Cannes 2019. La Palma e gli altri premi: è stata la strage dei grandi (e la vittoria dei nuovi)

Il coreano Bong Joon-ho: Palma d’oro al suo Parasite (immagine dal sito ufficiale del festival di Cannes)

E così anche stavolta Pedro Almodóvar è stato fottuto. Scusate l’espressione rude, ma non saprei come dire meglio quanto è successo stasera in sede di premiazione di Cannes 72. Neanche quest’anno, che pure ha portato in concorso il suo film più convincente da parecchio tempo in qua, ha vinto la Palma d’oro. Premiato sì come migliore attore Antonio Banderas, che interpreta il suo alter ego in Dolor y Gloria, ma è troppo poco e non vale come risarcimento (ed è di Banderas il migliore speech di ringraziamento di tutta la soirée, il più nobile, asciutto e elegante, in cui dice senza smancerosità e con massima sincerità di dovere tutto a Pedro e di voler dividere il premio con lui. Ed è partito un applauso che non finiva più).
Ma la sconfitta di Almodóvar è solo il caso più vistoso della strage dei grandi, dei non pochi titani del cinema che stavano in concorso, cui abbiamo assistito stasera. Un’esecuzione di massa perpetrata da una giuria in cui pure c’era gente di rispetto e talento, da Iñarritu a Lanthimos alla nostra Alice Rohrwacher. Dunque, compiliamo la triste lista delle vittime: niente, oltre che a Pedro, a Quentin Tarantino, Terrence Malick, Abdellatif Kéchiche, Ken Loach, Xavier Dolan, che ha solo trent’anni ma va incluso tra i consacrati (niente palma, però due premi incassati negli anni scorsi a Cannes Compétition e uno a Un certain regard). Gli unici mammasantissima a essersi salvati dal massacro son stati chissà perché, non potendo vantare almeno stavolta meriti particolari rispetto agli esclusi, i fratelli Dardenne, cui è andato il premio per la regia, per un film coraggioso ma con finale pessimo che rovina il buono visto fino a quel momento, su un ragazzino intossicato dal fanatismo islamico, Le jeune Ahmed (violentemente attaccato da molta stampa vecchia e giovane per presunta quanto a mio parere inesistente ‘islamofobia’).
Ma siamo sicuri, signori giurati, che Les Misérables (premio della giuria ex aequo con Kleber Mendonça Filho e Juliano Dornelles, registi del brasiliano Bacurau), astutissimo e giovanottesco prodotto francese sulle cité e le banlieue che incasserà molto e avrà certo carriera internazionale, sia meglio per dire di Terrence Malick? Il quale ha portato qui il suo film più importante da The Tree of Life e che con una sola sequenza del suo A Hidden Life si mangia tutto il palmarès di stasera. O che il pur bello e interessante Atlantique della francese di origini senegalesi Mati Diop, da collocare tra le buone sorprese del concorso, meriti il Grand Prix che gli è stato assegnato, ovvero il secondo premio nel ranking cannense dopo la Palma d’oro? Era proprio il caso di spazzare via Kéchiche o Dolan per assegnare irragionevolmente alla bellissima, oltre che talentuosa, Mati Diop un riconoscimento tanto importante e pesante?
Il messaggio è arrivato chiaro e forte. Gli illustri maestri che molto hanno dato e molto hanno vinto si ritirino, si pensionino, si chiudano nelle case-riposo, nelle Case Verdi dei cineasti. E la prossima volta tutt’al più si presentino fuori concorso. Invece, promana dalle decisioni dei giurati un volgarissimo e tonante largo ai giovani, un si proceda con la rottamazione dei soliti noti. E, ovviamente, viva la diversity!, che sennò i giornalisti americani poi scrivono cosacce del festivàl. Sicché spazio nel palmarès, oltre che ai giovani, alle donne (tre delle quattro autrici in concorso sono state in vario modo premiate), alle cinematografie emergenti extraueropee come Brasile (Bacurau) e Sud Corea (la Palma d’oro Parasite di Bong Joon-Ho). Che par di sentirli, i giurati, discutere e dirsi che no, basta con le facce di sempre, è ora di valorizzare il nuovo sant’Iddio, di pensare al cinema di domani mica a quello di ieri! Intendiamoci, nessuno dei premi assegnati è scandaloso, nessuno è assurdo, tutti gli autori che son saliti stasera sul palco del Grande Theâtre Lumière hanno portato nella Compétition cose decorose o buone assai, eppure scorrendo il palmarès l’impressione è di una certa angustia, di una diffusa medietà e mediocrità: zero capolavori e pochi i nomi in grado di farci credere-sperare davvero nel futuro del cinema.
Con 21 titoli in concorso, tanti, e quasi nessuno davvero brutto (a parte Jarmusch), ammetto che fosse complicato per Iñarritu e compagni combinare il palmarès. Si doveva scegliere e si è scelto drasticamente e non sempre felicemente, anzi più no che sì. Per dare spazio a più autori e opere si è inventata una menzione speciale (andata a Elia Suleiman per It Must Be Heaven: ovazioni e applausi perfino in corso di proiezione ieri al Lumière; qualcuno pronosticava addirittura la Palma, ma a me, che non ho gradito granché il film, sta bene così, una menzione e via) e si è assegnato un ex aequo per la migliore regia (vedi sopra). Mi è parsa scocciata e delusa Céline Sciamma, data per favoritissima alla vigilia insieme a Almodóvar e Bong Joon-Ho, e invece semiliquidata con un premio minore, quello per la sceneggiatura, a lei e al al suo – a parer mio –  sopravvalutatissimo Portrait de la jeune fille en feu. Sono lieto invece – e però quanti fischi in Salle Debussy dove si trasmetteva su grande schermo la cérimonie de clôture – per il premio per la migliore interpretazione femminile andato nello sconcerto dei più alla Emily Beecham del sofisticato distopico Little Joe di Jessica Hausner, passato nell’indifferenza se non nell’ostilità generale e invece assai sottile e allarmante nel ritrarre glacialmente certe derive del post-umano. Resta da ri-dire della Palma, il coreano Parasite, non proprio inattesa. Successo travolgente, come scrivevano un tempo i critici pigri, ‘di critica e di pubblico’ a tutte le proiezioni. Conferma dell’enorme talento del suo regista, Parasite è forte di una sfolgorante messa in scena e di una sceneggiatura di ingegneristica precisione: almeno fino a due terzi di narrazione, quando tutto precipita nel caos. Certo c’è dentro tutta la vitalità selvaggia e l’energia smodata, anche maleducata, del cinema coreano, non da oggi tra i maggiori al mondo, capace di generare autorialità e film di genere in pari misura. O opere che si situano all’esatto punto di mezzo tra i due estremi com’è il Parassita vincitore. Che ho apprezzato, come no, ma che non colloco tra i miei film del cuore di questo festival. Avrà un enorme successo dappertutto, e però io, sorry, non sono riuscito ad amarlo trovandolo qua e là a essere franchi parecchio indigesto e rozzo. Dimenticavo: niente al Traditore di Marco Bellocchio, com’era prevedibile, solo Favino avrebbe potuto ragionevolmente insediarsi nel palmarès alla voce ‘migliore attore’, ma non ce l’ha fatta. Rammarico personale: che sia rimasto fuori da questo palmarès dei nuovi e seminuovi il cinese Il lago delle oche selvatiche. Quanto agli speech di ringraziamento: hanno annoiato e imbarazzato per prolissità e inconcludenza Ladj LY (Les Misérables) con la sua corte chiamata maleducatamente sul palco e Mati Diop (Atlantique), tant’è che il cerimoniere Edouard Baer ha dovuto interrompere uno e l’altra a forza. Ragazzi, non si parla e straparla sul palco di Cannes come se si fosse nel tinello di casa. Occorre senso della misura e del tempo: anche questo vuol dire essere autori veri. Ecco la lista degli insigniti.

