Cannes 2019. Recensione: A HIDDEN LIFE, un film di Terrence Malick. La parabola dell’Eroe nascosto

A Hidden Life (Una vita nascosta), un film di Terrence Malick. Con August Diehl, Valerie Pachner, Maria Simon, Tobias Moretti, Bruno Ganz, Matthias Schoenaerts, Karin Neuhäuser, Ulrich Matthes, Franz Rogowsk. Compétition.
Dopo tre film assai personali e intimi (To the Wonder, Knight of Cups, Song to Song), Terrence Malick torna a raccontare una grande storia e a misurarsi con la Storia. Mostrandoci la via crucis del contadino austriaco Franz, obiettore che durante la WWII si rifiuta di impugnare le armi. Ma A Hidden Life (la vita nascosta è quella dell’eroe Franz) va oltre i suoi stessi personaggi e le loro vicende per farsi parabola sui mondi in lotta della Luce e delle Tenebre, sull’Armonia insidiata dal Male (maiuscole necessarie). Il cinema come manifestazione del sacro. Immenso. Voto 9

Qui a Cannes si continuano a osannare piccoli film come Portrait de la jeune fille en feu di Céline Sciamma, già promosso a capo d’opera dalla critica anglofona, il titolo da premiare quest’anno secondo Xavier Dolan (opinione riportata da IndieWire). Io che non l’ho per niente amato, penso come sia di modeste dimensioni certo cinema pur discreto, pure buono, al cospetto di quello dei giganti, che sono pochi. Uno è Terrence Malick. Che col suo A Hidden Life, Una vita nascosta, sommerge ogni possibile Sciamma-movie di ieri oggi domani sempre (poi magari la regista di Portrait de la jeune fille en feu ci diventa un maestro assolouto e io a dovermi cospargere di cenere l’ingrigito capo). Da palma? Terenzio, come lo chiamavano affettuosamente commuovendomi un po’ dei ragazzi che erano in fila accanto a me per vederlo (intendo: vedere il suo film, non certo lui che da anni non si palesa ai devoti ma si cela misteriosamente: benché giri voce che sia stato avvistato, anzia sia apparso, nel Grand Théâtre Lumière durante lo screening, ma forse sono alterazioni percettivo-sensoriali come quelle di chi, quando c’era la fede, scorgeva santi e verginimarie ovunque*), di palme non ha bisogno, non solo perché ne ha già vinta una nel 2011 col capolavorissimo The Tree of Life, ma perché sta nell’empireo stabilmente da una vita e niente alla sua gloria ne aggiungerebbe un’altra. I suoi ormai non sono più film, sono epifanie, sacre manifestazioni, anche se di cosa stentiamo sempre a capirlo. E come sa suscitare odi e rigetti, e come anche stavolta abbia diviso tra ferventi devoti (io mi colloco nel gruppo) e detrattori. Ma lui è oltre. Oltre la competizione, oltre i colleghi, oltre lo stesso cinema. Cosa che è solo degli immensi, lui, Godard, Lynch, qualcun altro. Dopo tre film liberi da ogni vincolo narrativo, proiezioni della sua mente e della sua anima, sorta di autoanalisi in forma schermica o di estrinsecazione del suo spirito – To the Wonder, Knight of Cups, Song To Song: il meglio della trilogia è il secondo – Terrence Malick è tornato a raccontare una storia, una storia grande, importante, immersa nella Storia. Quella di un obiettore di coscienza austriaco, obiettore per profonda fede cristiana, per opposizione alla ferocia nazista, ispirata alla vera vita e vera fine-vita del contadino Franz Jägerstätter che non volle impugnare le armi nazi-austro-tedesche nella WWII. Con l’esito che potete immaginare (e non si gridi allo spoiler, per favore). È, quella di Franz, una via crucis, ma lui non defletterà, non cederà mai. Durata: due ore e 53 minuti che non pesano, da tanto di resta ipnotizzati dalle sinuose volute della macchina da presa, dalle continue invenzioni visive per non far arenare il racconto nelle sabbie mobili del piatto realismo-naturalismo benché nobile e benintenzionato. Se Terenzio torna a una narrazione classica, se dopo tre piccoli film assai personali ne realizza uno titanico, possente, anche per dimensioni produttive (credo che la gran parte dei capitali sia tedesca), lo fa senza dimenticare la sperimentazione dei suoi anni Duemila, da The Tree of Life in avanti. I malickismi ci sono tutti, allineati, ripetuti e riconoscibili. Le carrellate a filo d’erba (preferibilmente mossa dal vento), le acque che scorrono e corrono, la luce del sole come espansa nell’aria, le rocce, le valli, la natura nel suo spettacolo e nella sua regalità. Siamo corpuscoli nel cosmo ci diceva perfino didascalicamente in The Tree of Life, lo ribadisce qui, connettendo continuamente Franz e il suo eroico cammino, e la sofferenza della moglie che mai lo ha abbandonato, ai paesaggi immensi – siamo nel Tirolo – e alle forze naturali che sovrastano gli umani ma che con loro condividono un radice comune, un’essenza, la stessa per tutti, per il tutto. Assistiamo al calvario di Franz che, una volta presa la sua decisione, si vedrà compattamente respinto dal il villaggio, non troverà alcun sostegno (anche la Chiesa gli consiglia cautela). Da uomo rispettato diventerà un paria, subirà tutti gli oltraggi infertigli dal nazismo, la prigione, le torture, la riduzione al non umano. Non è la prima volta che il cinema racconta le minime eppure gigantesche resistenze umane e personali alla macchina hitleriana, penso a Lettere da Berlino di Vincent Perez o a Elser – Tredici minuti che non cambiarono la storia di Oliver Hirschbiegel, ma è la prima volta che lo fa in una misura, anche autoriale, tanto vasta, così fuori scala. La differenza ovviamente sta in Malick. Con tutti i suoi segni identificativi in bella mostra. La voce off (ora di Franz, ora della moglie) a suggerirci il senso nascosto di quanto vediamo oltre che a raccontarcelo: come la voce di Cate Blanchett nel docu Voyage of Time presentato a Venezia due edizioni fa. Movimenti danzanti della macchina da presa. I corpi in controluce o immersi nella luce. Senza che mai si entri davvero nelle psicologie di Franz e della moglie Franziska, perché questo a Malick non interessa. Lui utilizza questa storia esemplare di un eroe qualunque e nascosto e il suo martirio per, ancora una volta, tessere la propria tela simbolica. Ci sono imperdibili pezzi di Alessandro Baratti sul sito Gli spietati in cui si illustra ampiamente e in modo assai convincente i legami del regista texano (di origine siriana) con le dottrine gnostiche, con la loro visione del mondo e del divino. Ecco di nuovo, come in The Tree of Life, la contrapposizione tra il mondo della luce e dell’armonia – il villaggio alpino di Radegund dove Franz e Franziska abitano prima che si scateni la nazi-apocalisse – e quella materiale, tenebrosa, letteralmente infernale della guerra e dell’hitlerismo. Luce contro tenebra. Ancora una volta, come già esplicitamente in Knight of Cups, Malick combina una narrazione in cui i personaggi non stanno solo per se stessi e la propria vicenda, ma si transustanziano e sublimano in simboli universali, in figure dei tarocchi, di una tavola sapienziale. Franz è l’Eroe, il suo compagno di cella l’Innocente, il giudice che lo condanna il Sovrano. Combinando e ricombinando il suo mazzo di carte Malick traccia una parabola sul Bene insidiato Male e salvato dal Martire, annoiando chi detesta i suoi canti alla luce e le sue figure danzanti e ipnotizzando chi da tempo è un suo cultore. Ma anche i detrattori dovranno ammettere l’enorme lavoro di invenzione che si ravvisa in ogni inquadratra, in ogni minimo frammento di questo film smisurato. Si pensi solo all’ultima, strabiliante (per potenza espressiva) parte, quella del martirio di Franz. Primi piani, piani lunghissimi e sghembi, squarci di cielo, interni minacciosi e oppressivi si alternano e spesso convivono prodigiosamente. Finché si spalancano le porte dell’inferno. Con apparizioni – quella del Decollatore per esempio – che abbattono ogni residua traccia di realismo per scagliare il film oltre. Se il cinema è (anche) manifestazione del sacro, The Hidden Life lo è. E cosa volete mai che importino un certo sovraccarico di lirismo o certi paesaggi alpini oleografici, se poi il risultato è di questa potenza. Il protagonista August Diehl era Il giovane Marx di Raoul Peck visto l’anno scorso, Valerie Pachner, la moglie, era in febbraio alla Berlinale in un film non granché, La terra sotto i piedi, però lei bravissima, e qui lo conferma. Si vede in qualche scena, quasi irriconoscibile, Matthias Schoenaerts. E c’è Bruno Ganz nella sua ultima interpretazione quale giudice del tribunale militare. Quando il suo nome è comparso tra i credits qualcuno in sala ha applaudito ed è stato un bello e giusto omaggio. Nei titoli di coda si cita anche una Alto Adige Production che lascia intuire come parte del film sia stato girato lì (e difatti le montagne sembrano proprio le Dolomiti). Girato in inglese, A Hidden Life ha però qualche inserto in tedesco, non sottotitolato (parla in tedesco il publico ministero del tribunale, ma in inglese tutti gli altri; ed è in tedesco uno scambio in voice off di Franz e Franziska). Che sia un altro segno esoterico?

