Cannes 2019. Recensione: LITTLE JOE, un film di Jessica Hausner. Il fiore del male

lLittle Joe di Jessica Hausner. Con Emily Beecham, Ben Whishaw, Kerry Fox, Kit Conner. Compétition.
Un distopico assai autoriale, di quel rigore e austerità che sono del cinema della sua regista, la Jessica Hausner di Lourdes e Amour fou. Uno psycho-horror senza sangue, ma sospeso e minaccioso come ha da essere. In un laboratorio si sta coltivando tramite manipolazioni genetiche il fiore della felicità, un bio-prodotto che cancellerà ogni psicofarmaco sul mercati. Ma strani fenomeni cominciano a succedere, il fiore si rivelerà una macchina organica capace di elaborare complesse strategie. Variazione sul tema degli ultracorpi e dei mad doctors, mai nei modi del cinema più rarefatto. Un film troppo appartato, troppo poco urlato nonostante la sua folgorante visualità per catturare l’attenzione di pubblico e critici. L’aver premiato la sua interpret Emily Beecham è una delle poche cose buone combinate dalla giuria presieduta da Iñarritu. Voto 7
Uno dei molti film del concorso che si contamina con i generi, anzi li adotta con il massimo rispetto di codici e convenzioni. Uno psycho-horror, anche se con zero sangue e invece molta tensione per via di occupazione di corpi e anime e cervelli tipo La cosa, che non ci si aspettava dall’austriaca Jessica Hausner, una delle migliori filmmaker in circolazione, l’autrice di Lourdes e poi del bellissimo quanto sottistimato Amour fou presentato qualche anno fa a Un certain regard. La glacialità, l’impassibilità dello sguardo sono la sua cifra. Uno sguardo radiografico, clinico che si posa sugli umani come fossero allo stato inanimato, minerale, puri oggetti, cose tra le cose di ambienti in questo film di anonima e folle razionalità tardomoderna, fissati come farfalle nello studio di un entomologo, composti in tableaux vivant. Little Joe è un distopico come molto si usa anche autorialmente di questi tempi, collocato in un futuro assai vicino che probabilmente è già oggi, solo che non lo sappiamo. In Gran Bretagna, in un asettico laboratorio – il perfetto sfondo hausneriano nelle sue geometrie, nei suoi colori tenui con prevalenza di un verde chiaro da obitorio, un verde cui si adegua, in un trionfo di ton sur ton, anche l’uniforme da lavoro dei personaggi -, si sperimentano nuovi vegetali con manipolazioni genetiche e altre diavolerie da nuovi Frankenstein. Molto il padrone dell’azienda e chi ci lavora si aspettano da Little Joe, come è stata battezzato il fiore in coltura (e le inquadrature di quei calici pronti a sbocciare rigorosamente uguali sono una meraviglia visiva) che con i suoi componenti apporterà ai consumatori un senso di benessere assoluto vicino alla felicità. Alice, a capo deil’équipe impegnata su Little Joe, l’ha voluto sterile, incapace di riprodursi (e francamente non ho capito il perché di questo dettaglio che si rivelerà poi cruciale e influenzerà gli eventi). È una ricercatrice entusiasta, crede nella scienza, è una workaholic che fatica a conciliare lavoro e cura del figlio, un ragazzino assai sveglio. Succederanno, ovvio, strani fenomeni, la pianta si rivelerà una perfetta macchina sapiente capace di strategie impensabili.
La tendenza del cinema di Jessica Hausner a osservare gli umani come insetti o cose trova qui il suo approdo naturale. Mostrandoci umani che cambiano sotto i nostri occhi ritrovandosi sì felici, ma ottusamente felici, compila il manifesto teorico del suo stesso cinema. E ha ì il coraggio di non indicare consolatorie soluzioni in questo Little Joe che è esplicitamente un’allegoria di quanto ci si stia spingendo troppo in là nella manipolazione della natura. Anche se lo fa senza suonare le facili fanfare dell’indignazione politica. La differenza rispetto al genere di riferimento non sta solo nel finale, ma anche nella forma. Un rigore e un nitore che spogliano gli ambienti e l’nquadratura per concentrarsi sull’essenziale e che sono il negativo esatto del barocco rutilante degli horror. Con una predilezione per il vuoto e il rarefatto che guarda ai maestri del cinema del Nord e al nostro Antonioni. Naturalmente passato in concorso nell’indifferenza generale, tutti a trovarlo noioso e pretenziosamente arty, vuoi mettere le belle macellerie di Tarantino o del nuovo idolo Bong Joon-Ho (finché dura l’infatuazione: poi anche lui sarà abbattuto e si passerà ad altri). Quando ieri sera è stata chiamata sul palco Emily Beecham a ritirare il premio alla migliore interpretazione femminile molti a restare basiti. Ma chi è, perché sta lì, che film ha fatto? E fischi in Salle Debussy dove la cerimonia di chiusura veniva trasmessa su grande schermo. Little Joe è di quei piccoli film troppo educati e austeri per piacere alla massa dei cinefili nerd, soprattutto in un festival. Il fatto di averlo avvistato e inserito nel palmarès è uno dei pochi meriti della giuria.

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