PALMA D’ORO
Parasite (Gisaengcgung) di Bong Joon-Ho

Grand Prix
Atlantique di Mati Diop

Premio per la regia
Le Jeune Ahmed di Jean-Pierre & Luc Dardenne

Premio della giuria ex-aequo
Les Misérables di Ladj LY
Bacurau di Kleber Mendonça Filho e Juliano Dornelles

Premio per l’interpretazione femminile
Emily Beecham per Little Joe di Jessica Hausner

Premio per l’interpretazione maschile
Antonio Banderas per Dolor y Gloria di Pedro Almodovar

Premio per la sceneggiatura
Céline Sciamma per Portrait de la jeune fille en feu

Menzione speciale
Elia Suleiman per It Must Be Heaven

Caméra d’or (il premio opera prima)
Nuestras Madres di César Diaz, presentato alla Semaine de la Critique

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Una risposta a Cannes 2019. La Palma e gli altri premi: è stata la strage dei grandi (e la vittoria dei nuovi)

  1. heuresabbatique scrive:

    Commento molto interessante, seguendo in streaming su Canal+ non avevo pensato alla dicotomia fra giovane e vecchio, anche se in effetti la cosa funziona benissimo. Io, ignorando la qualità intrinseca dei film (se escludi Almodovar che ho recuperato in sala, davvero bellissimo non si discute), quindi non mi posso (non devo) permettermi di parlare di palmares nefando, scandali o affini, ma mi permetto da osservatore esterno di molti festival (fino ad ora per motivi di studio l’ unico festival a cui riesco a partecipare direttamente è Venezia) di aver visto in questo plamres una particolare decisione e spinta verso il “politico”. Dai commenti/recenaioni dalla Croisette mi è parso di capire che i più dei film premiati siano fortemente politici. Non voglio invocare il politicamente corretto (o correttisimo) non avendo visto i film, ma mi pare cosi esternamente che la dialetticata giovani e vecchi sia sovrapponibile a quella politico e cinefilo. Quasi le sue vicendevolmente sfumino l’ una nell’ altra. Anche in virtù dei zero premi ad Almodovar e Tarantino, entrambi innamorati, fedeli al cinema, come alla Spagna, una santa, cattolica ed apostolica, che è il Cinema in Dolor y Gloria.
    E sinceramente sono preoccupato di questa tendenza dei festival a premiare o l’ usato sicuro (vedi Venezia l’ anno scorso) o film “nuovi” (non sempre giovane significa innovativo: basti pensare al penultimo fim di finzione di Wenders/Handke o l’ ultimo Schrader) nel senso di film o polticamente impegnati in un certo senso o guovani. Qasi in un abbasso alla cinefilia. Poi ci sono i premi di Un certain regard, di Orizzonti, e di Panorama: ma chi davvero se li va a spulciare se non cinefili e addetti ai lavori? In un contesro così, anche se ieri scrivevo un commento su Tarantino e possibile premio (ha vinto il film.la palma d’ oro per i miglior cane in un film, tra i collaterali), sarei ststo felicissimo di vedere slire Quentin sul palco. Sarebbe stato un gradito outsider del palmares. Graditissimo. Ma potrei, come nel caso Tarantino, sbagliarmi di grosso.

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