Cannes 2019. Recensione: LES MISÉRABLES, un film di Ladj LY. Victor Hugo nelle banlieue

Les Misérables, un film di Ladj LY. Con Damien Bonnard, Djebril Zonga, Alexis Manenti, Jeanne Balibar. Compétition.
Tre poliziotto a presidiare una periferia francese sempre sul punto di deflagrare. Bambini di strada, boss malavitosi, famiglie precarie, predicatori, loschi figuri sospesi tra legalità e illegalità. C’è il flic buono, quello cattivo, quello 50 e 50. Un fatto apparentemente minimo innescherà la miccia. Ogni riferimento al romanzone di Hugo è fortemente voluto. Un film che visibilmente aspira a tracciare la mappa del nuovo disagio e delle nuove rabbie. Ma, pur spettacolare e benissimo girato, pecca di eccessiva complicità verso lo spettatore e di schematismo. E però qualche momento di vero cinema c’è. Quanto al regista: Lady LY non è una signora, ma un giovanotto assai muscolare (come autore, intendo). L’applauso più lungo finora di questo Cannes: sarà un successo. Voto 6+

Il secondo film in ordine di apparizione del concorso e, finora, l’applauso più robusto che si sia sentito a questo Cannes. Meritato? Diciamo che Les Misérables – ogni riferimento a Hugo è voluto, anzi dichiarato – è di quelle opere che, sotto lo scudo dell’impegno sociale, vellicano il pubblico nei suoi migliori e peggiori istinti e che del mostrare-denunciare le sfighe del mondo fanno spettacolo.Un film che non si pone mai frontalmente rispetto a chi guarda, che non lo sfida, non gli si oppone, ma lo compiace con un racconto e i modi di raccontarlo tutto di viscere, sentimenti e sapori forti. Con tacito ricatto incorporato: o stai con me e sottoscrivi la mia denuncia o sei un bastardo. Film di periferie ovviamente disagiate girato da un giovanotto (pensavate che sotto il nome di Ladj LY si celasse una leggiadra signora? Lo pensavio anch’io, poi ho visto la foto del regista: masculo inconfondibilmente) che là nelle periferie, in una cité dell’Île de France, è cresciuto e ha sperimentato cosa voglia dire stare dalla parte complicata del mondo, o almeno della Francia d’oggidì e dell’appena ieri, quella degli immigrati nordafricani e dell’Africa nera e dei loro figli e nipoti. Il giovanotto è diventato filmmaker – sottraendosi come Scorsese ai destini spesso (ma non sempre) segnati del ghetto -, e nonostante la grazia del nome è autore incazzato, incazzatissimo, alla Spike Lee: portando a Cannes, e mica in una rassegna laterale ma nella vetrina del concorso grande (in quota minoranze?, sussurra il cinico che c’è in noi che non sopporta il politicamente virtuoso), un guardie e ladri – con frequente scambio delle parti – in una città satellite. Un noir-polar lurido e muscolare secondo i paradigmi del genere messi a fuoco da tanto cinema americano di poliziotti duri alle prese con i duri (cito solo Training Day di Antoine Fuqua). E però che impeto ci mette Ladj LY, che furore, e che macchina da presa survoltata, ubriaca, febbrile, a inseguire i suoi protagonisti, semiprotagonisti, comprimari. Girando per le strade di un quartiere al limite estremo perlopiù abitato da famiglie dell’Africa subsahariana con presenze arabe e intermittenti insediamenti rom. Di altre culture non c’è traccia. E poi su e giù per le scale e nei cunicoli sotterranei di immani falansteri tutti squadrati come pezzi giganteschi di lego irrelati e in attesa di una mano che li connetta in un insieme dotato di senso.
Questo film sarà un successo nonostante, anzi grazie alla sua evidente ruffianaggine, per come compiace lo spettatore confermandolo di essere dalla parte giusta e suscitandone l’indignazione contro il male. Che, ça va sans dire, sono la polizia (certa polizia, quella brutale e corrotta), lo Stato, le Istituzioni, il Sistema. Sarà un successo come lo è stato l’anno scorso Cafarnao di Nadine Labaki, film cui assomiglia per la smaccata esibizione delle miserie e dei disagi. Poi, certo, come non riconoscere l’abilità di narratore di Ladj LY (coregista di quell’A voce alta prima presentato a Torino e poi uscito in qualche sala italiana: immagino che di quel film sui tornei di eloquenza si sia occupato soprattutto dei ragazzi di banlieue), la conduzione eccitata, il tocco così ‘americano’ e ‘ipermoderno’. Non credo sia nato un autore memorabile, ma un abile filmmaker sì, in grado di mettere a punto qui un prototipo, un pilot che potrebbe dare il via a una fortunata serializzazione.
