Recensione: ‘La donna dello scrittore’, un (bellissimo) film di Christian Petzold. Marsiglia, vite in transito

La donna dello scrittore (Transit) di Christian Petzold. Con Franz Rogowski, Paula Beer, Godehard Giese, Lilien Batman. Al cinema da giovedì 25 ottobre.
Titolo italiano qualsiasi, e neanche così pertinente, al posto dell’originale e evocativo Transit. Un film tedesco tra i migliori della Berlinale ultima scorsa, ingiustamente non premiato.
I nazisti sono a Parigi e stanno per prendersi via Vichy tutta la Francia. Sono migliaia i disperati che convergono su Marsiglia cercando una via di fuga per mare. Sfondo tragico, su cui si intrecciano trame e ambigue relazioni. Un uomo che ha preso l’identità di un altro. Una donna bellissima forse eroina forse no. Solo che il regista Christian Petzold sposta il romanzo di Annna Seghers (da cui La donna dello scrittore è tratto) nella Marsiglia di oggi, ed è il lato spiazzante ma anche discutibile di un film che rivisita classici come Casablanca e Il porto delle nebbie. Comunque da non perdere. Voto 7 e mezzo

Dopo gli assai belli La scelta di Barbara e Phoenix, il regista Christian Petzold – nome di rilievo della cosiddetta scuola di Berlino: realismo, attenzione a temi civili e politici ma senza sventolio ideologico di bandiere piuttosto incarnandoli e calandoli in storie e vite –  conferma con questo Transit (da noi qualunquemente ribattezzato La donna dello scrittore) il suo status se non di massimo, certo più conosciuto e stimato autore tedesco. Proseguendo con quell’esplorazione delle identità precarie, in mutazione, in transito, mascherate, rubate, falsificate, che era il nucleo narrativo di Phoenix. Come curiosamente in un altro film degli ultimi mesi, Eva di Benoît Jacquot, anche in Transit un giovane uomo per i giochi del caso e della necessità si ritrova a fingersi lo scrittore che non è, appropriandosi del nome e delle opere di un altro. Un intellettuale comunista che – siamo nella Francia nazificata dei tempi di guerra – i compagni di partito e del réseau clandestino cercano di salvare mandandolo nell’ancora per poco libera Marsiglia da dove potrà imbarcarasi per un qualche più sicuro altrove. Storia che viene dritta da un romanzo del 1944 della signora delle lettere comuniste tedesche poi finita per scelta, come Brecht, nella DDR, Anna Seghers. Romanzo resistenzale e militantissimo, ove si celebra un pugno di combattenti l’occupazione e gli orrori del Reich, e si raccontano i rastrellamenti di dissidenti politici e diversi di vario tipo, ebrei in testa. 1942, Parigi è occupata da pochi giorni, il resto della Francia è sull’orlo di esserlo (tra territori direttamente occupati e quelli controllati attraverso il governo collaborazionista di Vichy tutto il paese sarà presto un distaccamento del Reich). Cose che abbiamo già visto in una moltitudine di film, da Suite francese al purtroppo dimenticato e fondamentale Lacombe Lucien di Louis Malle. Ma ecco Christian Petzold spiazzare lo spettatore spostando gli eventi nella Francia di oggi. Creando un effetto di straniamento (ah, Brecht!) con quelle truppe tedesche e collaborazioniste in divise e armi letali utratecnologiche, e rastrellamenti effettuati con tecniche di antiguerriglia urbana. Marsiglia resta sempre il porto, il punto obbligato di passaggio e di imbarco per la folla dei disperati variamente in fuga che alloggiano in loschi albergi di gentaglia pronta alla delazione per denaro, mentre di giorno si accalcano nei consolati – Stati Uniti, qualche paese latinoamericano – sperando in un visto. Transit è la parola chiave, la più usata, a designare ildocumento che ti garantisce la vita e può sottrarti alla morte. Intanto a Parigi gli ebrei son stati raccolti nel Vélo d’Hiver nell’operazione Vento di primavera, in attesa di essere mandati nei campi di sterminio in Polonia. Come nel 1942, ma è il 2017 (o 2018). Ora, questo spostamento è solo in apparenza una finestra sulla nostra attualità, perché se ne rivela subito la gratuità. E non apre a nessuna revisione dei fatti di allora e nemmeno funziona da griglia di rilettura e interpretazione del presente. Perché, se Petzold voleva dirci che siamo sempre sotto pericolo nazista (e fascista), che tutto può riaccadere e ricominciare, che c’è una coazione a ripetere nella storia – e non è detto che la tragedia si ripeta come farsa, può anche ripetersi come tragedia peggiore -, anche questo resta solo un’intenzione. Senza produrre effetti drammaturgici nuovi, fatti, eventi, colpi di scena, rovesciamenti. L’intreccio resta esattamente l’originale, e allora? Come in quelle opere liriche o messinscene teatrali in cui si spostano Carmen, Vedove allegre e Riccardi Terzi in ambienti e abiti moderni (qualunque cosa voglia dire oggi l’equivoca parola moderno), senza che questo serva a illuminare aspetti celati dell’opera né provochi nuovi cortocircuiti di senso. Al netto di questo aspetto discutibile, Transit resta il film bellissimo di un autore che ama il cinema del passato e i chiariscuri della storia e delle vite. Che citando vertiginosamente classici del cinema anni Trenta e Quaranta – Casablanca, ma anche i Carné-Gabin come Alba tragica e Porto delle nebbie – riesce di nuovo a sedurci con il pathos di uomini e donne dalle storie complicate, mentre là fuori la Storia nemica sta per spazzarli via. Loschi trafficanti e profitattori, amori sghembi, donne meravigliose forse eroine forse traditrici, e uomini che per altri uomini e donne sono disposti a sacrificare se stessi. Il modello Casablanca colpisce ancora, e resta da vedere se sia venuto prima il film di Curtiz o il libro di Anna Seghers (controllato su Wikipedia: arriva prima Casablanca), in un insospettabile incrocio tra Hollywood e letteratura di propaganda comunista (perché anche questo era Anna Seghers). Il plot: a Parigi appena occupata Georg viene incaricato dal réseau di portare a Marsiglia lo scrittore Weidel, gravemente malato, e la sua preziosa valigia. Ma l’uomo morirà, Georg ne assumerà l’identità per poter utilizzare il suo permesso di espatrio e lasciare la Francia. Ma a Marsiglia si ritroverà impigliato in una rete di trame e persone dove i confini tra bene e male sembrano sfumare, dove le identità sono provvisorie e mutanti, ed è complicato distinguere tra amici e no. Intrighi e colpi di scena, e al centro una donna bellissima e naturalmente misteriosa. Il film prosegue verso una conclusione apparentemente scontata, ma che riserva una sorpresa clamorosa. Metabolizzato il discutibile salto temporale, si resta intrappolati dalle molte trame intrecciate in una Marsiglia porto dei vivi e dei morituri. Si respira cinema glorioso, da Petzold riproposto con rigore filologico. Franz Rogowski è Georg (era il bad boy del film tedesco Victoria nonché il figlio degenere di Happy End di Haneke), lei è Paula Beer, la rivelazione a Venezia 2016 di Frantz di Ozon, e qui di una bellezza assoluta, da diva della Golden Age.

