Cannes 2019. Recensione: LE DAIM (Lo scamosciato) di Quentin Dupieux. Eccellente apertura di Quinzaine

Le Daim (Deerskin) di Quentin Dupieux. Con Jean Dujardin, Adèle Haenel, Albert Delpy, Coralie Russier. Quinzaine des Réalisateurs.
Un uomo si accende di passione per il suo blouson scamosciato (con frange: una tamarrata anni Settanta). Finirà per immaginarlo come un suo compagno di vita e di viaggio, come un alter ego. E precipiterà nel delirio per assecondarne il (fantasticato) desiderio:  essere l’unico blouson al mondo, il migliore. Film deragliato che non assomiglia a nessun altro e conferma il talento irregolare ma sicuro di Quentin Dupieux. E però un film me lo ha ricordato: Dillinger è morto di Marco Ferreri. Enorme Jean Dujardin. Grande inizio della Quinzaine. Voto 8+

Daim. Ovvero: pelle di daino; scamosciato; suède. Incredibile impresa del regista Quintin Dupieux, un (vero) irregolare-inclassificabile filmmaker francese senza parenti nemmeno nel pur ricchissimo e poliedrico cinema del suo paese. Un uomo solo alla macchina da presa, un regista a sé. Così incongruo rispetto a un qualunque sistema cinema da avere due identità professionali, Quentin Dupieux quando sta sul set, Mr. Oizo (come Oiseau suppongo) quand’è musicista (di musica elettronica), produttore musicale e qualcos’altro ancora. Sono film, i suoi – ne ho visti due prima di questo Le Daim: a Locarno la folle e sudicia, laida commedia Wrong Cops con Marilyn Manson poliziotto, e basti questo, e il neopirandelliano, magnifico per lucidità visionaria Realité a un Orizzonti veneziano -, che si muovono in un assurdo assai quotidiano e possibile, come una distorsione del normale, un assurdo che crede a sé stesso e si prende sul serio tanto da rendersi verosimile, naturale, accettabile anche agli occhi del più sgamato spettatore. Dupieux è un autore, senza riserve, perché sa creare un universo di segni, immagini e visioni che è solo suo, perfettamente identificabile, marchiato inconfondibilmente dal suo genio e, ebbene sì, dalla sua sregolatezza. Si potrebbe anche chiamarlo, il cinema secondo Dupieux, surreale e neosurrealista, di una surrealtà mai clamorosamente ostentata ma come strisciante, come se un baco consumasse dall’interno la fattualità del reale.
Questo film è una notevole riuscita, oltre ogni aspettativa, salutato stamattina in apertura di Quinzaine da un lungo applauso dei critici presenti, anche dai più superciliosi. Un inequivocabile successo alla presenza dell’autore e dei suoi due interpreti, Jean Dujardin (enorme, magnifico) e Adèle Haenel. Raccontare Dupieux e questa sua storia è impresa ai confini dell’impossibile, ma proviamoci. Un uomo in fuga dalla città – la sua compagna lo ha mollato e gli ha tagliato i viveri, carta di credito, conto in banca – spende una somma assurda, i suoi ultimi soldi, per comprarsi da un montanaro (siamo nelle Alpi? nei Pirenei?) un vecchio blouson scamosciato con frange da tamarro anni Settanta. Ovviamente made in Italy. Qualcosa tra lo spaghetti western e il trucidume poliziottesco. Lui ne è ammaliato, conquistato, fino a trasformarlo in un feticcio, a dargli nella sua immaginazione una vita, un’identità, un’anima. Incomincia a interloquire con il suo pelle-di-daino, ne scopre – crede di scoprirne nella propria progressiva follia – il massimo desiderio (anche gli oggetti desiderano, sognano, ci dice questo film), quello di essere l’unico blouson al mondo. Il migliore. Georges, questo il nome dell’uomo innamorato del suo scamosciato, farà di tutto per assecondarne il desiderio, senza fermarsi davanti alla brutalità. E comincia a dare la caccia, allo scopo di eliminarli, a tutti i blouson che gli capitano a portata di mano e relativi padroni. Trasformando, anche grazie a una barista aspirante montatrice di cinema, la sua avventura e il suo scivolare nel delirio in un film. Non dico altro. Se non che, nella sua davvero lucida follia, questo film come il suo protagonista ha una coerenza assoluta e marmorea, dipanandosi nell’assurdo secondo una consequenzialità drammaturgica ineccepibile. In uno splendore stilistico dove tutto è figurativamente fuori sincrono rispetto all’oggi, in un tempo che è ieri o forse domani in cui trionfano l’analogico e il materico. Colori spenti, una mancanza di luce che atrofizza gli umani e mortifica gli ambienti. Una storia che è anche una passione tra un uomo e un oggetto-feticcio e che a me ha ricordato – l’unico riferimento possibile di questo film così solitario – il lontano Dillinger è morto di Marco Ferreri. La relazione disturbata e complice tra il Michel Piccoli di allora e la sua pistola è qui replicata in quella di Georges con il suo scamosciato a frange, e gli esiti sono parimenti fatali. Le Daim non esisterebbe senza i suoi interpreti. Un Dujardin come dicevo sensazionale (dategli tutti i possibile premi, subito, qui, ora) e un’Adèle Haenel che si insinua nel delirio del protagonista prendendosi a poco a poco il centro del film. Quanto fosse brava lo sapevamo, adesso dubbi non ce ne sono più: è lei l’attrice giovane e già grande del cinema francese. E che bella apertura di Quinzaine: complimenti al neodirettore Paolo Moretti.

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