Intanto, storia e caratteri: tre poliziotti con la missione professionale di tenere sotto controllo un infuocato quartiere dell’hinterland parigino percorso dalle tensioni e pulsioni di ogni tipo, venato di criminalità grande e piccola, di una cronica patologia sociale. Uno è buono, uno è cattivo, uno 50 e 50. Il buono, Stéphane, è appena arrivato da un’altra città, è al suo debutto in quella squadra, crede nella legge e nella possibile emancipazione degli ultimi. Il cattivo, ovviamente il capo del trio, è brutale, crede solo nella forza, è corrotto e colluso con i vari poteri occulti del quartiere, poteri al limite e oltre la legalità: il poliziotto invasato come ne abbiamo visti centinaia  (penso a Detroit di Kathryn Bigelow, tanto per stare sul cinema recente). Perlustrano, controllano, minacciano: la minaccia come deterrente e strategia di prevenzione del disordine. Ragazzini di strada. Famiglie complicate. Boss della droga e della prostituzione. Commercianti taglieggiati. Una comunità di Fratelli Musulmani con un imam ex galeotto riscattatosi grazie alla fede e leader indiscusso del quartiere, adorato e ammirato per la sua integrità, rettitudine, forza (no, in questo film non ci sono jihadisti né imam che predicano l’attacco agli infedeli). E ancora: la figura ambigua di colui che viene chiamato il sindaco, un ruolo immagino semi-istituzionale ai bordi tra il caos e l’ordine delle istituzione, un ‘uomo del popolo’ investito di quel pomposo titolo per dialogare, intercettare i germi dello scontento prima che si tramuti in rivolta, fare da cerniera tra il basso e l’alto. Ed è la figura che dal film esce peggio. Intanto, un ragazzino col suo drone tutto vede e tutto filma dall’alto di un palazzone. Molecole in perenne convulsione, un mondo fratturato sull’orlo dell’esplosione interna. Ma anche un mondo a modo suo coeso con i legami tenaci, le regole interne, le solidarietà e le imprevedibili alleanze.
Un evento apparentemente minimo innescherà una reazione a catena, porterà il quartiere al punto di deflagrazione e al crollo di ogni ponte tra il nucleo di polizia e i banlieusard. Un ragazzino di origine africana porta via un cucciolo di leone da un circo (il circo Zeffirelli!). Il proprietario e il suo clan gypsy minacciano di tout casser, di innescare lo scontro se il cucciolo non verrà recuperato al più presto. Tutto il sistema entra in fibrillazione, i tre flic incappano in un incidente di percorso che complicherà ulteriormente le cose: mentre stanno per acchiappare il ladro di leoncini uno di loro lascia partire un candelotto e lo colpisce. Non bastasse, il ragazzino del drone ha ripreso la scena e i flic faranno di tutto per impedirgli di divulgare il video.
Di buono c’è il referto socioantropologico. Il regista è cresciuto là dentro ed è informato dei fatti, e si vede. Questo sguardo dall’interno e dal basso pervade tutto il film e lo distingue dalla massa di prodotti dello stesso genere. Pesano invece il tasso elevato di retorica antisistema, la pulpizzazione esasperata del racconto. Puro fogliettone popolare ottocentesco riadattato alla contemporaneità. Victor Hugo ieri, ora e sempre, come no. E a ribadire la filiazione dai suoi Miserabili ecco in finale una  lunga citazione dello scrittore. Dove si assolvono gli ultimi e i miseri da ogni colpa e si punta l’indice accusatore su coloro che stanno sopra nella scala sociale e avrebbero dovuto fare e non hanno fatto. Già ai tempi di Hugo la vulgata era: è colpa del sistema. Figuriamoci adesso. Anche se Les Misérables non è un gran film potrebbe prendersi un premio. Ma non siamo che all’inizio: arriveranno poi buoni incassi (in Francia) e una valanga di nomination ai César. Eppure qua e là, e oltre l’evidente astuzia dell’operazione, spuntano pezzi di vero cinema, come i due furiosi assalti dei ragazzini, sequenze assai toste girate a occhi spalancati e senza indulgenze. Altro che il nostro annacquatissimo La paranza dei bambini.

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