Cannes 2019. Recensione: PARASITE (Parassita), un film di Bong Joon-ho. Lotta di classe in forma di black comedy coreana

Parasite (Gisaengchung) di Bong Joon-ho. Con Song Kang-Ho, Sun Kyun Lee, Yeo Jeong Cho, Woo Shik Choi. Compétition.
Sud Corea. Una famiglia di proletari degli slums si insedia con truffe e inganni nella villona di un riccastro. Come parassiti divoreranno dall’interno quell’involucro di ricchezza, ma dovranno fare i conti con un altro parassita. Lotta di classe in forma di black comedy: fragorosamente riuscita, travolgente per almeno due terzi. Poi il plot si aggroviglia e dirama in troppi finali. Humor un filo rude per i palatifini europei. Piaciuto moltissimo a pubblico e stampa. Inevitabile favorito. Voto 7+
Applausi fragorosi e urla (scasciate) di giubilo da parte soprattutto della critica internazional-giovinastra alla proiezione stampa di qualche sera fa, perché i pulpamenti di Parasite e il suo rude humor coreano sono perfettamente nello spirito dei nostri tempi cinematografici. Tempi che esigono visceralità, eccesso, vitalismo istintual-pulsionale, turgore narrativo, una dose di volgarità. Una famiglia derelitta ma astuta degli slums di Seul riesce a insediarsi con raggiri e inganni nella villa firmata da un’archistar e abitata da un riccastro della new economy dotato di moglie bella e instabile, due figli, servitù, ogni possibile agio e comfort, oltre che di molto denaro e considerazione sociale. I quattro divoreranno dall’interno come parassiti quella polpa di ricchezza. Ma dovranno fare i conti con un altro parassita. Lotta di classe in un interno, metafora evidentissima di diseguaglianze e scontri sociali coreani anzi globali, che ha fatto impazzire veteromarxisti, neomarxisti e marxisti eterni, e virato  in chiave di commedia sgargiante e fracassona, una black comedy un filo grossier per i nostri palati fini europei. Però indubbiamente condotta con sapienza costruttivo-registica, robusta indignazione anticasta che piace sempre e universalmente, travolgente senso dello spettacolo dal venerato Bong Joon-ho di Snowpiercer (pure quello metaforissima della lotta di classe). Si finisce in un caos entropico alla Hollywood Party, ma senza la grazia di Blake Edwards (e di Peter Sellers). Il film, fino a un certo punto coerentissimo e implacabile nella sua progressione narrativa, anche perfetto produttore di risate, si arena e ingorga però a tre quarti, anche qualcosa meno. C’è un parassita di troppo nella villa e pure nella sceneggiatura. E Bong Joon-ho fatica alla resa dei conti a decidere chi siano i buoni e i cattivi e da che parte stare. Per non parlare dei troppi finali incoerenti e indecisi a tutto. Ma potrebbe vincere perché asiatico, perché quando è al suo meglio trattasi di opera superiore, e non sarebbe certo uno scandalo. Mi scusino però gli entusiasti dell’opera di Bong, io a Parasite non sono riuscito a voler bene, pur apprezzandone le qualità evidenti. Desolé, ma la commedia coreana non fa per me.

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