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4 risposte a Recensione: ‘La donna dello scrittore’, un (bellissimo) film di Christian Petzold. Marsiglia, vite in transito

  1. ugo malasoma scrive:

    Non mi è piaciuto! Non ne ho capito il senso! Voce fuori campo invadente ed inutile ( nel 2018 ancora con questo espediente, non sarà che lo sceneggiatore non sa dove parare?). Sceneggiatura assurda che a parte il primo inseguimento non trasmette nessuna angoscia di rastrellamenti, mentre palesemente la vita a Marsiglia scorre tranquilla: moto e auto, gente per strada o nei locali). Il protagonista si accaparra il testo di un libro ma non sa che farsene, però è così altruista da interessarsi del bambino con cui gioca a palla (?) mentre sono in corso ( così dice il film) rastrellamenti a gogò. Che poi detto tra le righe: basterebbe mettere qualche poliziotto fuori dal consolato americano e altro che “retate”….La donna ( oggetto del desiderio ( un fantasma?) forse perché è disponibile? Aspetta il marito (?) ma non pare poi tanto fregarsene della sua fine. Un andirivieni tra stanze d’albergo e moli del porto senza senso. Chiacchiere “esistenziali” ma buttate lì come “sentenze”. Richiamo, così dite voi critici, alla situazione attuale “fascista”-“razzista” solo perché in un appartamento ci sono dei clandestini (?) e lo sviluppo di questo “filone” dove sarebbe? Recitazione catatonica con l’inespressivo protagonista, l’insulso medico e la stuporosa donna, piacente ma non una bellezza….Fotografia e montaggio non particolarmente interessante.
    Insomma, definirlo un “bellissimo” film mi pare esagerato!
    Direi che ben più attenzione meriterebbe il film DISOBEDIENCE di Lelio: qui sì che scorre una interessante e appassionata storia d’amore nell’ennesimo contesto religioso castrante. Con protagonisti che rendono “vera” e palpabile la tensione e la drammaticità.
    Ma è il mio parere….quindi….
    un caro saluto
    Ugo

  2. ugo malasoma scrive:

    Me ne farò una ragione!
    Io a proposito di voti: a TRANSIT rifilo un bel 3. E cancello Petzold dalla mia agenda.
    Alla prossima

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