Cannes 2019. I favoriti alla Palma d’oro

‘Parasite’ di Bong Joon Ho

Ore 19,15: cerimonia di chiusura con consegna premi. Officia Edouard Baer. L’opinone dominante, rafforzata alle stellette assegnate da un panel di critici internazionali su Screen Daily (valutazioni che non guardo mai in corso di festival) , indica tre titoli su tutti. Che ça va sans dire non coincidono perfettamente con le mie preferenze che ho appena espresso nella mia classifica finale.
Allora i pronostici.

1) Parasite (Gisaengchung)
di Bong Joon-ho.
Applausi fragorosi e urla (scasciate) di entusiasmo da parte soprattutto della critica internazional-giovinastra alla proiezione stampa di qualche sera fa, perché i pulpamenti di Parasite e il suo rude humor coreano sono perfettamente nello spirito dei nostri tempi cinematografici. Tempi che esigono visceralità, eccesso, vitalismo istintual-pulsionale, turgore narrativo, una dose di volgarità. Una famiglia derelitta ma astuta degli slums di Seul riesce a insediarsi con frodi e inganni nella villa firmata da un’archistar e abitata da un riccastro della new economy dotato di moglie bella e instabile, due figli, servitù, ogni possibile agio e comfort, oltre che di molto denaro e considerazione sociale. I quattro divoreranno dall’interno come parassiti quella polpa di ricchezza. Ma dovranno fare i conti con un altro parassita. Lotta di classe in un interno, metafora evidentissima di diseguaglianze e scontri sociali coreani anzi globali, che ha fatto impazzire veteromarxisti, neomarxisti e marxisti eterni, e virata in chiave di commedia sgargiante e fracassona, una black comedy un filo grossier per i nostri palati fini europei. Però indubbiamente condotta con sapienza costruttivo-registica, robusta indignazione, travolgente senso dello spettacolo dal venerato Bong Joon-ho di Snowpiercer (pure quello metaforissima della lotta di classe). Si finisce in un caos entropico alla Hollywood Party, ma senza la grazia di Blake Edwards (e di Peter Sellers). Il film, fino a un certo punto coerentissimo e implacabile nella sua progressione narrativa, anche perfetto produttore di risate, si arena e ingorga però a tre quarti, anche qualcosa meno. C’è un parassita di troppo nella villa e pure nella sceneggiatura. E Bong Joon-ho fatica a decidere chi siano i buoni e i cattivi e da che parte stare. Per non parlare dei troppi finali incoerenti e indecisi a tutto. Ma potrebbe vincere perché asiatico, perché quando è al suo meglio trattasi di opera superiore, e non sarebbe certo uno scandalo. Mi scusino però gli entusiasti dell’opera di Bong, io a Parasite non sono riuscito a voler bene, pur apprezzandone le qualità evidenti . Sorry, la commedia coreana non fa per me.

2) Dolor y Gloria di Pedro Almodóvar
Pedro de la Mancha se la merita più di tutti gli altri, questa Palma. Perché, piaccia o meno, è un maestro, perché, nonostante sia un regular del concorso di Cannes, non gliel’hanno mai data e sarebbe ora di riparare. Oltretutto trattasi di film bellissimo, il migliore Almodóvar da molti anni in qua. Autofiction, con immagino molte consonanze con la sua vita e qualche scostamento, senza troppo autoindulgenze e con un protagonista-alter ego regista impantanato nell’inazione che ricorda, rivive, fa i suoi conti esistenziali. Con almeno due momenti di alta commozione pur in assenza di vili ricatti verso lo spettatore. Immagino che il ‘premiamo o no Almodóvar?’ sia stato il dilemma con cui si sono dovuti confrontare tutti i giorni tutti giurati. Stasera ne sapremo l’esito.

3) Portrait de la jeune fille en feu (Ritratto della fanciulla nel fuoco) di Céline Sciamma
Tediosissimo, dimostrativo anche se non lo dà a vedere, eppure – e francamente non capisco – considerato da critici istituzionali come da certa giovane guerrilla critique un capolavoro. Due ore di languori e occhiate furtive e intermittenze del cuore (e della carne) tra due giovani donne in un castello bretone: una pittrice – siamo nella seconda metà del Settecento direi – e la ragazza, promessa sposa a un aristocratico milanese, che deve ritrarre. Si capisce subito che tra le due donne sarà passione, benché soffocata dalla società patriarcale (il libertinismo di quel secolo valeva solo per gli uomini, e per gli uomini eterosessuali, evidentemente). Peccato si debba aspettare un’ora e venti perché arrivi il primo e scontatisssimo bacio. Strano che Céline Sciamma, dopo l’adrenalinico, maleducato ma devo ammettere seminale Bande de femmes (film ispiratore e copiatissimo), abbia scelto stavolta la temperie proto-romantica di una storia d’amore in costume, dilatando tempi del racconto e abbassando i ritmi al livello di guardia della noia. Certo, impeccabilmente girato, con gran gusto e cultura figurativa, con infiniti riferimenti a tanta letteratura e cinema, dalle sorelle Brönte a La donna del tenente francese a Lezioni di piano di Jane Campion, con tutte quelle scogliere e onde che si infrangono. Echi di romanzo gotico. Stucchevole l’evidente intenzione di trasformarlo in un inno proto-femminista, benché senza agitar di bandiere e di impegno. A rendere retorico e anche ideologico il film sono tutti i rimandi alla ‘cultura sommersa femminile’, alla ‘solidarietà-comunità tra donne quale forma di resistenza al fallocenrismo patriarcale’ che sono dei topoi, anche cliché, di certa cultura femminista a partire dagli anni Settanta. Vogliamo parlare della sequenza delle donne, solo donne, intorno al fuoco, ad alludere agli incontri di quelle che venivano demonizzate come streghe? E la scena dell’aborto con ‘il sapere sommerso trasmesso da donna a donna del corpo femminile’? Aiuto. Ci sono, e credo si tratti di record assoluto negativo, solo due maschi nel film, un barcaiolo all’inizio, un portatore di pacchi alla fine. Servi. Neanche fuchi. Magari gli danno la Palma d’oro e saranno contenti i tanti che hanno parlato di ‘sguardo femminile’.

