone il troppo visto schema dicotomico transgender intrappolato in un corpo-gabbia costretto a lottare contro un mondo esterno ostile. Non ci sono nemici da combattere e abbattere, non c’è nessuna denuncia, nessuna bandiera sventolata e nessun facile militantismo in questo sommesso eppure implacabile film. Il centro della questione, e il fuoco della narrazione, è sempre e solo Lara, con i suoi tormenti, i suoi fantasmi, i demoni interiori. Malessere non attenuato ma accentuato dal desiderio di diventare ballerina classica. Ha faticato a superare i test di ammissione in un’accademia prestigiosa, e adesso che c’è riuscita deve misurarsi con un corpo che non è fatto per la danza classica versante femminile, e con certi ineludibii tratti biologici e fisiologici: troppo alta, Lara, con piedi troppo grandi, e fors’anche (sono problemi solo velatamente accennati dalla sua insegnante) dalla muscolarità diversa, più pronunciata, e dalla gabbia scheletrica troppo pesante. Maschile. È un’ottima intuizione di Dhont fare di lei un’aspirante danzatrice classica, uno dei cliché più potenti e radicati della perfetta femmminilità. Per Lara un traguardo che, se conquistato, la confermerebbe nella sua nuova identità, ma che è intanto lo specchio delle sue insicurezze, il riflesso della sua inadegatezza. Quali fossero i lati bui del mestiere di danseuse ce l’aveva mostrato, in modo definitivo, Il cigno nero di Darren Arofonofsky, Girl ne ripropone tutto l’inferno psichico e fisico dal punto di vista altro e differente di un genderfluid. E dunque prove estenuanti, cadute rovinose, piedi torturati, piaghe, lacrime e sangue, letteralmente. La scuola di danza è anche per l’iperprotetta Lara l’unica linea di frizione e fronte di scontro con il mondo esterno. Che se non è più quello barbaro e persecutore di un tempo, continua a secernere veleni e rigetti della diversità. E lo dimostrano certe bulle compagne di corso che costringono Lara a denudarsi. Ma basta questa esperienza umiliante a spiegare il suo malessere sempre più rovinoso? Di più non si può dire. La forza di Girl non sta nel riproporre la solita narrativa del genderfluid conculcato e oppresso, ma nel mostrare la sua sofferenza come una questione tutta interiore, come una battaglia tra Lara e i suoi demoni. Soprattutto dopo il finale sorgono parecchi interrogativi – e fa niente se politicamente scorretti –  sulla pulsione così incoercibile del transgender a rigettare un’identità sessuale e assumerne un’altra anche a costo di estenuanti e forse rischiose terapie farmacologiche (qualcuno ha idea degli effetti collaterali a lungo termine?) e di interventi chirurgici tanto radicali e devastanti. Ma sono infinite, e complicate, le questioni che un film come questo finisce ci propone. Se, come sostiene la gender culture, le transizioni di identità ci mettono di fronte all’inoppugnabile dato della fluidità dei generi, della loro volatilità, del loro porsi come scelta e non come destino biologico, bisogna anche rilevare come la polarità culturale dei ruoli maschio-femmina ne esca invece paradossalmente rafforzata. La partita della fluidificazione si gioca ancora, come nel caso di Lara ballerina, non nel rifiuto, non nell’oltrepassamento, ma nell’assunzione dei codici più esteriori e ovvii – somatici, psichici, comportamentali, pure vestimentari – del sesso prescelto. ‘Rifiuto di essere maschio, e voglio essere donna nel senso più pieno e convenzionale’. Non c’è niente, in Girl, nemmeno dei soliti approcci da cinema queer, nessuna accensione camp, nessun clin d’oeil a Almodovar. Il tono è di massima asciuttezza, il melodramma se c’è è una traccia appena percettibile, l’atmosfera claustrofobica. Il quotidiano, nient’altro che il quotidiano, reso nel suo dipanarsi lento e apparentemente quieto attraverso un realismo disadorno che guarda come tanto cinema nuovo alla lezione dardenniana. Anche se in Girl si sentono echi più sottili del cinema europeo del grande Nord, la severità di Dreyer e Bergman. E adesso, in attesa della battaglia degli Oscar, stiamo a vedere se Girl riuscirà a trovare, come si merita, un suo piubblico in Italia. Da segnalare come subito dopo Cannes i siti politicamente ultracorretti si siano scagliati contro Girl e il suo regista, reo di aver chiamato un cisgender – cioè qualcuno “a proprio agio con il genere che gli è stato assegnato alla nascita” – per un personaggio transgender: “The practice of Transface–casting cisgender people in transgender roles–is a practice that seriously needs to come to an end.  It’s no different than the casting of white people and making them up to appear as people of color”, scrive il blog Solzy and the Movies. Ogni commento, sui contenuti e sul tono intollerante, è superfluo. Ricorda qualcosa? Sì, la campagna partita contro Scarlett Johansson in procinto di interpretare un transgender: la potenza di fuoco dell’attacco è stata tale che Scarlett ha rinunciato.

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