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3 risposte a Cannes 2019. Recensione: A HIDDEN LIFE, un film di Terrence Malick. La parabola dell’Eroe nascosto

  1. heuresabbatique scrive:

    Pare davvero ci fosse Terenzio. Stando al Ragtime pubblicato sul canale ufficiale del Festival, a partire da certa eccessiva indulgenza della camera su certi presenti alla proiezione di Gala sembra di presagire la sua presenza. Ma in particolare da certi campi lunghi sembra non solo di presagire ma di vedere quasi del tutto chiaramente una testa quasi del tutto calva, xon sparuti e sottili capelli canuti, al centro, fra la calca degli invitati. Pare prorpio essere lui. Almeno a me.

    Capisco benissimo che stando a Cannes per vedere i film, con il ritmo forsennato del festival questi particolari siano di poco, se non di nessun conto. Tuttavia, io non potendo, ancora, ahimè, essere a Cannes mi vado consolando cosi, con recensioni e poco più. Se avrai tempo e voglia di darci un’ occhiata, tra un film e l’ altro, ti lascio il link incrimainato dell’ (a mio avviso, stando a quello che si riesce a vedere, piu che presunta) epifania qua sotto:

    https://youtu.be/hJcpRH_vKwQ

  2. heuresabbatique scrive:

    Rang, non ragtime. Sfuggito al correttore del telefono, chiedo scusa.

  3. Luigi Locatelli scrive:

    Grazie davvero. Mi confermano che l’apparizione c’è stata (non ripetutasi però alla conferenza stampa del giorno dopo)

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