4) Once Upon a Time… in Hollywood di Quentin Tarantino
Lo aggiungo adesso. Nella prima versione di questo post mi ero dimenticato di lui, Quentin. Non per caso, visto che C’era una volta… a Hollywood mi ha in pari misura entusiasmato e deluso. Del resto, ha diviso anche Cannes, con bilancia a pendere dalla parte dei favorevoli. Volete che Trantino, arrivato qui al festival esibendo un’arietta non così amabile da lider maximo del cinema contemporaneo, se ne parta senza premi? Un mammasantissima come lui?

Potrebbero vincere
Le giurie sono imperscrutabili. Ricordo, solo per stare ai recenti Cannes, che nessuno (se qualcuno dice di averlo predetto mente sapendo di mentire: non credetegli) aveva pronosticato che la Palma d’oro 2016 sarebbe andata al Ken Loach di Io, Daniel Blake. Guardando poi agli altri festivalm nessuno in fatto di sorprese supera la Berlinale, capace nel 2018 di premiare il peggiore film del concorso, Touch Me Not. Allora, come escludere che stasera la giuria presieduta da Iñarritu ci sorprenda? Io spero in una Palma Dolan o Kéchiche. O Malick. Ma potrebbero essere premiai, tra tanti titani che si scontrano, titoli e autori sulla carta più fragili. Penso al cinese Diao Yinan e al suo bellissimo Il lago delle oche selvatiche. Penso anche, soprattutto, a It Must Be Heaven del palestinese Elia Suleiman – la sua città è Nazareth, in Israele – che ieri ha fatto sfracelli in Salle Lumière con la sua comicità slapstick e deadpan, per poi virare con decisione nella parte ultima verso il politico (pur mantenendosi in forma di commedia imnpassibile) parlando di Palestina, patria sognata e mai realizzato, e di esilio e diaspora palestinesi. Cosa che, ça va sans dire, ha fatto venir giù la sala dagli applausi. A me non è piaciuto granché, con la sua comicità fissa e sunnambolica che vorrebbe essere à la Roy Andersson o Ulrich Seidl ma non ci riesce. E nonostante ci siano dentro Tati, Buster Keaton, il René Clair surrealista di Entr’Acte. Ma volete mettere la tentazione di premiarlo e issare sul Palais la bandiera della Palestina-che–non-c’è per colpa del detestato – da parte di quasi tutti i cannensi – Israele?

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2 risposte a Cannes 2019. I favoriti alla Palma d’oro

  1. heuresabbatique scrive:

    Da quando Fremaux ha annunciato Tarantino in Concorso io mi sono andato convincendo che qualcosa i giurati saranno costretti a dargli: vuoi per i 25 anni dalla Palma per Pulp Fiction, vuoi perché l’ usato sicurissimo di Quentin potrebbe giocare da peso e contrappeso fra strappi e divisione in sede di decisione a chi va questo premio a chi va quest’ altro. Addirittura temevo prima del Festival e prima di leggere la tua recensione ed altre un bis d’ oro per Quentin. Anche se ad ora, dato quello che leggo, potrebbe essere molto difficile. Ma son convinto chw qualcosa Tarantino porta a casa, sta sera. Fremaux l’ ha tanto voluto, giustamente, al Festival per consentire che vada via senza niente. Forse non la Palma, per un regista che non ha bisogno di niente come Tarantino sarebbe troppo. Non ha certo bisogno di essere affermato, riconosciuto, sovvenzionato, puplicizzato da un premio. Non come 25 anni fa, dove con Cannes, come lui da red carpet ha ricordato, tutto ebbe inzio, per lui e per la sua carriera. Mi convinco sempre piu che la collocazione nel Concorso, piuttosto che un dignitosissino Fuori Concorso, per un regista come lui sia troppo. Da mettere in uno stato tra la reverenza e la soggezione le meno indefesse (e la maggiorparte lo sono davvero poco lige e caparbie, capaci di scelte scomode ma cinematograficamente audaci e serie. E da sempre: si veda il caso Leone a Fassbinder o Wenders ad inzio anni 80? E splendidamente un grandissimo della storia del cinema come Carne, a spada tratta dalla parte di Fassbinder! Storia della storia del cinema, quella grande davvero) giurie dei festival. Poi dopo 25 anni dal Pulp Fiction! Io non ho visto il film, magari si meritava davvero di concorrere con gli altri; ma si pensi ad Allen o Scorsese che quando (non sempre) vanno ai festival scelgono, volontariamente, di non competere. Non ne hanno bisogno, e Tarantino altrettanto. Poi staremo a vedere, può darsi che venga sconfessato totalmente. Magsri tu li da Cannes, puoi aver sondato il campo e sconfessare i miei dubbi subito. Ne sarei felicissimo. Si premi il cinema buono, audace e “nuovo”. Ma forse è l’ utopia delle utopie.

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